Keith Jarrett
di - pubblicato il 14 Marzo, 2010 in L'ottava nota
Con un set di tre CD pubblicato dalla ECM il 5 ottobre 2009 Keith Jarrett ha fatto Testamento.
Nulla di grave o di definitivo, solo uno stato d’animo, un pensiero di passaggio ad indicare il raggiungimento di uno scopo: in fondo Testament doveva già essere il titolo della produzione poi presentata come Radiance.
Ogni concerto è unico nel suo svolgimento, questo sempre, ma il suo valore appare inestimabile se l’intera composizione è direttamente legata al solo stato d’animo dell’artista.
L’improvvisazione è irripetibile, può essere salvata, riprodotta, forse anche codificata, ma quel pensiero difficilmente sarà ancora espresso così.
Si racconta che talvolta, durante i suoi concerti, Keith Jarrett sia rimasto immobile, seduto davanti al pianoforte per interminabili minuti, silenzioso in cerca di ispirazione e che il suggerimento per l’avvio gli sia stato lanciato dal pubblico in sala. Si racconta.
Vero è che in lui l’idea passa diretta attraverso le mani e diventa inarrestabile: “The emotional crisis set up some new connections in the music”.
È dunque un avvenimento ogni volta che Keith Jarrett decide di tornare al piano, solo.
Testament è la registrazione di due concerti fortemente voluti dal compositore, tenuti alla Salle Pleyel di Parigi il 26 novembre 2008 e alla Royal Festival Hall di Londra il successivo 1 dicembre, cinque giorni dopo.
Seguirne le emozioni è affascinante, parlarne non è facile.
Keith Jarrett è del resto una delle figure più influenti nell’intera storia del jazz dal dopoguerra a oggi, è il pianista che nel 2004 ha vinto il premio Leonie Sonning: prima di lui nel jazz solo Miles Davis e prima di tutti nel 1959 Igor Stravinskii.
Sebbene si possa parlare di un filone post sindrome, già evidente in Radiance e The Carnegie Hall Concert, Testament è una nuova esperienza, anzi due.
Con la registrazione parigina e con quella londinese il pianista offre percorsi differenti: mentre Parigi è un tormento contorto e visionario, Londra è un trasporto variato e animoso, più accessibile e coinvolgente, a presa rapida.
Nel complesso le due esibizioni mostrano un maggior controllo dell’istantaneo, lasciando intravedere un nuovo ordine di pensiero propenso al frazionamento, espresso in episodi organizzati comunque connessi ma non continui. Ad ogni modo la distrazione è bandita, come sempre, tutti e tre i dischi sono ad altissima concentrazione d’ascolto.
Jarrett dialoga naturalmente in suoni, attraverso il piano trasferisce sentimenti e concetti spesso contrastanti senza mediazioni.
Parlando di sé nelle note introduttive scrive: “ people are deep, serious creatures with little to hang on to. So, loss may be a big thing, but what remain becomes eve more important than ever. Just never let go of the thread”.
Come sempre la complessità è semplice.
Piccola nota per il futuro: nel prossimo mese di maggio ECM ha previsto l’uscita di “Jasmine”, una selezione delle migliori sessioni prodotte dal duo Jarrett/Haden, a quanto pare nel marzo del 2007 in quattro giorni di incontri nel New Jersey.