Karl Brjullov e l’Italia, un amore ricambiato
di // pubblicato il 26 Aprile, 2011
Quando, nel XVIII secolo, la Russia di Pietro il Grande, primo imperatore dal 1721, fece il grande passo che la portò fuori da un isolamento secolare, anche l’arte, rivolgendosi agli esempi europei, cominciò ad evolversi seguendo diversi esempi e tipologie.
In meno di cinquanta anni gli artisti russi, che cominciarono a viaggiare in Europa per incontrare direttamente l’arte nei loro luoghi d’origine, a cominciare soprattutto dall’Italia, divennero conosciuti e stimati in tutto il vecchio continente.
Era il nostro paese ad essere considerato dall’Accademia di San Pietroburgo, fondata nel 1764, così come dalla Società per l’Incoraggiamento degli Artisti, del 1822, il luogo ideale per la formazione di un autentico artista per completare il percorso di studi; Aleksandr Puskin lo definiva, infatti, “paese di alte ispirazioni”.
I giovani che arrivavano per il loro “pensionato” straniero, dovevano produrre una copia dai grandi Maestri del passato, che poi sarebbe stata inviata in Russia per divenire a sua volta modello per gli studenti rimasti in patria.

Il giovane Karl Brjullov, nato nel 1799 a San Pietroburgo, già da subito consapevole delle sue straordinarie doti che lo portarono in breve tempo a divenire il pittore emblema del Romanticismo russo, scelse di copiare un’opera del maestro Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene, dentro alle stanze vaticane.
E’ interessante osservare che la Francia e la sua arte ottocentesca erano invece invise alle Accademie russe, che erano soliti mettere in guardia dall’influsso dell’arte d’Oltralpe, tanto che una lettera di Karl Brjullov in risposta alla Società di Incoraggiamento per gli Artisti su come evitare influssi francesi, così risponde: “ Un esame attento delle opere di scuola italiana è sufficiente a salvarci da qualsiasi epidemia passeggera”.
La Francia era considerata la terra della depravazione, luogo dove il rischio di cosmopolitismo era il più concreto. Rischio che in verità poteva verificarsi anche a Roma, dato che i documenti dell’Ottocento ci raccontano come fosse difficile trovare un luogo autentico e non occupato dagli stranieri, cosa che accadde anche al pittore Orest Kiprenskij.
Personalità importanti come la principessa Zinaida Volkonskaja o l’ambasciatore russo a Roma conte Grigorij Gagarin saranno il tramite per l’inserimento e l’avvicinamento degli intellettuali italiani da parte dei pensionnaires.
All’inizio del XIX secolo un ampio circolo internazionale di artisti era solito riunirsi in una sorta di Club al famoso Caffè Greco.

I pittori russi dell’epoca romantica, comunque, non risultano veramente integrati nella società romana, fatta eccezione per Karl Brjullov; è lui la personalità di spicco del Romanticismo russo, amata tanto in Russia quanto in Italia, e che farà dire al suo collega conterraneo Aleksandr Ivanov alla vista del suo famoso dipinto L’ ultimo giorno di Pompei:“Prima di Brjullov non si sapeva che il russo può essere un eccellente pittore”. Per il giovane Ivanov la pittura di Brjullov fu una vera rivelazione che diede forza alla sua inclinazione verso lo studio del dato naturale e dei principi di imitazione adatti anche per il genere elevato della pittura di storia.
Per Brjullov il primo soggiorno in Italia sarà dal 1822 al 1836; da Roma andrà a visitare le rovine di Pompei insieme a suo fratello Aleksandr, architetto, il quale realizzerà un rilevamento scientifico delle rovine dell’antica città romana pubblicato nel 1829 a Parigi.
La sua capacità di penetrare la società italiana in cui si trova a vivere, la sua apertura e comprensione che andrà oltre la visione oleografica del Belpaese che fino a quel momento era stato presentato dai suoi pur eccellenti colleghi, risulta chiara nella sua produzione di questi anni.
Ecco perchè alcune sue opere sono ovviamente presenti alla mostra di Palazzo Pitti a Firenze, Dalle Icone a Malevich, della quale vi ha già parlato Elisa il 29 Gennaio scorso, e che è visitabile all’Andito degli Angiolini fino al 30 Aprile.
Nel dipinto Mezzogiorno italiano (Donna italiana che raccoglie l’uva) del 1827, la fanciulla evoca il sentimento di una mediterranea gioia di vivere attraverso l’idealizzazione di forme naturali, che vengono rese grazie ad una capacità luministica che l’artista affina con lo studio dal vero.

La creazione di questo particolare genere, introdotto proprio da lui nel panorama della pittura russa, ha prodotto opere in cui i gesti semplici divengono poesia senza ricorrere a rimandi mitologici o ad edulcoramenti, come invece sarà per molti altri artisti, riuscendo ad attualizzare il cosiddetto bello ideale.
Nel 1827 il conte Anatolij Demidoff, collezionista di stampo internazionale che nella sua residenza fiorentina di San Donato possedeva una raccolta con dipinti di artisti importanti, fra cui Delacroix ed Ingres, gli commissiona L’ultimo giorno di Pompei; completato nel 1833 ed esposto la prima volta a Roma nell’atelier dell’artista in via San Claudio, divenne un vero caso e insieme una bandiera per la pittura romantica, dove l’orrido ed il sublime si fondono per smuovere nello spettatore sentimenti di orrore e tristezza. Una tavolozza di colori squillanti viene resa ancora più drammatica grazie alla luce teatrale che svela una finitezza e precisione incredibile in una composizione di grande dinamismo.
Per essere più incisivo e veritiero nella sua ricostruzione, Brjullov studiò gli scheletri e i calchi dei corpi delle vittime dell’eruzione che erano già stati ritrovati a Pompei.
Il successo del dipinto sarà unico e irripetibile, dall’Italia alla Francia, ed un poeta russo scrisse che “…e l’ultimo giorno di Pompei/ divenne il primo giorno per la pittura russa…”.
Da questo momento in poi Brjullov diventerà una presenza costante nelle esposizioni milanesi, dove entrerà a contatto con personalità quali Hayez; le opere che presenterà a Milano, fra cui molti ritratti-ne farà 120 in Italia!-, sono l’evidente riflessione sulla pittura lombarda che il Grande Karl, come veniva chiamato amichevolmente, aveva avviato in quegli anni. La sua produzione di ritratti è di una qualità altissima, con una carica espressiva dei personaggi rappresentati a pennellata libera, veloce e sintetica, che però non sempre verrà compresa dalla critica italiana e russa.
La sua maggiore innovazione consiste nel rendere esplicito ciò che lo scultore Bartolini teorizzerà in Italia: in natura ogni cosa è degna di essere rappresentata e che tutto, dal piccolo al grande, è parimenti importante. Così anche per i suoi ritratti: se a volte, come appare per quello di Anatolij Demidoff, rimane distante dal soggetto, altrove il suo coinvolgimento lo porta a realizzare opere che diventano pietre miliari per l’intera arte europea dell’Ottocento.

Uno sfondo paesaggistico crea la giusta atmosfera per il ritratto del conte Aleksej Konstantinovič Tolstoj, realizzato da Brjullov al suo ritorno in Russia nel 1836, quando diventa anche professore all’Accademia di Belle Arti di San Pietroburgo.
Il pittore fu invitato dallo zio del conte, lo scrittore Perovskij, a risiedere nel loro palazzo di Mosca, per poter ritrarre sia lui che il nipote, a sua volta poeta e drammaturgo. Le qualità polivalenti di Brjullov sono evidenti in questo romantico ritratto del giovane conte, dove si coglie la personale relazione di amicizia che accumunava Tolstoj all’artista, che era solito dire in questo periodo “ E ora non lavoro per i soldi, ma lavoro gratuitamente per i miei amici di Mosca”; una tavolozza armonizzata sui toni caldi e morbidi si illumina grazie al volto luminoso dagli occhi chiari del giovane in tenuta da caccia.
E’ a Roma, invece, che Karl Brjullov incontrò per la prima volta la principessa Elizaveta Sal’tykova, una delle donne più colte dell’alta società russa, amica di Aleksandr Puskin, che proveniva dalla famosa e leggendaria famiglia Stroganov.

Il suo ritratto viene probabilmente cominciato dall'artista alla fine degli anni Trenta dell’Ottocento, ma concluso nel 1841. Aveva già realizzato un ritratto ad acquerello della giovane donna vestita a lutto, ma poi, nel monumentale dipinto ad olio la raffigurazione diviene sontuosa e solenne.
Lo status sociale della Principessa è sottolineato in ogni dettaglio, dall’abito di raso di seta , con le maniche a “prosciutto” tipiche di questo periodo e il bianco merletto che incornicia il collo eburneo; dal ventaglio di piume di pavone, inserite in un lungo bastone argenteo abbandonato in modo quasi casuale sul grembo; dal tappeto di pelliccia di ghepardo sul quale poggiano i piedini della donna che si intravedono sotto alla bianca sottogonna. Ma Brjullov introduce in questi tipi di ritratti ufficiali qualcosa di assolutamente nuovo; l’introspezione psicologica che si coglie su questo volto malinconico e delicato rende il ritratto coinvolgente, intrigante ed affascinante.
In modo delicatissimo si sofferma sugli occhi neri e profondi di questa signora dell’alta società russa, che aveva da poco tempo perso il marito, donandole un intimo effetto romantico che ricorda alcuni elementi della pittura del nostro Hayez. La stessa posa abbandonata sulla sedia coperta di velluto rosso comunica un senso di distacco fra il lussuoso apparato e i sentimenti, pur se celati sotto tanta seta.
Il dipinto è corredato di una cornice di legno intagliato decorato a foglia d’oro monumentale ed eccessiva nella sua simbologia magniloquente, così da apparire ancora più accentuata la dissonanza fra l’ambientazione e il sentimento di malinconia e solitudine che la principessa Sal’tykova esprime nel suo giovane sguardo, quasi come se l’artista fosse riuscito a leggerle senza veli dentro l’anima.

Per l’esposizione di Palazzo Pitti l’opera è stata collocata nella sala 4 della Galleria d’Arte Moderna, così da ammirarla insieme al ritratto a cavallo di Anatolij Demidoff, realizzato dallo stesso Brjullov, ma in modo decisamente meno coinvolgente seppur di grande impatto romantico rispetto a quello della principessa Sal’tykova.
Karl Brjullov era venuto in Italia per imparare da quello che era considerato il paese dell’arte per eccellenza; venne amato ed ammirato dai critici contemporanei, ma anche invidiato dagli artisti- pare dal Bezzuoli soprattutto!-, che lasciarono commenti incredibili e lusinghieri. Francesco Ambrosoli commenta così l’Ultimo giorno di Pompei:”Il suo quadro a Roma e a Milano ha riscosso la meraviglia generale ed esso da solo sarebbe stato sufficiente a costituire la gloria del grande pittore”.
Lui conquistò l’Italia e l’Italia conquistò Brjullov; allontanatosi definitivamente dalla Russia nel 1849, dalla primavera del 1850 si trasferì ad abitare vicino Roma, ospite della famiglia di Angelo Tittoni, esponente dei movimenti Risorgimentali ed amico di Giuseppe Garibaldi. A causa di un’esistenza intensamente vissuta, la salute dell’artista era divenuta sempre più precaria e non trovò grande giovamento nel cambiamento climatico; dopo una vita di grandi riconoscimenti, la morte lo raggiunse il 23 giugno 1852 a Manziana, circondato dall’affetto della famiglia Tittoni che per generazioni hanno conservato molte sue opere.
La sua salma venne sepolta a Roma nell’antico cimitero del quartiere Testaccio, dove il suo profilo è incorniciato da due simboliche raffigurazioni della Neva e del Tevere, ovvero San Pietroburgo, sua città natale, e Roma, la sua città d’elezione.
