Karakuri per stupire

di Elisa Bergami // pubblicato il 21 Novembre, 2011

Se mi fosse chiesto di associare la parola tecnologia ad un luogo nominerei immediatamente il Giappone. La sperimentazione tecnica è sempre stata fiore all'occhiello di questa cultura per la quale i robots non sono solo strumenti industriali, giocattoli o elettrodomestici ma un tesoro dalle radici profonde, una forma di arte ed intrattenimento.
Ma anche la più avanzata delle macchine ha un antenato, un archetipo da cui un puntuale ed inarrestabile sviluppo ha preso il via e in questo caso le bambole Karakuri rivestono codesto ruolo.

Compilata approssimativamente nel 1120, la Konjaku Monogatuari-shu é una collezione di più di 1000 storie di epoca medievale. Una di queste, intitolata “Come il principe Kaya creò una bambola e la sistemò nel campo di riso descrive una versione di bambola Karakuri utilizzata a Kyoto a quel tempo: “...la ricchezza del regno di Kaya dipendeva in gran parte dalle risaie inondate dal fiume Kamo, ma un anno la siccità colpì l'intero regno e i campi cominciarono ad appassire. Il campo del tempio imperiale era infatti in grave pericolo perché il corso del fiume si era ormai prosciugato. Il principe Kaya costruì così una bambola alta circa quattro piedi dalle forme umane con una grande giara tra le mani; era stata concepita in modo tale che una volta che il contenitore fosse colmo d'acqua in automatico questo si rovesciava in faccia all'automa, scatenando l'ilarità generale […] l'acqua così dispersa andava a coprire nuovamente i campi che in questo modo potevano di nuovo tornare a vivere”. Questo particolare episodio ci mostra come fin dagli albori, alcuni esemplari di Karakuri avessero una funzione puramente utilitaristica scevra del semplice ruolo di oggetto esteticamente bello ma inutilizzabile.
La loro denominazione corretta è Karakuri Ningyō, dove la parola Karakuri identifica un apparato meccanico che si “prende gioco” di una persona sorprendendola coinvolgendo trucchi magici ed elementi di mistero. In giapponese la parola Ningyō si scrive con due caratteri separati, significanti rispettivamente persona e forma; tradotto grossolanamente con burattini è da intendersi piuttosto come bambola o anche effige. Lungi dall'essere univoche, ne esistono tre tipologie principali: Butai Karakuri, Zashiki Karakuri e Daishi Karakuri.
Karakuri Arciere fanciullo
Le prime venivano impiegate per lo più nei teatri andando ad rivestire molto da vicino il ruolo che per noi hanno le marionette con l'unica differenza che, mentre le seconde necessitano di un intervento umano, le altre sfruttavano meccanismi di movimento azionati ad acqua usufruendo dei canali presso cui venivano erette molte strutture teatrali. I gesti e i movimenti associati al teatro Noh, Kabuki e Bunraku sono direttamente legati alle performances di queste bambole e molte dei gesti e delle espressioni tipiche di queste discipline sono diretta imitazione della mimica propria delle Karakuri.

Le Zashiki Karakuri erano, invece, di piccole dimensioni e create per uso domestico; originariamente rappresentavano un bene di lusso che solo i ricchi signori feudali potevano permettersi. Esse sono considerate le più preziose forme del genere, perchè così meccanicamente intricate da rappresentare un vero e proprio prodigio della tecnica. Le più famose furono prodotte nella tarda metà del periodo Edo quando venivano impiegati i meccanismi d'orologeria occidentali uniti alla sabbia, al mercurio e a volte alla polvere da sparo. Le più rinomate sono di sicuro le bambole che servivano il tè: originariamente quando il padrone di casa posava una tazza di tè sul piccolo vassoio trattenuto dalla bambola, essa lo trasportava fino all'ospite prescelto attendendo immobile che quest'ultimo raccogliesse il piccolo dono offertogli; una volta terminato bastava il solo appoggiare nuovamente il contenitore perchè la bambola tornasse al punto di partenza. Le più avanzate permettevano anche l'impostazione di una distanza misurata approssimativamente in modo tale da far giungere direttamente alla meta la bambola. Oltre ad essere un evidente strumento di intrattenimento, essa permetteva di instaurare un particolare tipo di rapporto tra ospite e ospitante. Parallelemente le bambole arciere sono considerate come la massima espressione dell'acume tecnico del periodo Edo: esse erano solite prendere una freccia e puntare verso un bersaglio, ripetendo l'azione quattro volte; una volta su dieci la freccia mancava intenzionalmente l'obbiettivo per creare una sorta di suspence per il pubblico astante. 
Karakuri Demone
Le Daishi Karakuri erano invece utilizzate per lo più durante le feste religiose e solitamente la struttura che le coinvolgeva si componeva di tre parti: nella porzione superiore erano collocate due o tre figure che rappresentavano miti e leggende della tradizione giapponese; in quella mediana si collocavano i “burattinai” e alla base erano raccolti i musicisti che tramite flauti e tamburi accompagnavano lo spettacolo. Queste gigantesche portantine erano sollevate da circa venti uomini e portate per le strade durante i festival religiosi.

Fondamentalmente queste bambole hanno sempre svolto un'importante funzione rituale, in quanto elementi di mediazione tra il mondo delle forze sacre e quello degli esseri umani, tra ordine e caos, vita e morte. Le loro peformances servivano ad accompagnare l'arrivo del nuovo anno, purificare le case per la stagione successiva e rivitalizzare le forze sacre all'interno della comunità; non si esclude, poi, una funzione più meramente concreta perché si narra di Karakuri portatrici di pioggia o in grado di contrastare il diffondersi di fastidiosi e dannosi insetti o semplicemente per garantire un viaggio sicuro. Importante è poi la totale assenza di discriminazione di classe in quanto l'azione si rivolgeva ai contadini, ai mercanti e ai signori.

Un evento eccezionale in Italia, raccoglie alcune di queste pregiate bambole nipponiche: da oltre 25 anni esse non toccavano suolo europeo ed è questo uno dei motivi che porterà gli osservatori a rimanere letteralmente a bocca aperta davanti ad ognuno di questi “meccanismi per stupire”.
Tali prodigi della tecnica e dell'artigianato nipponico sono in mostra, fino al 18 dicembre 2011 presso Palazzo Barolo a Torino, grazie all'Associazione Yoshin Ryu, alla collaborazione con Japan Foundation e con l'Artcraft Museum di Inuyama nonché della Prefettura di Aichi-Nagoya. Tre pezzi saranno poi esposti anche al MAO – Museo d'Arte Orientale.
Domenica 6 novembre, il maestro Shobei Tamaya ha intrattenuto gli avventori con una lectio magistralis in cui ha mostrato il complicato funzionamento delle sue creazioni accompagnando la dimostrazione con la narrazione delle radici famigliari della sua professione, dal momento che è l'ultimo erede di una tradizione ininterrotta di nove generazioni di maestri Karakuri.
Il connubio con la meccanica non si ferma qui: la mostra apre al futuro con i robot. Un simpatico ospite Wakamaru è infatti il ritratto vivente e contemporaneo di un antico servitore di tè Karakuri, dimostrando come anche le cose più tecnologiche abbiano un antenato più spartano nei materiali, ma non per questo meno attuale o affascinate. 
Karakuri Robot
Di certo l'invito a stupirsi non cadrà, questa volta, nel vuoto.

 

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Ryujindai Karakuri in miniatura 1/5
    Proprietà Sig. Yokoi, 75 cm × 20 cm × 30 cm
    (Courtesy of Ryoichi Oikawa)
  2. Zashiki Karakuri Ningyō - Yumihiki Dōji
    Arciere fanciullo
    (Courtesy of Ryoichi Oikawa)
  3. Robot Wakamaru della Mitsubishi (Courtesy of Ryoichi Oikawa)

In copertina:
Zashiki Karakuri Ningyō - Yumihiki Dōji
Servitore che finge di muovere l’ingranaggio sottostante l’arciere
(Courtesy of Ryoichi Oikawa)

Palazzo Barolo Via della Corte d'Appello 20/C - Torino

MAO-Museo Arte Orientale Via San Domenico 11 - Torino
 

Mappa

Dove e quando

KARAKURI Bambole dal Giappone

  • Date : 06 Novembre, 2011 - 19 Dicembre, 2011
  • Sito web

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