Joan Mitchell

di Gian Luigi Zucchini // pubblicato il 27 Marzo, 2009

Nell’impeto prorompente degli anni Cinquanta, poco tempo dopo il tragico conflitto mondiale, tutto si ripropone in modo diverso.
Anche l’arte, anzi, soprattutto l’arte, viene come travolta da questa innovativa ed insieme turbata concitazione.
La modernità incalza, le vecchie avanguardie che pure avevano sconvolto il panorama artistico europeo sembrano assai lontane per essere riscoperte e riprese, almeno in alcuni e più trasgressivi momenti.
Neppure il futurismo, che per molti aspetti aveva anticipato quel sommovimento quasi epocale che stava, agli inizi del XX secolo, scuotendo il mondo artistico, aveva osato tanto: distruggere totalmente la forma, annullare ogni presupposto della ragione, mentre si valorizza il solo e l’esclusivo fare: si approfondisce così quell’aspetto già avviato in America dall’inizio degli anni ’40 del Novecento, definito poi nel 1952 come action painting, che attribuiva importanza fondamentale non tanto a quanto si andava producendo, ma all’azione gestuale, intesa come trasposizione sulla tela, mediante la materia-colore, della tensione vitale dell’artista.

Queste prime esperienze si andarono poi caratterizzando con maggior forza espressiva negli anni post-bellici in cui esplosero le esperienze dell’espressionismo astratto di De Kooning, di Rothko, e soprattutto di Pollock, nelle cui opere spesso veniva introdotta la particolare invenzione del dripping, o sgocciolatura: un lasciar gocciolare il colore sulla tela, o addirittura spruzzarlo col pennello intriso di una o più tinte, in modo da ‘sporcare’ la superficie bianca o già macchiata da campiture più o meno informali di colore.
È in questa tumultuosa e perturbata atmosfera che Joan Mitchell comincia ed approfondisce il proprio lavoro, a contatto con Pollock e De Kooning, di cui divenne amica, restandolo per tutta la vita, ed dando inizio ad una produzione che vediamo, sintetizzata in quarantasei opere, nella mostra organizzata a Reggio Emilia (“Joan Mitchell. La pittura dei Due Mondi”, Palazzo Magnani, Corso Garibaldi, 31, fino al 19 luglio. Catalogo Skira), e che vanno dal 1950 agli ultimi giorni immediatamente prima della scomparsa dell’artista, in una sintesi che consente di scorrere l’intero suo percorso creativo.
Esso potrebbe essere, grosso modo, suddiviso in due periodi. Nel primo si legge tutta l’irruenza e il fremere della vita attraverso il segno e il colore: sono sgorbi che si intersecano tra loro, schizzi cromatici, macchie e festoni che brillano di una ricchezza intensa e di un dinamismo quasi eccitato.
Sparita la forma, resta il sentimento, l’emozione, la drammaticità della vita che si intravede nell’intrico dei segni, in alternativa a ritmi danzanti, a strutture dinamiche più calme e riposanti. Il secondo periodo invece comincia dal 1967, quando la Mitchell si trasferisce in Francia, acquistando una proprietà presso Vétheuil.
Il nome della località non può non fare ricordare gli impressionisti, che lì spesso si recavano a dipingere, e soprattutto Monet, che qui per qualche tempo abitò.

Joan fu subito affascinata da quei paesaggi lungo la Senna, da quelle luci ed in particolare da Giverny, la località vicina dove Monet ebbe poi casa, coltivò i moltissimi fiori nell’ampio giardino, fece costruire il suo laghetto che volle cosparso di ninfee.
Anche la pittura dell’artista diventa, in questi contatti, più lirica, più distesa nella ricchezza del colore intenso, nelle grandi macchie colorate che si accostano le une alle altre, in un informale che potrebbe essere definito come un ‘ultimo naturalismo’, per riprendere la definizione acuta e densa di significati del grande critico Francesco Arcangeli.
Siamo in un ambito che pare ormai lontano dall’idea espressionista, sia pure astratta, degli anni precedenti, ed invece più penetrato di uno spirito informale, di quell’informale tuttavia che non cede all’astrazione ma recupera dalla natura luce e colore: evocazioni delle ninfee e degli iris azzurri di Monet, delle liquide impressioni luminose che si rispecchiano nell’acqua del laghetto di Giverny, di petali che si sfaldano lasciando tracce di colore nell’aria, di dolcezza e malinconia insieme.

In più, si legge in quasi tutte le opere dell’artista, e semmai addirittura qui più vivo ed intenso, il senso di un groviglio affettivo di sentimenti e di emozioni, tra amore e morte, fine e rinascita.
“Credeva profondamente che l’arte recasse una trascendenza e che il ricordo dell’amore fosse una forma di resurrezione”, scrisse Rachel Stella.
L’idea dell’arte come poesia, che del resto, insieme alla musica, l’artista amava moltissimo. Joan Mitchell era nata a Chicago nel 1925 e morì a Parigi nel 1992, compiendo a ritroso il percorso dell’arte contemporanea: nasceva in America quando Parigi era la capitale culturale del mondo, moriva nella capitale francese quando New York, dove lei aveva fatto le prime eccitanti esperienze dell’espressionismo astratto, era ed è, ormai, il centro che ora diffonde ed orienta la cultura nel mondo.

 

Dettagli

Joan Mitchell. La pittura dei Due Mondi
Reggio Emilia, Palazzo Magnani
fino al 19 luglio 2009

Didascalie immagini

  • Joan Mitchell
    Tilleul, 1978
    Olio su tela
    260 x 180 cm
    Parigi, Centre Pompidou
    Musée national d'art moderne -  Centre de création industrielle
    In deposito a Nantes, Musée des Beaux-Arts
  • oan Mitchell
    Les bleuets, 1973
    Olio su tela
    280,7 x 579,8 cm Trittico (3 pannelli)
    Parigi, Centre Pompidou
     Musée national d'art moderne - Centre de création industrielle
    In deposito a Nantes, Musée des Beaux-Arts
  • Joan Mitchell
    La Grand Vallée IX, 1983-84
    Olio su tela
    260 x 260 cm Dittico (2 pannelli)
    Francia, Collezione FRAC Haute Normandie