Joan Mirò e I Miti del Mediterraneo a Pisa
di // pubblicato il 26 Settembre, 2010
Ci sono artisti la cui carriera sembra essere parte di un progetto più ampio, la cui arte sembra il tentativo di aprire un terzo occhio su dimensioni che non sarebbero altrimenti visibili; artisti che realizzano opere senza età e senza tempo la cui espressione artistica altro non è che mitopoiesi allo stato più puro, manifestazione istintiva e allo stesso tempo estremamente riflessiva sul mondo e sulla condizione umana.
Nato nel 1893 a Barcellona Joan Mirò i Ferrà attraversa la malattia, la guerra civile e dunque il dolore, il disagio e la morte ma nonostante questo riesce a trovare nella pittura la possibilità di ricreare il mondo, di ricostruirlo ridefinendone forme e colori.

Joan Mirò è protagonista del secondo appuntamento del il ciclo triennale I Miti del Mediterrano presso il Palazzo d'Arte e Cultura BLU di Pisa, che dopo aver ospitato le opere di Marc Chagall, apre le porte all'artista catalano focalizzandosi ancora una volta sul legame tra il maestro e il suo territorio, le tradizioni e la cultura che hanno reso possibile la creazione del mito.
Curata dal una formazione internazionale composta da da Claudia Beltramo Ceppi, Teresa Montaner (conservatrice alla Fundació Miró di Barcellona) e Michel Draguet (direttore generale dei Musées Royaux des Beaux Arts del Belgio), la mostra ruota sul legame emotivo viscerale che unisce l'artista, ma soprattutto l'uomo, ai luoghi del proprio spirito e della propri anima: quell'identità catalana per la quale Joan Mirò resta ad oggi uno dei simboli di Barcellona.
Sono complessivamente più di cento le opere esposte tra sculture, illustrazioni, dipinti e litografie, manifestazioni differenti di un unico pensiero, il cui denominatore comune è il binomio mito-poesia, fil rouge che conduce l'intero percorso espositivo nonché cuore dell'intero progetto scientifico dei tre curatori.

Mito come mezzo attraverso cui comprendere la realtà e come rielaborazione popolare della storia di un popolo e di una civiltà e poesia come strumento di trasmissione del mito stesso. La mitopoiesi, per utilizzare un solo termine, che si attua nella produzione artistica di Joan Mirò.
Così come la figura dell'aedo viene tradizionalmente associata all'uomo non vedente, così nei lavori dell'artista catalano, le immagini corrispondono ad una visione che va oltre la vista. L'essenziale è invisibile agli occhi diceva qualcuno; Joan Mirò lo dimostra parlando della vita attraverso il mito ma uscendo dall'immaginario della collettività dogmatica.
Prima tappa del percorso espositivo le figure femminili di Dafne e Cloe, miti legati all'aspetto più bucolico della realtà osservata dall'artista, come le definisce una delle curatrici. Solo successivamente i toni diventano più drammatici con il personaggio del Minotauro nelle opere L’éveil du Géant del 1938 e Tête de Taureau del 1970, rispettivamente litografia e scultura. E' attraverso questa figura che viene introdotto il rapporto tra bestialità e umanità, tra ragione e istinto che diventa un modo, per l'artista, per trattare il tema della Guerra Civile in atto in quegli anni. Anche qui, come il mito, l'arte svolge un ruolo catartico per l'artista, creazione necessaria all'elaborazione di forti drammi.

A questo tema segue il mito della Terra, della matericità di una regione come la Catalogna, forte di una solida identità rappresentata dal pittore attraverso la raffigurazione di contadine circondate da animali, insetti, alberi, fiori; paesaggi reinterpretati con l'utilizzo di colori forti e tratti marcati e decisi come i colori e i caratteri della terra da cui hanno preso vita.
Tema ricorrente nelle opere di Joan Mirò sono anche le stelle, e quindi il cielo e tutta quella dimensione onirica che negli anni è diventata parte integrante del suo lavoro.
Questo legame con il cielo prende forma nella serie di illustrazioni dal titolo Constellations che l'artista ha realizzato unendovi l'omonima raccolta di poesie del collega surrealista Andre Bréton, quasi a voler ribadire e in un certo senso ufficializzare la relazione tra la poesia e la creazione del mito attraverso la pittura. Le sezioni successive sono legate al tema del viaggio e alla serie degli Haiku illustrati. L’Espoir du Navigateur del 1973, il cui titolo evoca il viaggio di Ulisse, appare come un orizzonte infinito su cui lo sguardo del viaggiatore non smette mai di indugiare e sembra tradurre il racconto di ogni uomo, perennemente in viaggio e alla ricerca di risposte ai propri quesiti.

Dalla dicotomia uomo-animale del Minotauro fino alla figura rappresentativa della condizione umana la mostra giunge infine alla figura femminile che, se da un lato è vista come contadina dagli arti deformati, dall'altro è associata alla terra, alla natura e a colei che dà la vita. Quasi in un ritorno all'idealizzazione primitiva della donna, l'artista recupera una concezione che molto ha da spartire con il mito ancestrale e che tuttora è esplicita manifestazione di un'epoca in cui la donna era vista come la Grande Madre.
L'immagine femminile convive con quella dell'uccello mitologico in Femme et Oiseaux del 1968, visione anche questa permeata dalle tonalità accese e vivaci e dal tratto distintivo dell'artista.
Quasi una formula matematica, la somma tra mito, poesia e pittura il cui risultato è proprio questa mostra che mantenendo inalterato il ruolo principale del mito stesso narra una storia, quella di un uomo che è "tutti gli uomini"; la storia di una cultura, quella del Mediterraneo, che ha una tradizione talmente forte da essere impossibile da dimenticare.
Da qui il valore di questo progetto che attraverso le opere di grandi artisti del Novecento apre le porte alla storia e, citando uno dei curatori, al misticismo dell'infinito.