Jean-Pierre e Luc Dardenne Maestri del Cinema
di // pubblicato il 11 Luglio, 2011
Jean-Pierre e Luc Dardenne sono autori di un Cinema etico, centrato sull’uomo e sui dilemmi morali che deve affrontare nel suo cammino esistenziale, i loro film sono fatti di storie minime ma capaci di coinvolgere sempre fin dal primo fotogramma generando interrogativi e riflessioni.
Nella splendida cornice del Teatro Romano, lo scorso 8 luglio i due fratelli di Liegi hanno ricevuto il Premio Fiesole ai Maestri del Cinema, primo loro riconoscimento italiano, giunto alla sua 46ª edizione. Inaugurato nel 1966 con l’assegnazione a Luchino Visconti, il riconoscimento è stato tributato negli anni a tanti nomi illustri del Cinema internazionale, da Bernardo Bertolucci a Peter Greenaway, da Spike Lee a Bertrand Tavernier, fino a Gianni Amelio lo scorso anno.

Nati come documentaristi, i fratelli Dardenne hanno iniziato la loro attività negli anni ’70 quando grazie a finanziamenti pubblici del Ministero della Cultura belga, all’interno di un progetto d’apprendimento permanente teso allo sviluppo di un senso critico nei cittadini, andavano a intervistare immigrati stranieri, soprattutto marocchini e turchi, giunti nelle fiandre in cerca di un lavoro e di una vita migliore.
La fragilità dei supporti video, deteriorati dal tempo, ha praticamente fatto già perdere ogni traccia tangibile di questa esperienza che continua però a vivere in qualche modo nei personaggi e nelle storie che popolano il cinema di “finzione” dei Dardenne, una messa in scena che trasuda sempre una tale dose di verità da rendere incredibile il pensiero della finzione costruita per lo schermo.

Il passaggio a un Cinema narrativo avviene nel 1987, con La promesse del 1996 arrivano i primi riconoscimenti, ma è solo con il successivo Rosetta che Jean-Pierre e Luc s’impongono all’attenzione internazionale vincendo la Palma d’Oro al Festival di Cannes 1999.
Seguono una manciata di titoli che hanno sempre raccolto apprezzamenti sulla Croisette; Il figlio, vincitore per il Miglior Attore a Cannes 2002, L’enfant – Una storia d’amore di nuovo Palma d’Oro a Cannes 2005, Il matrimonio di Lorna premio Miglior Sceneggiatura a Cannes 2008 e il recente Il ragazzo con la bicicletta, Gran Premio della Giuria a Cannes 2011.
Nonostante l’esigua quantità i film dei Dardenne hanno lasciato una traccia indelebile nel Cinema internazionale e ad ogni nuova pellicola riescono sempre a non perdere la loro capacità di comunicare storie profondamente umane.

Qualcuno ha teorizzato su registi che rifanno sempre lo stesso film, riflessione valida per le opere di Luc e Jean-Pierre Dardenne che, volendo semplificare, raccontano tutte storie di esseri umani in cerca di qualcosa, che incontrano ostacoli sulla loro strada, che magari compiono azioni riprovevoli facendo presagire un tragico epilogo, ma infine dall’incontro con un altro essere umano scaturisce la forza per un cambiamento. Perché in fondo è la condivisione con altri esseri umani che può riscattare il valore dell’esistenza dalla solitudine congenita di ogni individuo, trovare il coraggio nella disperazione di ammettere la propria fragilità e accogliere la mano tesa dell’altro.

Al tempo dell’uscita sugli schermi Rosetta mi catapultò improvvisamente nello squallore di una situazione socialmente degradata, indurita dal rigore di un Cinema che non ammette distrazioni, assenza di musica e macchina in spalla a pedinare costantemente la giovane protagonista, dandomi un disagio a cui non ero preparato. Il furore della protagonista era qualcosa di insopportabile per me e questo mi ha creato resistenze verso i successivi film dei Dardenne.
Poi la carica umana che emerge dalle storie che i due fratelli portano sullo schermo, mi ha attratto di nuovo ad affrontare la visione del loro Cinema, che ritrae sempre situazioni realistiche della nostra società in cui niente ha più valore e tutto ha un prezzo.
Che si tratti di vendere un neonato, usare un tossicodipendente per ottenere il permesso di soggiorno, di denunciare un amico o compiere una rapina armati di mazza da baseball, i film dei Dardenne sono piante robuste con solide radici emozionali capaci d’insinuartisi dentro a provocare una reazione.
“L’importante per un film è riuscire a ricostruire una qualche esperienza umana.” Ha scritto Luc Dardenne in un libro/diario edito anche in Italia e, di nuovo, con il loro ultimo film Il ragazzo con la bicicletta hanno centrato l’obbiettivo.
Lunga vita ai Dardenne e al loro Cinema necessario!

“Non pensare di piacere o dispiacere al pubblico. Lanciare un occhio a questa speculazione infernale basta a inghiottirvi interamente e per sempre. Fuggire tutti gli agguati che ci tende, fare il buio, fare il vuoto per avvicinare il movimento essenziale, il movimento del senso che cerca di esprimersi, il movimento della forma che cerca d’inquadrare. Quando sentiamo che questo movimento ci prende, quando lo avvertiamo come qualcosa che ci comanda, che ci obbliga e al contempo libera, apre, è il segno della presenza dell’altro, dell’altro incontrato al centro della nostra solitudine. L’opera d’arte che emerge in questo movimento è una richiesta all’altro.”
da Dietro ai nostri occhi. Un diario (1991-2005)
di Luc Dardenne