Jacopo Bassano e lo splendido inganno dell’occhio
di // pubblicato il 30 Marzo, 2010
“…aveva egli comoda abitazione, vicina al
ponte famoso eretto coi modelli di Andrea
Palladio, per dove passa il fiume Brenta
che discendendo tra’ vicini monti irriga con
piacevol corso l’obbliquo giro dell’alveo suo.
Verso tramontana l’occhio si pasce della
veduta di scoscesi monti, vêr ponente gode
la bellezza di lieti e ubertosi colli, e in altra
parte spazia per una vasta campagna
ripiena di numerose abitazioni, di castella e
di ville.”
Carlo Ridolfi
Le meravigle dell’arte, ovvero le vite degli illustri pittori veneti e dello Stato, 1648.
Il 2010 è un anno singolare che ci offre una serie inconsueta di grandi celebrazioni.
Dopo Caravaggio, celebrato a Roma nel quattrocentenario della morte, è ora la cittadina di Bassano ad aprire le celebrazioni per il cinquecentenario della nascita del pittore Jacopo da Conte detto Bassano.
È un sodalizio, quello tra la cittadina veneta e il pittore che, trasparendo già nel soprannome dell'artista, trova riscontro nelle parole di Ridolfi citate in apertura. Ma la Bassano dell'epoca lascia al pittore qualcosa che va ben oltre una casa natale, un'abitazione e uno studio. La cittadina con il suo territorio e la sua vita diventano per Jacopo serbatoio infinito di spunti. I luoghi, i molti scorci del Monte Grappa, corredano le opere e sono gli stessi di quella città che egli, seppure diventato pittore famoso e richiestissimo, non abbandonò mai nemmeno quando fu richiesto alla corte di Praga.
“Jacopo Bassano e lo splendido inganno dell'occhio” è la mostra che la cittadina veneta dedica fino al 13 giugno ad uno dei più potenti interpreti del rinnovamento della pittura veneta del secondo Cinquecento, prima tappa di una serie di celebrazioni triennali che si concluderanno solo nel 2012 e che intendono esaltare questo importante capitolo della storia artistica bassanese.
Configurandosi come un percorso duraturo, complesso e pluritematico che spazia dalle esposizioni, ai convegni, alle indagini sulle opere; le celebrazioni bassanesi portano lodevolmente avanti un discorso che, non esaurendosi nella parabola di un'unica mostra, ha modo di approfondire variamente una tematica permettendone anche, probabilmente, maggiore assimilazione.

Nato tra il 1510-12 (ecco che si spiega il perché di celebrazioni che dureranno fino al 2012) Jacopo Bassano, capostipite di una famiglia di artisti, non abbandonò mai la cittadina che gli fornì gli spunti evidenti di cui si nutrì il suo amore per gli elementi naturali posti a corredo delle sue opere e desunti da quel mondo collocato lungo il Brenta e ai piedi delle Alpi.
Nonostante la sua determinazione nel rimanere entro i confini del proprio paese natio, ben diversa fu la fortuna della sua opera che seppe occupare uno spazio di forte originalità accanto a quello di artisti del calibro di Tiziano, Tintoretto o Veronese.
Alle spalle della sua sensibilità tutta terrena e naturale, sta una solida tradizione familiare di lavoro artigianale, e nella sua Bassano Jacopo seppe comunque assorbire gli stimoli che Venezia, ma anche l'Italia centrale e il Nord Europa, potevano offrirgli e che egli di volta in volta rielaborava in maniera totalmente personale.
L'idea del titolo dell'esposizione nasce da una qualità, quella di ingannare l'occhio, che già i contemporanei attribuivano al Bassano. Sono del Seicento invece le parole di Marco Boschini dedicate all'artista nel La carta del navegar pitoresco (edita a Venezia nel 1660):
“Là sì se vede el nobile artificio
Del Penel venezian, che l’ochio ingana
e dà dileto in proporciòn lontana.”
(vv. 176, 22-24)

In mostra, 15 dipinti e un disegno provenienti da vari musei del mondo, dialogheranno con le 22 opere conservate nello stesso salone dalpontiano del Museo Civico, ripercorrendo la vicenda artistica, dalla formazione alla maturità negli anni Sessanta, del più grande pittore della realtà che preceda Caravaggio e che giunse a una pittura di colore e luce fortemente anticipatrice.
La città si riserva poi le ultime fasi del lavoro dell'artista, la collaborazione con i figli e la sua eredità artistica, per il grande approfondimento che si pone a conclusione delle celebrazioni nel 2012.
L'esordio del pittore è segnato dalla ricerca del proprio stile personale, muovendosi tra gli influssi di Tiziano da una parte, e della pittura lombarda dall'altra, che lo portano via via ad elaborare un naturalismo (d'influsso lombardo) sempre più legato alla resa naturalistica della quotidianità. Sua peculiarità è infatti il riempire la scena di “frammenti di vero”, fatti di oggetti di uso comune e di abitanti delle campagne rappresentati sempre schiettamente e con molta dignità.
Ogni scena è sempre collocata, seguendo la migliore tradizione veneta, nel suo contesto fatto di aria e di luce. La cacciata dei mercanti dal tempio, inedito di una collezione privata inglese, mostrano i primi passi intrapresi in questa direzione.
La pennellata, corposa e decisa, rivendica un suo ruolo preminente denunciando tutta la sua “fisicità” e in questa forma diventerà tipica della pittura dell'artista.
Si è parlato spesso dell'inganno dettato dall'arte, ecco che anche la vicenda del Bassano ce ne offre un esempio. È l'importante storiografo seicentesco Bellori a riportarci la vicenda “dell'inganno ottico” nel quale lo stesso Annibale Carracci cadde quando, nello studio di Jacopo, stese una mano per prendere un libro che era solamente dipinto.

Quel sentimento tutto affettivo e terreno con il quale il Bassano dipinge le sue scene sacre lo portano a ritrarre tutti quegli umili animali, dalla mucca al bue, dall'asino alla pecora, che facevano parte della quotidianità della vita, e tale era la loro resa.
Non mancano poi nemmeno esempio particolari come nell'Adorazione de magi rinvenuta a Roma dove, secondo un insolito schema iconografico, compara anche un elefante.

Improvvisa è l'adesione al linguaggio manierista e alle influenze parmigianinesche. Bassano non teme infatti, con uno sperimentalismo che rimase sua costanza, di testare le più varie declinazioni del manierismo nordico e italiano. Particolari audaci, accenti fantastici, scardinamenti del rigore rinascimentale, sono tutti dati riscontrabili in opere come il Riposo durante la fuga in Egitto che, prima d'ora, non ha mai varcato in uscita la soglia della Pinacoteca di Brera.
Caratteristica poi dell'opera dell'artista e il dare asilo anche altri aspetti “meno edificanti” della realtà come i meravigliosi Bracchi parigini, dove il dettaglio naturalistico è estremo persino nella puntale resa dei dettagli anatomici a dimostrazione di quanto tutto diventi meramente “occasione pittorica”.
In mostra non manca inoltre l'occasione per rilevare come l'adesione al grande naturalismo nei ritratti venga mutuata in una grande capacità introspettiva. Lo osserviamo bene nel Ritratto di un senatore veneziano che dimostra quanto la lezione del Tiziano maturo sia stata potentemente inglobata in una cromia e una pennellata che fanno indubbiamente eco a quelle del maestro cadorino. Splendido poi il Ritratto di Cardinale, calvo e con la barba bianca di Budapest che mostra quanto il passo fino a Caravaggio sia forse più corto del pensato.

Alla fine degli anni '50 assistiamo a un altro cambiamento e alla già assodata attenzione per la pittura manierista di Parmigianino e Salviati, si unisce una ulteriore attenzione per un aspetto della natura: la luce. Il colore gioca con questa traducendosi in quello che viene definito un “luminismo di tocco” dove il pigmento, steso in una maniera fortemente materica, rivela la nuova attenzione al potere espressivo della luce investita di forza unificatrice. Tutto questo è espresso in un ennesimo esempio di Adorazione dei pastori, questa volta proveniente da Houston dove la firma, rara nelle opere tarde come questa risalente agli anni Sessanta, conferisce ulteriore valore all'opera.
Siamo sulla scia che porta a un nuovo cambiamento quando, nella maniera tarda dell'artista, l'accento manierista verrà abbandonato a favore di una condotta frantumata della luce che diventerà nuova protagonista. Finalmente “la vita di una rustica umanità in paesaggi crepuscolari assume coerente valore di poesia”.
Negli anni Settanta-Ottanta la produzione del Bassano continuerà alacremente, sempre più spesso coadiuvato dai figli e dalla bottega per fronteggiare la grande richiesta di opere di genere da parte dei collezionisti di tutta Europa. La stessa pittura crepuscolare che rimarrà tipica della sua tradizione, viene plasmandosi in questo ventennio.
Ma questi sono solo alcuni dei molti spunti che verranno indagati nell'ultima grande esposizione del 2012 Jacopo Bassano, i figli, la scuola e l’eredità.
Per scoprire la variegata proposta che le celebrazioni triennali offrono, consigliamo di visitare il sito dell'evento.

