Istanbul: Inizia la Biennale (II parte)
di // pubblicato il 05 Ottobre, 2011
Parallelamente alla Biennale di Istanbul è stata inaugurata il 15 di settembre, la mostra di Kutlug Ataman a Arter, ''lo spazio per l'arte''. Ataman e uno degli esponenti più noti, anche a livello internazionale, dell'arte contemporanea della Turchia. Nei suoi lavori vi sono vari racconti con al centro diversi personaggi che forzano il limite tra realtà e finzione. Storie divise, molto spesso appartenenti a personaggi con identità divise. Storie realmente vissute, ma riproposte in modo diverso da chi le racconta.
Ataman si avvicina a questi personaggi fino al loro livello più interiore, li ascolta e diventa testimone della riproduzione, della ricostruzione di queste identità, attraverso la ripetizione della storia stessa, che avviene però sempre in modo diverso. Queste storie cambiano ogni volta che vengono ripetute, le divide in molte parti e le sottopone poi allo spettatore. Con la divisione, sia queste identità che le storie assumono sempre un carattere plurale, moltiplicandosi. Ataman costruendo la narrativa come una scultura usa gli schermi in un modo tridimensionale, questa disposizione è creata, inoltre, proiettando video in schermi differenti, chiamandoli poi video-sculture, montati in modo da definire anche la posizione dello spettatore davanti ad essi. Lo spettatore si trova a volte nella condizione di dover passare tra questi frammenti narrativi, oppure è costretto a spostarsi sotto di essi in modo da esserne quasi soverchiato o, invece, esserne escluso, assumendo un punto di vista che impedisce l’empatia. Chi osserva può trovarsi in situazioni “domestiche”. S’instaura un rapporto intimo ascoltando seduti in poltrona, come se si fosse a casa propria, oppure immersi in un caos di narrazioni, come chi si trova nella posizione di dover scegliere la storia da ascoltare.
Ataman, già alla Biennale di Venezia nel 1999 con Peruk Takan Kadınlar (donne che indossano la parrucca, Ndr), inaugura ''Le Drammaturgie della Mesopotamia'' a Arter, proposta anche al Maxxi di Roma come mostra inaugurale del museo e curata da Cristiana Perrella, nel maggio 2010.

Secondo Ataman la Mesopotamia, regione che include anche il Sud Est della Turchia, nel corso della storia è stata luogo di distruzione e ricostruzione. E’ il confine geografico e culturale tra l'oriente e occidente, mondi per secoli sono stati in contrasto, e quindi un luogo di grande tensione (come ha spiegato a Cristina Perrella in un'intervista.) Ataman partendo da questa concezione, rilegge la storia recente della Turchia, riscrivendola e lanciando una sfida contro la storiografia ufficiale, travolgendone la narrazione arrivando fino al punto di giocare con essa. Si concentra su concetti come la modernizzazione turca, il contrasto tra l'occidente e l'oriente e dimensione globale e locale. Tutta la modernizzazione turca e' una recitazione all'europea. Secondo Ataman tutto il processo di modernizzazione turco è in realtà mera imitazione del modello europeo.
Al primo piano della mostra è proiettato sul soffitto il video Kubbe , vediamo un cielo azzurro con giovani turchi con caratteristiche diverse che passano uno dopo l'altro, trovando proprio li uno spazio di libertà, che ci ricordano gli angeli rinascimentali presenti sui soffitti delle chiese.

Di fronte c’è una fotografia in bianco nero che Ataman ha trovato nell'archivio di famiglia, intitolata Çerçeve (Frame, Ndr). “La prospettiva artistica viene capovolta allo scopo di conservare la gerarchia e la centralità dei personaggi fotografati”, come dice lo stesso Ataman nel documentario di Metin Cavus. L’esercito turco ha il ruolo più importante nel processo di modernizzazione forzata della Turchia e, nella fotografia, pur di mettere il generale al centro della scena le teste dei militari meno importanti a livello gerarchico sono qualche volta tagliate.

Kule, (Column, Ndr) è invece un monumento a forma di torre costruita con tanti schermi di televisione con i visi di persone, di Erzincan, città dell'est Turchia, in primo piano, senza suono, a raccontare, la loro storia con i soli sguardi. Secondo Ataman, infatti, è proprio questo il punto zero della narratività. Sguardi che non hanno più una lingua per raccontare la loro storia sono una metafora forte della repressione politica e culturale.

Al terzo piano, invece, è proiettato in due diversi il lungometraggio Il Viaggio sulla Luna, (2009). Il film è girato in stile mocumentary (falso documentario), con elementi fantascientifici. In uno schermo si racconta, attraverso fotografie, la storia fuori dall'ordinario avvenuta in un paese vicino a Erzincan, nell’est della Turchia, negli anni ‘50. Quattro abitanti del villaggio decidono di andare sulla luna usando un minareto, rubato dalla moschea. La voce narrante è di un paesano. La storia è spezzata, ogni tanto si ferma e come aprendo una parentesi si accende il secondo schermo dove appare il commento e la critica di alcuni specialisti e intellettuali turchi, che si chiedono cosa sarebbe accaduto se tutto ciò fosse stato vero. I due schermi divisi rappresentano, forse, la dicotomia fra finzione e reale, fantascientifico e documentario; irrazionale e razionale, tradizionale e moderno, locale e globale. Ma forse è ancora più interessante, il passaggio impercettibile tra questi concetti opposti anche nei video proiettati sui singoli schermi. Il film nonostante i suoi elementi fantastici e la sua 'falsa' storia è utile a fare una panoramica sulla situazione politica turca di quel particolare periodo. Concludendo, secondo Ataman le due ricostruzioni della stessa vicenda usate, evidenziano il carattere di riproducibilità della storia stessa, anche se inventata.
