Isabella Rossellini & Colm Tóibín: Sull’Amore
di // pubblicato il 23 Giugno, 2011
“Le lettere d’amore che vivono nel breve spazio in cui sono state scritte e lette dovrebbero essere distrutte. […] Le lettere d’amore sono raramente gioiose, come se l’amore avesse più senso nella disperazione, nell’abbandono, nel dubbio, nei tormenti della gelosia. In questo senso forse le lettere d’amore hanno ragione, hanno una ragione, perché ci ricordano di emozioni svanite, impensabili nel tempo del cuore indurito e indifferente agli anni belli della nostra fragilità.”
Natalia Aspesi
Quest’anno il premio letterario Gregor von Rezzori è diventato Festival degli Scrittori e nel suo calendario ha brillato un evento davvero speciale, l’incontro tra l’attrice Isabella Rossellini e lo scrittore Colm Tóibín riuniti sul palco dell’Odeon di Firenze per un recital a due voci Sull’Amore. Consulenza di regia a cura di Volker Schlöndorff.
Accompagnati dalle note suadenti del violoncellista Francesco Dillon, i due interpreti d’eccezione hanno letto brani e epistolari di provenienza eterogenea, dando spessore umano e un’insospettata carnalità a figure tradizionalmente impolverate dalla Storia, come Antonio Gramsci, Napoleone Bonaparte o Giuseppe Garibaldi.
Aprendo con un brano di Italo Calvino, che diverte e fa riflettere descrivendo l’amplesso tra due tartarughe impegnate a sbattere le loro corazze alla ricerca di un contatto fecondo, il repertorio spazia senza ordine saltando qua e là tra epoche diverse, appeso solo al filo rosso del sentimento per antonomasia, a comporre un mosaico ideale dei mille volti dell’amore.

Lo struggimento della lontananza di James Joyce che da Trieste scrive alla compagna Nora Barnacle a Dublino, la passione travolgente di John Keats per Fanny Brawne così ben raccontata anche dal recente film di Jane Campion, il dolore dell’addio nelle righe di Manon Balletti perdutamente innamorata del libertino Giacomo Casanova e consapevole dell’impossibilità di afferrare l’oggetto dei suoi desideri.
Il momento forse più toccante, un brano da Un uomo di Oriana Fallaci interpretato con estrema partecipazione da Isabella Rossellini. Il racconto dell’attimo in cui la scrittrice davanti al corpo martoriato dell’amato Alekos Panagulis, deposto nel gelo di un cassetto frigorifero dell’obitorio, può lasciar infine fluire le sue emozioni, “…e finalmente il dolore."

Tra i testi originali letti in lingua inglese da Colm Tóibín una lettera di Oscar Wilde all’amato Bosey, mentre a Isabella Rossellini è affidata la missiva che il poeta Jean Cocteau indirizzava all’attore Jean Marais per diffidarlo da cattive frequentazioni, salvo confessare nelle ultime righe la sua sfrenata gelosia. Conferma al di là di ogni pregiudizio che l’Amore non ha sesso. L’incontro di spiriti affini può facilmente esser venato d’erotismo e dopo la condivisione dello spirito, insorgere naturale attrazione dei corpi indifferente alle convenzioni del mondo.

A volte le lettere d’amore fanno ridere. All’inizio della relazione con Rossellini, per altro ancora legato ad Anna Magnani, Ingrid Bergman era sempre sposata al primo marito.
Ingrid e Roberto non avevano una lingua comune, lei gli scriveva in inglese, lui comprendeva ma rispondeva in francese. L’attrice svedese rimproverava al regista la sua esuberanza italiana e la scarsa discrezione, lui rispondeva con un telegramma lapidario:
“Je t’aime vikinga!”
Piacevolmente esasperata lei usava l’ironia per comunicargli l’avvenuta distruzione del messaggio compromettente: “Je mangé le telegram!”
“Mi sono ingoiata il telegramma!” traduce Isabella sorridendo con la stessa ironia della madre. Un applauso spontaneo avvolge tutto il teatro echeggiante di risa.
Lo scandalo, per una gravidanza che non lasciava dubbi, arrivata prima del decoroso divorzio, procurò alla Bergman una condanna esplicita del Senato americano a la messa al bando da Hollywood. Poi, dopo cinque film e tre figli, Rossellini nel 1956 partì per l’India a girare un documentario, una lettera testimonia la sua nostalgia per l’amata Ingrid e i bambini, tutto il peso per la forzata lontananza dalla famiglia. Dieci mesi dopo tornò con una nuova compagna incinta e il matrimonio ebbe fine.

Frammenti di sentimenti privati, struggenti, a volte perfino ridicoli come solo l’amore sa esserlo, sentimento forte e travolgente che può spezzare l’esistenza o santificarla, elevare lo spirito o trascinare giù, nell’umiliazione delle carni. Forse per questa sua potenza primordiale è spesso fonte d’imbarazzo e noi lo nascondiamo, come a voler negare la vulnerabilità a cui i sentimenti ci espongono.
Quasi a voler esorcizzare appunto la vergogna di un sentimento che ci mette a nudo, lo spettacolo si conclude con il testo della canzone di Cole Porter Let's Do It, Let's Fall in Love (1928) letto in originale da Colm Tóibín, alternato alla traduzione italiana per la voce di Isabella Rossellini. Un invito esplicito e con una punta di malizia a lasciarsi andare trasportati dal sentimento, a innamorarsi, perché tutti lo fanno.
…l’Amore, s’intende.