Ironia al femminile
di // pubblicato il 04 Agosto, 2011
L'ultima fatica letteraria del noto scrittore Stefano Benni, s'intitola Le Beatrici, edito da Feltrinelli. Il libro raccoglie monologhi femminili per otto personaggi pittoreschi e particolari. Questi frammenti per teatro, il più lungo consta di una decina di pagine, sono inframezzati da due canzoni e sei poesie.
L'opera consiste nella trasposizione scritta dello spettacolo teatrale Le Beatrici con l'aggiunta di poesie dello spettacolo Apparizioni (informazioni contenute nella nota finale dell'autore).
Purtroppo questo è l'aspetto prevalente del libro, che dimostra una disgiunzione di fondo tra i vari testi raccolti e la mancanza d'unità narrativa. Del resto l'obiettivo dello spettacolo teatrale è quello di «mostrare che esistono giovani attrici italiane di talento e non necessariamente devono essere ingoiate dalla televisione». Questa critica è effettivamente rintracciabile in ogni monologo grazie a continui e taglienti riferimenti e giudizi negativi enunciati dagli otto personaggio contro la cultura televisiva italiana.
L'ironia è il marchio di fabbrica dell'autore ed ancora una volta è confermata nella sua produzione letteraria. La figura iniziale conferma e presenta il libro sotto quest'ottica. La nota Beatrice dantesca, emblema di grazia e sublimità femminile, è illuminata da luce dissacrante: in uno slancio di femminismo medievale, ella avoca il diritto di scegliere il proprio uomo e non quel nasone di Dante. Figura simbolica anche per il titolo, Beatrice al plurale, come se l'autore volesse, tingendo d'ironia la figura poetica femminile per antonomasia, ammantare con uno sguardo ironico gli altri personaggi femminili.
Ma una certa ridondanza coglie lo stile dello scrittore. Quasi ogni personaggio è caratterizzato da una battuta particolare che viene ripetuta più volte e ripresentata alla fine del monologo. Un artificio che funziona, ma se applicato più volte può stancare il lettore.
Una menzione particolare, tuttavia, merita il personaggio della Vecchiaccia, non per altro è il monologo più lungo, per i suoi ironici cambiamenti d'umore: ella passa continuamente dagli stupendi ricordi della giovinezza alle sofferenze della vecchiaia, fino a mescolare il tutto in un delirio finale. Emblema della società occidentale contemporanea che dovrà sempre più fare i conti con la sua “anzianità”: «Io non ho età, sono come la mia dentiera, rido e digrigno in un corpo che non è mio, che è troppo diverso dalla mia anima, la mia anima non fa questa puzza, sa di mare la mia anima».