Io sono l’Amore
di // pubblicato il 02 Aprile, 2010
Io sono l’Amore è la storia di una rinascita, il ritorno alla luce di un’anima perduta, venduta a un mondo di pura materialità, che risvegliata dall’amore trova il suo riscatto pagando però un prezzo molto alto.
In una Milano odierna, meravigliosa sotto una candida coltre di neve, la ricca famiglia Recchi proprietaria di una prestigiosa industria tessile si trova riunita per il compleanno dell’anziano patriarca fondatore dell’azienda di famiglia Edoardo Recchi Senior, che proprio quella sera annuncia di voler passare il testimone nella gestione delle attività al figlio Tancredi e al nipote Edoardo Junior.
Le sequenze iniziali sono anche occasione per esplorare il mondo lussuoso di villa Recchi, circondata da un parco con portiere e posto di guardia all’ingresso, mobili antichi, posate luccicanti e i capolavori di Giorgio Morandi alle pareti. In mezzo a tutto ciò, come estrema proprietà di lusso del capo famiglia Tancredi la bellissima moglie russa Emma, interpretata da una grande Tilda Swinton che recita la sua parte in italiano e in russo. Più volte nel corso del film si vede emblematicamente il suo corpo vestito o spogliato dagli altri come un oggetto prezioso di cui avere cura. Scelta dal marito per la sua bellezza, con il concepimento dei suoi tre figli, Edoardo Jr, Elisabetta e Gianluca, la donna ha degnamente esaudito il suo ruolo di genitrice di eredi per la ricca casata e quando il marito Tancredi la aiuta a indossare i gioielli per la festa, indiscutibilmente quei braccialetti appaiono come le catene che tengono Emma ancorata a quella vita che non le appartiene, come il nome datole dal marito in sostituzione del suo russo, impronunciabile e ormai dimenticato, imprigionata nel ruolo di moglie e madre da esposizione.
Proprio la sera del compleanno del nonno, Edoardo Jr è battuto in una competizione sportiva da un giovane cuoco con cui fa amicizia, Antonio Biscaglia, con gran disappunto degli uomini dell’intera famiglia che non contemplano la possibilità di una mancata vittoria. Entusiasta del talento culinario dell’amico, il giovane Edoardo progetta con lui l’apertura di un ristorante da gestire in società proprio mentre l’incontro tra Antonio, cuoco di famiglia contadina, elemento estraneo e destabilizzante rispetto all’universo lussuoso dei Recchi, e la ricca dinastia industriale porterà a una reazione imprevedibile, alterando gli equilibri dell’intera famiglia.

Luca Guadagnino con Io sono l’Amore punta in alto senza false modestie e senza paura di apparire pretenzioso ha il coraggio di aspirare ad un cinema di classe superiore, il film è ricco di riferimenti all’universo filmico del passato. Il pedinamento in primo piano dello chignon di Tilda Swinton per le strade assolate di Sanremo riporta inevitabilmente la memoria a La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock, la scelta grafica retrò dei titoli di testa insieme al carattere stile fascista delle didascalie a tutto schermo che appaiono nel corso della vicenda, complice forse anche l’architettura di certi palazzi, evoca film come Il conformista di Bernardo Bertolucci e la tragedia nel suo scorrere glaciale ricorda certo cinema di Luchino Visconti, da La caduta degli dei a tutti gli altri gruppi di famiglia in interni.
In un’Italia attuale priva di ogni valore etico ed estetico, la scelta controcorrente di adottare uno stile lontano dalla mediocrità diventa gesto eversivo e rivoluzionario, con una classe e un’eleganza davvero d’altri tempi Guadagnino segue i suoi personaggi con estremo pudore, gli accadimenti spesso avvengono fuori fuoco o addirittura fuori campo, è l’antitesi del vouierismo diffuso che nella nostra società televisiva ha contagiato tutti alimentando morbose curiosità, mercificate attraverso certi programmi televisivi e certa stampa che alimentano il vuoto più profondo. In questo il film ha una forte valenza politica.

Io sono l’Amore è fatto di contrapposizioni, tra l’inverno maestoso della città innevata di bianco e l’estate calda e luminosa della campagna, tra la materialità del profitto e l’etica della responsabilità verso il sostentamento dei propri dipendenti, tra il prestigio di un antico marchio e le speculazioni del mercato globale, tra l’asettica freddezza delle convenzioni e la carnale potenza eversiva della passione. Spesso la pellicola è pervasa da una sorta di sottotesto che suggerisce valenze profonde senza renderle esplicite. Così non è un caso se quando Emma entra nel bar dalla radio risuona I giardini di Eros con la voce indimenticabile di Giuni Russo o se quando si trova in camera da letto col marito Tancredi in tv sta passando la scena di Philadelphia di Jonathan Demme in cui Tom Hanks fa ascoltare a Denzel Washington il suo brano d’opera preferito, tratto dall’Andrea Chenier e intitolato non a caso La mamma morta.

Meravigliosa anche la sequenza in cui un uccello imprigionato sotto la volta di una cappella del cimitero sbatte da una finestra all’altra rendendo tangibile il travaglio di un’anima che affonda tra contrastanti stati d’animo, in lotta per la riconquista della sua libertà. La narrazione è affidata prevalentemente alla forza evocativa delle immagini e alla recitazione fatta di sguardi e movimenti dei corpi, per cui i dialoghi diventano quasi superflui, spesso ridotti a poco più che monosillabi. Perfino nelle scene in cui la madre Emma dialoga col figlio primogenito Edoardo in lingua russa, l’assenza dei sottotitoli è perfettamente giustificata, come accade nel cinema migliore tutto contribuisce alla narrazione e non è necessaria una traduzione letterale delle parole. Io sono l’Amore ha il coraggio di non spiegare fino in fondo situazioni e svolgersi degli eventi, lasciando alla sensibilità e all’intelligenza dello spettatore la possibilità di scandagliare i sentimenti attraverso la codifica dei messaggi visivi. In un cinema attuale che tende a esprimere palesemente ogni risvolto della storia, evidenziando una sfiducia nelle capacità di comprensione dello spettatore, questa è una qualità molto rara che rende il film libero da mode temporanee e attraverso una maggior universalità espressiva lo consegna di diritto alla storia del cinema.

In questo senso ad esempio il personaggio di Edoardo comunica nel linguaggio del corpo, con gli abbracci ripetuti all’amico Antonio e la complicità linguistica con la madre Emma, i suoi amori segreti fatti forse anche di naturali pulsioni inconfessabili, così nello svolgersi del dramma i suoi sentimenti saranno doppiamente traditi. Allo stesso modo il personaggio di Elisabetta, figlia di Emma, è come la madre, l’unica figura che ha il coraggio di vivere controcorrente e non è un caso se sul finale sarà proprio la giovane Eva, fidanzata di Edoardo in odore di arrampicamento sociale e cinico arrivismo, a chiamarla indietro per impedirle di sfuggire la gabbia dorata incarnata dalla famiglia Recchi.
In una confezione sublime ed elegante, Io sono l’Amore spesso affida la descrizione degli stati d’animo dei personaggi e delle tensioni presenti nell’aria a piccolissimi dettagli impercettibili. Come quando la cameriera con la punta di un tovagliolo va a correggere un’inaccettabile imperfezione nel vassoio di una portata, o quando Emma uscendo in fretta da una libreria porta via con sé il libro che aveva in mano e lo stringe al petto come uno scudo, che la difenda dalla paura delle sue pulsioni interiori che pretendono soddisfazione. La presenza nel cast di Gabriele Ferzetti e Marisa Berenson, rappresentanti di quel cinema magnifico a cui hanno partecipato in prima persona e incarnato da nomi come Luchino Visconti, Stanley Kubrick e Michelangelo Antonioni tra gli altri, regala una nota di nobiltà in più all’intera pellicola.

Presentato con successo all’ultima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2009, Io sono l’Amore rappresenta l’esordio nel mondo delle colonne sonore per il musicista statunitense John Adams, vincitore nel 2003 del premio Pulitzer per la composizione del requiem dedicato alle vittime dell’11 Settembre, nel film sono stati utilizzati brani delle sue opere liriche Nixon in China, El Nino, Shakerloops, Death of Klinghoffer e Century Rolls.
La produzione ha raccontato di aver avuto molte difficoltà a finanziare il progetto, in un sistema produttivo subordinato alla fruizione televisiva ogni diversità è temuta e mal accettata. Alla fine il film è stato realizzato con l’impegno finanziario diretto dei protagonisti e di tutte le persone coinvolte, che sempre e assolutamente hanno messo al primo posto la qualità. Lo splendore del risultato parla dallo schermo direttamente all’anima.