Io voglio stare qui

di Federica Pera // pubblicato il 24 Ottobre, 2012

C’era una volta un paesello situato su una piccola altura, popolato da gente operosa, dedita all’agricoltura e fortemente attaccata alla propria terra. Tanto da non volerla abbandonare neanche nel giorno in cui tutto è stato raso al suolo da uno dei drammi più catastrofici della terra dalle tre punte diamantine. Nel gennaio del 1968 il ventricolo sinistro del cuore siciliano, racchiuso tra Palermo, Agrigento e Trapani, ha iniziato a battere convulsamente e il suo progresso è stato inarrestabile. Così Gibellina è stata devastata. Non irrimediabilmente, perché la sua memoria persevera, sempiterna, nel sudario di cemento sorto sulle rovine grazie a un celebre artista, mentre un’altra Gibellina è stata costruita ex novo a circa 20 km dal sito antico.
Chiesa Madre a Gibellina Nuova
Il sindaco Ludovico Corrao aveva notato come la ricostruzione di Gibellina fosse stata affidata a progetti nazionali estranei all’identità e alle peculiarità antropologiche del territorio, così pensò di “umanizzare” la cittadina ricorrendo all’operato di artisti di fama mondiale, che realizzarono sculture e installazioni pensate come spazi urbani da vivere e non da contemplare come pezzi museali. Al suo appello risposero Pietro Consagra, Mario Schifano, Andrea Cascella, Arnaldo Pomodoro, Mimmo Paladino, Franco Angeli, Leonardo Sciascia e molti altri. Alberto Burri fu l’autore del Cretto nella vecchia Gibellina. Egli, noto esponente dell’Informale materico, tradusse in un imponente intervento di Land Art la sua poetica orientata all’utilizzo e alla manipolazione di materiali di vario tipo, come legni, sacchi, plastiche, ferri. Realizzò anche un intero ciclo di Cretti, opere in acrovinilico su cellotex che riproducono aree fangose percorse da spaccature nette e labirintiche, come quelle del Grande Cretto di Gibellina.
Grande Cretto di Gibellina.
In pochi conoscono Gibellina, una città che prima del terremoto non compariva neanche sulla cartina geografica. Molti la confondono con un santuario nei pressi di Cefalù (Pa) o con lo Stretto che mette in comunicazione l’Oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo, mentre chi la conosce spesso solleva polemiche legate all’innesto del nuovo in una terra da sempre “irredimibile” ed eternamente radicata nel limbo di arcaiche tradizioni, architetture e costumi. Gli stessi abitanti della città guardano all’enorme sfera liscia della Chiesa Madre progettata da Ludovico Quaroni storcendo il naso. E le ampie vie della nuova Gibellina sono sovente deserte. Luminose ma sole e tanto simili ai quartieri residenziali di città americane.
Grande Cretto di Gibellina.
Il Cretto è già visibile lungo il tragitto, attraverso i tornanti d’asfalto sdrucciolevole che serpeggiano tra le colline limitrofe a Gibellina antica, poco dopo aver superato le cappelle del cimitero che si addossano l’une sulle altre tra funerei cipressi. Qui la vegetazione sembra infischiarsene di strade e cemento perché avvolge e svetta su ogni cosa. Eccolo qui il tappeto di cemento bianco, ampio quasi quanto l’intero abitato di un tempo. E’ stato realizzato grazie all’intervento dell’esercito, che ha distrutto le macerie e le ha poi ricompattate in blocchi omogenei di circa un metro e sessanta, percorsi da fenditure di 2-3 metri; l’opera ricalca le strade e gli isolati antichi ed è percorribile.
Grande Cretto di Gibellina.
Mi infiltro nei suoi ripidi meandri e in silenzio ricordo le voci che risuonavano tra i ruderi della città in un servizio Rai del ’68 sul terremoto: “C’è qualcuno?”, “C’è nessuno??!”. “Forza ragazzi, forza!.” Mentre salgo su e giù per le vie labirintiche della dura coltre mi chiedo qual è il punto esatto in cui si è compiuto il prodigio del ritrovamento di una bambina ancora viva, pur tra le case in tufo ridotte a polvere e sangue. Nonostante lo scenario apocalittico gli abitanti si accampavano lì, irremovibili a dispetto degli schiaffi del vento che assaltava furente una zona dove il mare non poteva giungere a mitigarne il clima; un’anziana signora diceva:”Vugliu stari cca iu, picchì mi piaci ndra ‘nni mia. E si moru, moru indra ‘nni mia. E basta.”(“Io voglio stare qui, perché mi piace stare a casa mia. E se muoio, muoio a casa mia. E basta.”)
Grande Cretto di Gibellina.
Cammino e c’è solo silenzio, tanto silenzio in uno spazio immenso dove il vento ulula mentre in alto pesanti nuvoloni cinerei corrono nel cielo azzurro. In quel tempo accorsero soccorsi da ogni parte della Sicilia e una ragazzina chiese al padre, rientrato da Gibellina dopo aver prestato soccorso alle vittime, di raccontare cosa avesse visto. Il padre tacque e non aprì bocca per giorni, perché aveva assistito a uno strazio indicibile.
Grande Cretto di Gibellina.
Mi accorgo che Burri ha portato a compimento lo scopo che si era prefissato con il suo intervento di Land Art: ideare un percorso di riflessione sulla perdita, sul vuoto e sul valore della vita umana, facendoci avvertire la sensazione di essere solo formichine brulicanti nel labirinto della memoria, la cui spettralità contrasta con amene e intense suggestioni paesaggistiche ed è proprio per questo più acuta e urlante. Con il Cretto la città di Gibellina continua a vivere nel luogo in cui è sorta e a eternare il viscerale desiderio di attaccamento alla terra dei suoi abitanti. Decisamente più di una semplice colata di cemento.

 

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Chiesa Madre a Gibellina Nuova
    Panoramica
    (© 2012 Federica Pera)
  2. Grande Cretto di Gibellina.
    Panoramica
    (© 2012 Federica Pera)
  3. Grande Cretto di Gibellina.
    Interno
    (© 2012 Federica Pera)
  4. Grande Cretto di Gibellina.
    Panoramica
    (© 2012 Federica Pera)
  5. Grande Cretto di Gibellina.
    Panoramica
    (© 2012 Federica Pera)
  6. Grande Cretto di Gibellina.
    Panoramica
    (© 2012 Federica Pera)

In copertina:
Grande Cretto di Gibellina.
Panoramica
(© 2012 Federica Pera)

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