Invictus - L’invincibile
di // pubblicato il 12 Marzo, 2010
Confesso che non sono mai stato un appassionato di Stranieri dagli occhi di ghiaccio o dello sbrigativo Ispettore Callaghan, perciò non ho mai apprezzato la carriera d’attore di Clint Eastwood, ma quando nel 1988 attirato da ottime recensioni e dalla Palma d’Oro a Cannes per la miglior interpretazione maschile al protagonista Forrest Whitaker andai a vedere Bird, struggente e partecipe biografia del grande jazzista Charlie Parker per la regia di Clint Eastwood, mi fu subito chiaro che l’attore di tanti western e film d’azione si era trasformato in un Autore con la lettera maiuscola. I ritratti dolenti di un’umanità sconfitta che ci ha regalato negli ultimi anni attraverso film indimenticabili come Million dollar baby, Mystic River o Gran Torino confermano la mia intuizione ed esprimono la sua rara capacità di rappresentare gli ultimi con una toccante carica di pietas umana.
Più attivo che mai nonostante gli ottant’anni compiuti il vecchio Clint è tornato con un altro film di notevole valore, il suo trentesimo da regista, Invictus - l’invincibile. La pellicola deve il suo nome al titolo di una poesia di William Ernest Henley che Nelson Mandela, detenuto nel Sudafrica razzista dell’apartheid, leggeva nei momenti difficili in cui desiderava solo lasciarsi andare, per resistere e non mollare, interrompendo la battaglia per la conquista di un paese finalmente libero dalla segregazione razziale.
“Dal profondo della notte che mi avvolge, buia come il pozzo che va da un polo all’altro, ringrazio tutti gli dei per la mia anima indomabile. Nella morsa delle circostanze, non ho indietreggiato, né ho pianto. Sotto i colpi d’ascia della sorte, il mio capo sanguina, ma non si china. Più in là, questo luogo di rabbia e lacrime incombe, ma l’orrore dell’ombra, e la minaccia degli anni non mi trova, e non mi troverà, spaventato. Non importa quanto sia stretta la porta, quanto pieno di castighi l’esistere, io sono il padrone del mio destino: io sono il capitano della mia anima.”

Tratto dal libro di John Carlin Playing the enemy, tradotto in Italia Ama il tuo nemico, Invictus racconta un momento cruciale nella vita del Sudafrica e del suo presidente Nelson Mandela quando, dopo esser stato eletto dalla maggioranza nera nelle prime consultazioni libere subito dopo la fine dell’apartheid, si è trovato tra le mani un paese lacerato da divisioni razziali e sull’orlo della guerra civile tra bianchi e neri. In questo clima la nuova Commissione Sportiva Nazionale voleva abolire la squadra di rugby degli Springboks perché simbolo del regime razzista del passato, ma la lungimiranza di Mandela ha permesso di usare lo sport per iniziare a ricomporre lo strappo nella società civile che le violenze del passato avevano generato.
Comprendendo che gli Springboks godevano già del tifo dei bianchi il nuovo presidente ha imposto alla squadra di andare nelle periferie più degradate a insegnare ai ragazzini neri di strada il gioco del rugby, così in vista dei mondiali del 1995 che si sarebbero svolti in Sudafrica anche i neri hanno iniziato a tifare la squadra nazionale trovando un primo punto di contatto con gli ex aguzzini bianchi di cui diffidavano. La forza di un’idea e la determinazione nel perseguire l’obiettivo, dimostrano nei fatti realmente avvenuti la forza unificante dello sport quando è vissuto senza fanatismi. L’inno nazionale della popolazione nera Nkosi Sikelei iAfrika (Dio benedica l’Africa) è stato adottato per il torneo accanto all’inno della minoranza bianca Die Stem (La voce del Sudafrica).

Invictus è un film epico dove lo sport resta sullo sfondo perché sono gli uomini con i loro ideali e la capacità di un leader unico di cambiare la storia i temi centrali che interessano al regista, Morgan Freeman è incredibile nel ruolo del presidente Nelson Mandela che anni fa in un’intervista alla domanda quale attore avrebbe potuto interpretarlo sullo schermo fece senza titubanza il nome dell’attore americano, investendolo indirettamente di questa responsabilità. Da anni infatti Morgan Freeman e la sua socia Lori Mc Creary lavoravano alla riduzione cinematografica della biografia del leader sudafricano, A long walk to freedom (La lunga strada per la libertà), ma l’impossibilità di condensare in una sceneggiatura la mole di eventi da raccontare li stava facendo rinunciare al progetto proprio quando si sono imbattuti nel libro di John Carlin. Il racconto della finale di rugby nei mondiali del 1995 ha suggerito un taglio diverso attraverso cui affrontare il ritratto del carismatico leader sudafricano prendendo in considerazione un arco temporale di un solo anno.

Matt Damon è bravissimo nel ruolo del capitano della squadra Francois Pienaar, semplice giocatore che si è trovato suo malgrado trasformato in un simbolo di unità nazionale. La storia della nascita della nazione arcobaleno voluta dal suo presidente Mandela è diventata esempio unico per il mondo intero. Dopo anni d’isolamento in cui il Sudafrica era boicottato ed escluso dalle manifestazioni internazionali per la sua politica di segregazione razziale, il nuovo leader ha saputo mettere da parte il rancore per chi l’ha costretto in una piccola cella per 27 anni della sua vita, quella che appare nel film è la vera cella nel carcere di Robben Island in cui Mandela fu rinchiuso, e insegnare a tutti il valore universale della riconciliazione.
Appena insediatosi nel palazzo presidenziale Mandela ha chiesto con umiltà l’aiuto di tutti gli impiegati che lavoravano per il suo predecessore il presidente De Klerk convinti che il nuovo corso li avrebbe spazzati via, chiedendo loro di continuare a ricoprire quei posti lavorando insieme per un paese nuovo. Alla sua squadra di guardie del corpo di colore, ex attivisti dell’ANC (African National Congress) impegnati da sempre a contrastare le leggi razziali del vecchio stato, che chiedevano rinforzi il neo presidente ha affiancato ex poliziotti bianchi dello Special Branch, braccio esecutivo delle violenze perpetrate dal regime di De Klerk, costringendo i due gruppi a superare ogni diffidenza per collaborare insieme costruendo fiducia reciproca nella necessaria convivenza.

Il presidente Nelson Mandela sapeva che le sue guardie del corpo erano la parte più visibile del suo staff e perciò dovevano dare l’esempio all’intera popolazione del Sudafrica, ma l’esempio prezioso che il nuovo stato arcobaleno ha dato al mondo intero è stato l’adozione del perdono come arma potentissima.
Attualizzando l’antica pratica tribale dell’Ubuntu è stata costituita la Commissione per la Verità e la Riconciliazione che è andata in giro per tutto il Sudafrica per anni, di villaggio in villaggio, a celebrare processi dove le vittime di violenze raccontavano pubblicamente e davanti ai loro carnefici ciò che avevano subito, con i torturatori bianchi che confessavano i loro crimini chiedendo perdono, alla fine delle udienze gli animi erano placati dalla forza rivoluzionaria del perdono. Gli abusi seppur condannati non hanno dato luogo a nessuna pena da scontare, ma il catartico riconoscimento delle colpe da parte degli aguzzini ha dato alla coscienza di ogni colpevole il peso del rimorso alleggerendo l’anima delle vittime da ogni rancore e desiderio di vendetta, rappresentando un caso unico nell’intera storia dell’umanità.

Altri Stati sono passati da regimi totalitari alla democrazia e molte volte si è scelto lo strumento dell’amnistia per chiudere i conti col passato, ma solo l’intelligenza di Nelson Mandela ha pienamente realizzato la pacificazione degli animi perché ha capito che il perdono doveva avere un prezzo, non poteva essere regalato, doveva essere guadagnato per poter avere un valore. Penso alla storia dell’Argentina, dove ancora oggi tante madri non hanno notizie dei loro figli scomparsi e combattono per rintracciare i nipoti sottratti loro e adottati dai militari, spesso costrette a braccare sotto casa i carnefici ancora impuniti. Oppure alla Spagna dove il passaggio dalla dittatura di Franco alla monarchia costituzionale di Juan Carlos ha evitato spargimenti di sangue ma non ha saputo sanare profonde ferite sociali generate dalle disparità, recentemente tante famiglie di comunisti perseguitati dal regime stanno vincendo cause legali contro ex fascisti per riottenere i beni loro confiscati. Persino in Italia l’amnistia voluta da Togliatti nel 1946 per i crimini di guerra fascisti ha costretto alla convivenza forzata delle parti contrapposte senza veramente rimuovere i rancori dagli animi che, attraverso gli anni di piombo, sono giunti ancora vivissimi ai giorni nostri e spesso esplodono, magari proprio allo stadio, nella violenza strisciante interna alla nostra società.