Inside job

di Andrea Mancaniello // pubblicato il 11 Novembre, 2011

Inside job di Charles Ferguson, premio Oscar per il miglior lungometraggio documentario 2010, non è solo efficace nel rendere comprensibile anche all’uomo della strada intrecci complessi che corrono sotterranei alle nostre società, ma soprattutto è un sano moto d’intolleranza e notevole esempio d’impegno civile.

Strutturato in quattro parti precedute da un’introduzione, il film analizza e racconta la genesi della crisi economica del 2008 legata alle speculazioni sul mercato immobiliare statunitense, la più grave dai tempi del crollo di Wall Street nel ’29. Come è nata, chi e cosa l’ha prodotta, perché?
Ma soprattutto cosa possiamo fare per uscirne dato che ci stiamo ancora tutti dentro?

L’introduzione fa un passo indietro fino agli anni ’80 quando sotto la presidenza Reagan iniziò la deregolamentazione del mercato. L’ex-attore presidente fece abolire leggi che regolavano il mercato finanziario fin dalla Grande Depressione e che avevano dato quarant’anni di prosperità agli Stati Uniti, col pretesto che fossero un freno per lo sviluppo economico.
Chissà se la sua incapacità nel comprendere i danni che il liberismo senza regole avrebbe generato ha una qualche relazione col fatto che anche lui veniva dal mondo dello spettacolo?

All’inizio degli anni ’90 in violazione delle leggi vigenti, prontamente abolite da una classe politica compiacente, nacquero da una serie di fusioni quei pochi colossi finanziari che manovrano oggi l’intera economia del pianeta. Le banche videro di buon occhio l’operazione perché quando le cose si mettono male gli Stati, per salvare l’economia, giungono sempre in soccorso di grandi realtà con forti iniezioni di denaro pubblico.
Alla fine della Guerra Fredda tanti ingegneri militari iniziarono ad applicarsi al settore finanziario creando i famigerati Strumenti derivati, spacciandoli come mezzo per rendere più sicuro il mercato ma di fatto spianando la strada a comportamenti predatori che resero possibile ogni genere di speculazione.

L’avidità divenne appetito primario degli operatori di Wall Street dalle cui azioni sono dipese gran parte delle catastrofi economiche di questi anni. Kristin Davis, meglio conosciuta come Madame, era a capo di un ambiente che forniva cocaina e prostitute agli analisti finanziari di New York e Jonathan Alpert, psicoterapeuta di Manhattan che ha molti di questi signori tra i suoi clienti, li definisce impulsivi e amanti del rischio.
Il problema è che i nuovi giocattoli speculativi consentivano di rischiare il denaro altrui.
Queste due testimonianze sono utili a comprendere la psicologia di certi broker. Esperimenti condotti da importanti neurologi hanno evidenziato, attraverso risonanza magnetica, come tali individui, partecipando a un gioco con in palio denaro, quando vincono stimolano la parte del cervello che è la stessa su cui agisce la cocaina. L’azzardo, ancor più senza rischi personali, diventa droga e dà dipendenza.

Spesso il mondo degli affari ruota su valori del tutto virtuali, a volte lo è perfino il denaro che muove ma non le conseguenze dei movimenti, e la valutazione delle agenzie di rating, che non si sa bene su quali basi decidano l’affidabilità di titoli, aziende e perfino Stati, creano pesanti meccanismi di manipolazione del mercato. Finanziate dalle banche che vendevano prodotti derivati ad alto rischio, le tre maggiori agenzie [Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch] classificavano questi prodotti “avvelenati” con tripla A, cioè investimenti sicuri a basso rischio e alto rendimento. In tribunale quando sono emersi i problemi, i loro rappresentanti si sono difesi dicendo che le valutazioni espresse erano solo “opinioni”.
Mentre vendevano titoli “avariati” contemporaneamente le banche scommettevano sulla loro rovina, è lo stesso meccanismo per cui si declassa l’affidabilità dello Stato italiano e si fanno milioni di dollari scommettendo sul suo fallimento. Politici antiquati che non conoscono altri mezzi per uscire da questo gioco perverso, aumentano il debito pubblico che tanto poi sarà la collettività a dover pagare.
Nonostante le promesse di riforma persino il presidente Obama è ostacolato dagli uomini di Wall Street che gli hanno finanziato la campagna elettorale e dalla presenza nel suo staff di alcuni dei maggiori responsabili della stessa recessione, confermati in cariche che ricoprivano anche sotto la precedente amministrazione.

Gli aiuti tra Stati davanti alle difficoltà non sono mai disinteressati e a fondo perduto, perciò non può stupire la decisione del governo turco di rifiutare ogni aiuto straniero offerto per fronteggiare il recente terremoto in Anatolia centrale.
Ad Haiti dopo due anni dal terremoto non è ancora iniziata la ricostruzione, i milioni di dollari stanziati sono bloccati dalla burocrazia e dall’avidità delle nazioni “soccorritrici” che pretendono in cambio appalti per le loro aziende.
Meccanismi come questo erano ben noti a uomini come Thomas Sankara, primo presidente del Burkina Faso, quando rifiutò apertamente il denaro offerto al suo paese dal Fondo Monetario Mondiale; facendo appello solo alle risorse interne riuscì ad assicurare due pasti e dieci litri d’acqua al giorno ad ogni cittadino. Un esempio pericoloso a cui ha posto fine un sicario appoggiato da Francia e Stati Uniti, Blaise Compaoré attuale presidente burkinabé, uccidendolo il 15 ottobre 1987 e facendo ripiombare il paese nella povertà. Stessa sorte subita da Salvador Allende che con la sua politica comunista portava il Cile verso la prosperità e l’indipendenza economica dagli Stati Uniti. Al di là di ogni ideologia, questa è la colpa che ne decretò l’eliminazione.

Impianto tradizionale, che alterna abbondanti interviste a momenti riassuntivi utili a non perdere il filo, Inside job ha una struttura lineare senza l’istrionismo di un Michael Moore che ha fatto della sua ironia caustica un personale marchio di fabbrica; immagini patinate in una fotografia sontuosa, ritmo cadenzato al servizio della divulgazione di fatti e informazioni che spesso non trovano agevolmente la via per raggiungere la pubblica opinione, il film è diventato manifesto della protesta non violenta contro i responsabili della crisi. Lo slogan ormai famoso del "noi siamo il 99%" è uno dei discorsi più significativi presenti nel film e a giudicare dalla mobilitazione di comuni cittadini americani accampati sotto la Borsa di New York, l’invito finale a operare tutti per il cambiamento non è caduto nel vuoto.

 

Dettagli

Didascalie immagini

In copertina:
Timothy Geithner
nel 2008 era presidente della Federal Reserve
(© 2010 Economic Crisis Film LLC)

- Locandina italiana
- Banchieri d’altri tempi, oculatamente rischiavano
  solo il proprio denaro
- Il giudice incalza i vertici della Goldman Sacks,
  incapaci di comprendere responsabilità di loro
  comportamenti formalmente corretti
- Kristin Davis e Jonathan Alpert, “professionisti”
  al servizio di Wall Street
- Alcuni luoghi del film: Dipartimento del Tesoro,
  Manhattan, una fabbrica in Cina, “villaggio” di
  nuovi senzatetto in California
- Alcuni volti: Daniel Alpert, Andrew Sheng,
  Gillian Tett, Frank Partnoy, Robert Gnaizda,
  Dominique Strauss-Kahn, Charles Morris,
  David Mc Cormick, Christine Lagarde,
  George Soros, Joanna Xu, Scott Talbott

© 2010 Economic Crisis Film LLC

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Inside job
  • Regia: Charles Ferguson Con: William Ackman, Daniel Alpert, Jonathan Alpert, Sigridur Benediktsdottir, Willem Buiter, John Campbell, Patrick Daniel, Satyajit Das, Kristin Davis, Martin Feldstein, Jerome Fons, Barney Frank, Robert Gnaizda, Michael Greenberger, Eric Halperin, Samuel Hayes, Glenn Hubbard, Simon Johnson, Christine Lagarde, Jeffrey Lane, Andrew Lo, Lee Hsien Loong, Andri Magnason, David Mc Cormick, Lawrence Mc Donald, Harvey Miller, Frederic Mishkin, Charles Morris, Frank Partnoy, Raghuram Rajan, Kenneth Rogoff, Nouriel Roubini, Andrew Sheng, Allan Sloan, George Soros, Eliot Spitzer, Dominique Strauss-Kahn, Scott Talbott, Gillian Tett, Paul Volcker, Martin Wolf, Joanna Xu, Gylfi Zoega
  • Sceneggiatura: Charles Ferguson
    con Chad Beck e Adam Bolt
  • Fotografia: Svetlana Cvetko, Kalyanee Mam
  • Musica: Alex Heffes
  • Supervisione musica: Susan Jacobs
  • Montaggio: Chad Beck, Adam Bolt
  • Produzione: Charles Ferguson e Audrey Marrs in associazione con Kalyanee Mam e Anna Moot-Levin per Representational Pictures in associazione con Screen Pass Pictures
  • Genere: Documentario
  • Origine: USA, 2010
  • Durata: 104’ minuti