Incontro stampa per l’uscita del film L’uomo che verrà di Giorgio Diritti

di Andrea Mancaniello // pubblicato il 22 Gennaio, 2010

In occasione dell’anteprima per la stampa organizzata dalla Mediateca Regionale Toscana Film Commission del bellissimo film di Giorgio Diritti L’uomo che verrà, nelle sale italiane da oggi, abbiamo incontrato il regista insieme alla cosceneggiatrice Tania Petroni e il produttore associato Simone Bachini di Aranciafilm. Il film racconta il mondo contadino alle pendici del Monte Sole, sull’Appennino tosco emiliano nell’arco dei nove mesi di una gestazione, quella appunto dell’uomo che verrà, dal dicembre 1943 all’ottobre del ’44 in cui avvennero i fatti sanguinosi passati alla Storia come la strage di Marzabotto.
Potete trovare recensione del film nella rubrica Emozioni Visive, questa è una sintesi dell’incontro e di ciò che è stato detto.

Giorgio Diritti, regista e produttore del film

- Che valore ha oggi nel 2010 affrontare il tema della guerra?
- Un valore importantissimo secondo me, perché purtroppo la guerra c’è ancora, è presente non in casa nostra ma vicino, il mondo è molto più piccolo di quanto si pensi, la guerra può arrivare nel nostro cortile senza che ce ne accorgiamo. Inoltre da un punto di vista generale credo in un’educazione a un senso di non-conflitto e quindi alla pace e alla convivenza civile. Parlar di queste cose aiuta credo a riscoprire il valore della vita, aiuta a sentire qual è l’obiettivo della vita.

- Il film ha un punto di forza nell’interpretazione della bambina protagonista, è stato difficile dirigere la piccola Greta Zuccheri Montanari considerando anche che il suo personaggio non parla mai?
- Per fortuna lei ha una grande intensità di sguardo, è straordinaria per le caratteristiche che ha in sé, è stata ricercata con grande attenzione, così magrina con quest’aria così, in certi momenti ancora bambina in altri già quasi adulta nello sguardo. Questo perché poi il film porta a questa dimensione, da un lato c’è l’innocenza e la curiosità infantile dall’altro c’è una quasi necessaria presa di coscienza della realtà e un salto di sguardo in una dimensione più adulta.

- Quanto è stata difficile la ricerca della bambina per il ruolo della protagonista Martina?
- Abbiamo visto centinaia e centinaia di bambini, anche perché al di là di lei nel film sono coinvolti più di ottanta bambini, ne avremo visti cinquecento o forse anche di più perché si cercavano delle fisionomie particolari con un’attinenza a quel periodo storico e invece il giorno d’oggi propone dei bambini paffutelli, spesso obesi, con i denti tutti bianchi e splendenti e quindi è stato un lavoro delicato ma penso ben riuscito.

- Una cosa che colpisce vedendo L’uomo che verrà è l’assenza di odio tra le parti in lotta, paradossalmente non sembra quasi un film di guerra, è una scelta voluta?
- Era una delle mie volontà riuscire a raccontare questo evento non in una logica bellica dove ci son dei presunti buoni da una parte, dei presunti cattivi dall’altra e non era neanche l’idea di fare solo un film storico. Certamente toccava una pagina importante della storia d’Italia, drammatica e di grande dolore, però era importante fare questo con uno sguardo che portasse ad altro, che portasse al presente e a una riflessione più ampia rispetto alla guerra e alla dimensione della violenza.

- Questo sembra un film intriso dal senso del sacro, non solo quello religioso ma anche della natura, del lavoro, della fatica, poi sul finale il rastrellamento con un montaggio alternato alla preghiera, è d’accordo con questa considerazione?
- Ma, diciamo che ci sono elementi narrativi, scelte registiche e la realtà. Da un lato mi viene da dire che la vita è sacra, punto. Questo per un credente come per un non credente e questo valore per me è una delle cose importanti su cui il film vuole richiamare l’attenzione degli spettatori e di ognuno di noi. Cioè la difesa della vita è una cosa sacra. Inoltre in quel periodo la religione e la religiosità erano una cosa molto forte, molto sentita, era forse l’unica cosa che nel creare comunità dava un senso diverso alla quotidianità. Rispetto poi ai momenti della strage è veramente accaduto così. Penso che ognuno di noi in un momento di difficoltà, più o meno credente probabilmente si metterebbe in preghiera, nella paura che è normale avere e il desiderio magari di evitare quello che sembra arrivare addosso. Realmente allora la gente si è riunita in preghiera ed era un modo per stare insieme, fare comunità e questo d’altra parte si rapporta nel film con una contemporanea dimensione di violenza.

- Anche la scelta della lingua è un elemento importante, perché avete scelto di usare il dialetto?
- Si, era fondamentale per entrare in quel tempo secondo me, è stata una scelta pensata anche in scrittura ma su cui si è rimasti incerti fino a due settimane prima di girare. Poi in me è nata la convinzione che la ricostruzione storica che si stava facendo, le atmosfere, le facce erano tutte in una direzione di verità, di realismo totale per cui poi parlare in italiano sarebbe stato stonato, risultava non vero. La scelta linguistica aiuta a entrare di più in quell’atmosfera lì, ci dà la dimensione di tempo, ci avvolge e poi aiuta anche nella descrizione dei rapporti nella famiglia, le parole dette poco in un certo senso sono specchio di un modo di essere, anche nella piramide dei ruoli di potere nella famiglia o nella comunità più allargata. Per altro in alcuni punti l’italiano compare, è il rapporto col fascista dell’ufficio comunale o la lingua di dialogo coi tedeschi in alcuni momenti. E’ un modo anche per far sentire in un certo senso quanto queste persone erano comunque ignoranti, non in senso dispregiativo, nel senso che appunto erano contadini isolati, per farli sentire ancor di più attaccati alla terra da un lato ma anche distanti. Quindi in un certo senso ancora più indifesi se vogliamo, rispetto a quello che accadeva intorno a loro, quasi nell’incapacità di comprendere e di capire.

- Il rapporto con la gente del luogo durante la lavorazione com’è stato?
- Il rapporto è stato molto bello, quasi straordinario per la partecipazione della gente sul posto che ci ha aiutato in tutto. Il vento fa il suo giro e anche L’uomo che verrà sono due film fortemente caratterizzati da una condivisione col territorio e credo che in questo caso sia stato importantissimo, oltre a molti volti che vediamo, comparse che sono presenti, si è instaurato poi uno scambio, alcuni mobili, alcuni oggetti son stati dati, prestati o comprati dalle case, i vestiti… C’è una scena in cui si vede la balia quando nasce l’uomo che verrà, lei era la figlia della balia del paese, è venuta lì, ci ha dato tutte le bende, gli attrezzi, i catini, le cose di allora. Questo è l’esempio di una dinamica di rapporto che faceva si che le persone lì intorno poi ci venivano a dire: “no, ma guarda che lì noi mettevamo questa cosa!” In questo rapporto di collaborazione che è fare cinema insieme a delle persone e non arrivare come colonizzatori si ha poi un arricchimento del lavoro stesso.

- E’ stato difficile portare attrici come Maya Sansa e Alba Rohrwacher a parlare questa lingua che non è la loro o è stato immediato?
- Sono state brave rispetto alla sfida che è arrivata quindici giorni prima d’iniziar le riprese, hanno accettato e sono state secondo me coraggiose, ma anche subito convinte che era la strada migliore. D’altra parte il rischio in un film ambientato in Emilia era sennò di andare a fare uno pseudo bolognese che magari portava come sensazione a certe commedie, di richiamare nell’immaginario collettivo dimensioni non corrette. Quindi sono state brave, hanno studiato, c’era un signore di settantasei anni che ha seguito il lavoro, ci ha aiutato in tante altre cose, che ha prima registrato tutte le battute per loro e anche per gli altri attori in realtà, perché Claudio Casadio e anche altri non son di madre lingua. Lui ha preparato le battute per gli attori, gli ha dato questi cd, le hanno studiate, poi lui ha fatto un corso insieme a loro per correggere la pronuncia e poi in ogni ripresa era sul set con noi con le cuffie. Era anche divertente questo momento, divertente nel senso che ogni tanto si creavano delle discussioni tra i bolognesi di città e quelli di montagna perché certe parole sono diverse. Però questa cosa del dialetto è stata anche un prezioso elemento di coesione tra i non attori e gli attori, perché gli attori affermati hanno avuto spesso bisogno di andare da quelli diciamo più paesani, a chiedere se l’intenzione nella battuta era quella giusta nella dizione e altrettanto i non attori sono andati sovente da Claudio, da Alba a chiedere: ma secondo te va bene, ho esagerato? Si è creato un clima che ha dato omogeneità al film, difficile credo sentire degli scalini tra la qualità delle interpretazioni.

- Nel film ci sono molti bambini, come gli avete spiegato che queste cose sono successe davvero?
- In questo è stata fondamentale la collaborazione dei genitori, nello scegliere i bambini abbiamo scelto un po’ anche i genitori e viceversa, nel senso che era importante che i genitori sentissero come tutti noi un impegno morale rispetto a questo lavoro. Quindi sulla base di questo prima delle scene io spiegavo, io o la mia aiuto regia come anche altri, coralmente si raccontava loro ora succederà questa cosa, sarà così e così, è successo davvero, ora noi siamo qui a ricostruire questa cosa proprio perché non accada più, i film servono perché la società capisca questi orrori e magari poi quando voi sarete adulti non avvengano di nuovo... Poi è stato molto doloroso, difficile e faticoso lo stesso.

- So che alcune persone anziane vedendo gli attori in divisa da SS hanno avuto reazioni molto forti, è vero, ci può raccontare qualcosa in proposito?
- Si, ci son state delle reazioni di rifiuto e di disagio, alcuni si sono messi a piangere. Ad esempio un giorno abbiamo girato la scena della battaglia, quella che si vede dal campanile, un uomo di ottant’anni che aveva vissuto drammaticamente la presenza dei tedeschi che l’avevano preso e rastrellato, è uscito di casa e non sapeva niente. Questo ha aperto la porta di casa se li è visti di fronte ed è stato davvero un trauma, gli è venuto da piangere, non si muoveva più e poi appunto Giorgio, il consulente per la lingua, è andato lì e gli ha detto: no, guarda che stiamo facendo il cinema, non ti preoccupare. Ad altri è venuto di urlare contro agli attori in divisa da SS, richiamando quando eravamo in scena le sensazioni di un tempo hanno reagito così. Ma più che reazioni d’irruenza sono state di profondo, profondo disagio interiore, di dolore, anche solo il sentire certe voci per alcuni era uno schock, perché comunque riporta alla memoria dei ricordi che sono lì, sono stampati nell’anima e nella mente, dormono, ma sono lì. Quindi è stato delicato.

- Nelle immagini del film la natura è molto importante, perché questa scelta?
- La natura siamo noi, ce ne dimentichiamo e viviamo in città coi telefonini, ma la nebbia che sale e ci avvolge, tutte quelle sensazioni della natura erano della loro vita e forse ci fanno anche tornare al valore della vita. Pensate a come viene trattata oggi la morte. Quando in città qualcuno muore lo inscatolano, lo portano in ospedale, in frigo, lo mettono in scatola e lo portano all’inceneritore come la spazzatura, estremizzando. Questo perché si è meccanizzata, disumanizzata secondo me molta parte della vita, lì invece la natura era un tempo e un punto di riferimento costante. Un esempio è la scena delle lucciole come momento di sospensione nel dramma, di speranza, io credo che la natura ci dia dei segnali molto forti e noi la stiamo sempre più allontanando, dimenticando. In questo rischiamo anche di togliere valore alla vita.

- La parola educazione ricorre spesso nel suo film, cosa possiamo dire delle persone che hanno compiuto questi eccidi?
- Che all’inizio erano persone come noi però sono cresciuti in un clima in cui qualcuno gli ha detto che la loro razza era superiore e che gli altri non valevano molto più dei topi, quindi è importante l’educazione in questo senso, è importante tutelare l’eguaglianza tra gli uomini e contemporaneamente valorizzare tutto quello che aiuta a identificare le ideologie che discriminano, e questo non solo in senso produttivo o di ideologia, ma anche in senso economico e commerciale. L’eguaglianza dev’essere anche tra gli stati e tra gli equilibri economici.

- Colpisce molto la battuta di un ufficiale tedesco che dice: “Siamo quello che ci hanno insegnato a essere, è un problema di educazione!” E’ davvero così secondo lei?
- Diciamo che rispetto alla dimensione generale del film forse è l’unico punto in cui mi sono concesso di essere leggermente didascalico ed è l’ultima cosa che si dice nel film, un richiamo forse più palese di quanto non sia tutto il resto. Una specie di riassunto perché in realtà ogni uomo è frutto realmente dell’educazione e quindi ciò vuol dire che in funzione dell’educazione c’è la possibilità di costruire un mondo migliore, oppure se non si è vigili di ritrovarsi tra un po’ di tempo in una situazione analoga. Purtroppo il corso della Storia ha riproposto sovente la soppressione dell’altro, perché qualcuno s’è sognato d’andare in casa d’altri a uccidere e depredare. La scommessa della società è proprio nell’immaginare che tramite l’educazione si riesca a essere vigili e a costruire un mondo dove la pace sia normale, non una cosa che tutte le volte deve essere difesa.

- I partigiani che vediamo nel film erano lontani dalla politica, o almeno alcuni gruppi, questa visione è realistica o l’avete scelta per il film?
- In parte è realistica per quell’area, la Brigata Stella Rossa nasce con una forte identità di reazione della gente del territorio e quindi ha questa caratteristica, poi vi erano anche persone più motivate politicamente, però la resistenza è nata soprattutto sapendo bene quello che non si voleva, quello che si voleva combattere. Poi la coscienza politica è nata successivamente man mano, a parte nelle città dov’era già formata o in altre parti d’Italia come il Piemonte dove era più forte.

- Gran parte del film è ambientata nei boschi, che valore ha questa visione? In particolare è molto bella la scena quando Armando si nasconde nel cavo dell’albero.
- In quella scena lì la natura è origine, è tante cose insieme, quello che nella realizzazione del film io ho sempre tenuto presente per la scelta di questi paesi e paesaggi, nello sguardo della bambina, era che ci fosse sempre una leggera componente di fiaba. Il film è realista in assoluto ma ogni tanto suggerisce anche dimensioni delle fiabe che in questo caso sono le fiabe nere, quelle della paura, quelle degli orchi. Purtroppo è così, però c’era un po’ questa cosa, perché la visione della bambina nel guardare il mondo è così, un po’ è affascinata dalle cose ma altrettanto impaurita.

Simone Bachini, produttore associato del film con Aranciafilm

- Quanto è stato più facile o difficile fare questo film dopo il caso de Il vento fa il suo giro?
- Dopo Il vento fa il suo giro è stato sicuramente più facile parlare con i produttori. Quel film è stato fatto in una maniera completamente nuova in associazione con tutti quelli che hanno lavorato, con gli attori principali e avendo solo dei contributi locali, questo invece è un film fatto in maniera abbastanza convenzionale, col Ministero, il riconoscimento del valore culturale e il coinvolgimento di Rai Cinema. E’ stato più agevole riuscire a parlare con questi nuovi interlocutori ma è stato difficile rispetto a Il vento fa il suo giro perché la struttura era molto più ampia anche da un punto di vista amministrativo e organizzativo del film. Avevamo molti più vincoli come tempi, quindi anche la scelta fatta, fondamentale, di avere un po’ di tutte le stagioni con l’inverno, la neve, si doveva incastrare con la disponibilità dell’operatore alla macchina e degli attori. Le cose sono state un po’ più semplici rispetto alla proposizione del progetto ma poi ci sono state altre difficoltà, ad esempio la scelta di usare il dialetto l’abbiamo fatta e comunicata a Rai Cinema due settimane prima di partire, loro non erano tanto d’accordo, perché ovviamente dicevano: “Ma tu non è che ci stai chiedendo un parere, ci stai comunicando una scelta!” Allora abbiamo dovuto convincerli, anche gli attori sono d’accordo, abbiamo fatto delle prove e funziona meglio... Con queste realtà qua c’era d’avere un confronto che non avevamo sull’altro film.

Tania Pedroni, cosceneggiatrice del film

- Forse i sottotitoli non erano così necessari perché le immagini parlano già da sole e il senso generale del film sarebbe stato compreso lo stesso. Lei è d’accordo su questo?
- Se è vero che nel film c’è una dimensione del linguaggio e che il dialetto in questo senso incarna benissimo la comunicazione che era di un’essenzialità, di un’efficacia e di un’aderenza alle cose tipico di quelle comunità, nel modo di parlare di quelle persone si rispecchiava il modo in cui vivevano ridotto all’essenziale, quindi si dice quello che serve e nulla di più. Delle sfumature non capendo esattamente cosa viene detto vanno perdute e in certi momenti particolari cosa si dicono può avere la sua importanza. Per esempio il sapere in un momento molto in là nella storia il motivo perché la bambina non parla, il fatto di poterlo capire, se non ci fosse toglierebbe valore. Sapere dà un significato molto più grande al motivo per cui la bimba dopo aver attraversato l’orrore e avere però salvato il fratellino sceglie di ritornare a parlare. Lei era partita da un orrore o comunque da un trauma che l’aveva spinta a non parlare e attraverso una cosa che di sicuro traumatizza, decide per il fratellino di riprendere la parola. Se quella cosa si perde secondo me si perde un elemento molto importante della storia e dell’evoluzione della bambina, del senso profondo che lei porta e che porta al bambino che ha salvato.

 

Dettagli

DIDASCALIE IMMAGINI

- Tania Pedroni, Giorgio Diritti e
  Simone Bachini davanti al manifesto del film
- Giorgio Diritti durante la conferenza stampa
- Claudio Casadio, Maya Sansa e
  Alba Rohrwacher in alcune scene del film
- Il regista Giorgio Diritti intervistato dalla
  Mediateca  Regionale Toscana Film
  Commission
- Claudio Casadio e Maya Sansa in una
  scena del film
- I preparativi per la comunione di Martina
- Il rastrellamento nazista non risparmia
  nemmeno il clero
- Giorgio Diritti sul set dirige la piccola
  Greta Zuccheri Montana
- Tania Pedroni, Giorgio Diritti e Simone
  Bachini nel corso della conferenza stampa