Incontro con Carlo Mazzacurati e i suoi compagni di passione
di // pubblicato il 29 Settembre, 2010
In occasione dell’uscita del film La passione di Carlo Mazzacurati il regista con gli attori Silvio Orlando e Marco Messeri, hanno partecipato a un’incontro stampa per rispondere alle nostre domande.
Per iniziare ho chiesto a Carlo Mazzacurati se il personaggio protagonista del film, Gianni Dubois, essendo un regista cinematografico, contiene qualcosa di autobiografico.
– Diciamo che in qualche modo mi sono basato su sentimenti, sensazioni, paure e paranoie che ti vengono facendo questo mestiere. Ho pescato molto in tutti quei territori in cui la questione di far un lavoro che è molto aleatorio e indefinito, senza una preparazione precisa, soprattutto in Italia, lascia sempre il margine alla possibilità di essere smascherati, con la paura di non essere all’altezza, di non essere pronti, di non saper risolvere un problema.
C’è poi un piccolo fatto biografico, che se non altro ha in qualche modo generato la nascita dell’idea. Trovo questo film abbastanza anomalo e non lo sono andato a cercare, è arrivato lui e nasce da un episodio che mi ha visto coinvolto alcuni anni fa. Faccio molta fatica a dire no e mi son trovato nella situazione di dover fare, senza averne nemmeno gli strumenti, la regia di una rappresentazione di quel tipo lì. Quell’episodio lontano nel tempo ha fatto nascere un’esperienza tragicomica vera che è lo spunto iniziale, poi l’elaborazione che abbiamo fatto ha portato altro, però l’unico elemento autobiografico è quello.

A me è sembrato di cogliere una critica verso certo Cinema, finalizzato a lanciare la star televisiva del momento e dove non ha importanza ciò che si racconta. Chiedo a Mazzacurati se è un’impressione errata la mia e se effettivamente le cose vanno anche così.
- La passione è una meditazione sul problema, che è centrale nel far questo mestiere, della verità e del falso. Tutto il film ruota attorno a questa questione in un certo senso. Quindi, ovviamente si nutre di tutto quello che ha intorno, che la realtà offre, in questo senso c’è anche quello, certo. Poi il film ha una sua specificità nel racconto di questa giovane attrice interpretata da Cristiana Capotondi, è un’invenzione che trae spunto da un quadro alterato, che noi alteriamo anche in modo grottesco, ma certo partendo da uno spunto realistico.
Qualcuno accomuna il personaggio protagonista del regista sfortunato a quello che lo stesso attore interpretava ne Il caimano di Nanni Moretti e chiede se ci sia una continuità tra i due ruoli, risponde Silvio Orlando.
- Ne Il caimano il personaggio era un produttore ma le migliori firme della critica italiana sono incorse in questo piccolo lapsus. Sono personaggi alla ricerca d’idee, quello da produrre, questo da mettere in scena, ma sono due personaggi un po’ diversi. Il produttore ne Il caimano era un uomo completamente fuori dalla grazia di Dio, isolato, di cui si vedeva molto anche il privato, di questo non sappiamo niente del suo privato, forse non ce l’ha neanche. Mi pare che il protagonista de La passione sia una pura concrezione del film, ho la sensazione che non esista da nessun’altra parte oltre quel paesino toscano che da idilliaco si trasforma in un posto spaventoso. Non ha una struttura psicologica, nel senso che è determinato da quello che fa di volta in volta. Una specie di testa vuota, come accadeva nelle comiche finali. Non a caso incontra il suo Ollio della situazione, che è Giuseppe Battiston, sono Stanlio e Ollio alle prese con una cosa più grande di loro, addirittura mettere in scena il Vangelo. Quindi nell’approccio al personaggio non sono partito da una sofferenza reale, ho cercato di seguire il copione, la messa in scena e l’Arte della commedia.

Continuando il gioco delle comparazioni c’è chi osserva che forse tra i personaggi dei due film la differenza è che al Gianni Dubois de La passione è data una speranza, rispetto al finale cupo de Il caimano. La parola torna a Carlo Mazzacurati.
- E’ un atto disperato di speranza. E’ anche forse una reazione involontaria, non calcolata di quando abbiamo scritto la storia. Siamo dentro questo tempo che viviamo tutti, così profondamente determinato da un senso di cupezza, almeno dal mio punto di vista, parlo dell’Italia e del vivere in questo paese, non me la sono sentita di chiudere con una coltellata rispetto alla storia di questi personaggi. Non è qualcosa di calcolato, è un percorso in cui si segue l’istinto.
Probabilmente è l’idea che quando tocchi il fondo attraverso un’umiliazione, per mezzo dell’esperienza emotiva riesci a trovare anche dignità. In fondo proprio intorno al problema del vero o falso i personaggi, toccano una verità loro malgrado, trovando questa collimazione inattesa tra il destino del povero Cristo della tradizione sacra di paese e il protagonista. La sensazione da parte del personaggio di Silvio Orlando è di aver toccato qualcosa di autentico. E’ sempre il problema per noi che facciamo questo mestiere, la paura di andare a vuoto, e pochissime volte si ha l’impressione di toccare qualcosa che ha una forza, che funziona e questa cosa diventa capace di comunicare emozione agli altri. Questo personaggio lo sa, lo sente quando è lì sotto la croce, che c’è qualcosa che vibra nell’aria, per tutti. L’idea che gli torni la voglia di buttarsi in avanti, di aver coraggio, forse questo s’intende come speranza.
Il personaggio interpretato da Kasia Smutniak non è tanto l’amore in senso astratto, ma è proprio l’idea che le storie, le vite, sono una fonte continua d’ispirazione. L’essenza più profonda di questo spettacolo della sacra rappresentazione, cioè la storia di un uomo che attraversa tutti gli stadi dell’umiliazione fino alla morte, è nella resurrezione. Che noi non raccontiamo, ma c’è. Questo percorso laicamente è una catarsi di grande forza, contiene morte e resurrezione. Tutte le volte che cadiamo, che falliamo, che siamo lasciati da qualcuno moriamo e dobbiamo ripartire. Credo che quel racconto umano che contiene la sacra rappresentazione ci riguarda per questo motivo, perché moriamo tante volte in vita. Forse anche Dubois lungo questo suo percorso ha una sua morte e resurrezione.
Perché è stata scelta la Toscana per ambientare una storia come questa?
- Era inevitabile ambientare questa storia in Toscana perché il film s’ispira alla pittura italiana, agli affreschi che raccontano la passione di Cristo ed era indispensabile avere un luogo che ci aiutasse a riportare visivamente il film lì, a quell’ispirazione. Tutte le stazioni della via Crucis sono forse la materia più importante nell’ispirazione dei cicli d’affreschi dal Trecento al Cinquecento e solitamente la natura e il paesaggio son sempre stati quelli toscani. Lo dico anche con un po’ di dispiacere perché c’è anche quella veneziana (Mazzacurati è veneto di Padova) che è molto meno importante sotto il profilo dell’iconografia religiosa, inizia dal Cinquecento in poi il paesaggio nella pittura veneta.
Qual è stata la difficoltà e la soddisfazione più grande nel fare un film come questo?
- L’atto più complesso di questo progetto è stato fare una commedia, un film leggero che fa anche ridere in alcuni punti, ma poi ha la forza di operare una curva in una direzione emotiva e vedere alla fine che regge.
Infine sono state rivolte alcune domande anche a Marco Messeri che con questo film aggiunge alla carrellata di personaggi particolari interpretati, questo assessore un po’ carognetta.
- E’ il divertente di questo lavoro, il personaggio ha delle tinte piuttosto fosche, è un ricattatore e io l’ho costruito con tanta attenzione per un motivo solo, perché tutti gli assessori italiani lo prendano a modello… da evitare!
Ancora una volta si trova al fianco di Stefania Sandrelli.
- Questa è una combinazione della vita. Nel film di Francesca Archibugi Con gli occhi chiusi era mia moglie e si chiamava Anna, nel film di Paolo Virzì La prima cosa bella di nuovo si chiamava Anna, allora a Carlo ho detto se potevo chiamarla Anna durante le riprese. Ha detto si, si, va bene. Anna per sempre.