Incontro col genio
di // pubblicato il 23 Novembre, 2011
“Questo è quel Cesar ch'io ti dissi prima
contempla lui: ché questa è la fucina
che Italia tutta e tutta Europa stima
felice ognun che al suo voler si inchina
mira quanti per lui son posti in cima
e come esalta chi lo segue e affina”.
Questi versi anonimi figurano a fianco di una miniatura di Ludovico Sforza (detto il Moro), eseguita da Ambrogio de Predis, contemporaneo e collaboratore di da Vinci. Sul prolifico periodo sotto la protezione del duca si concentra la mostra Leonardo da Vinci: Painter at the court of Milan, ampiamente considerato l'evento dell'anno, almeno per quanto riguarda Londra. L'esposizione ha luogo alla National Gallery dal 9 Novembre al 5 Febbraio, ma i biglietti sono già esauriti per diverse settimane: infatti, grazie al supporto di Credit Suisse e ai generosi prestiti di diverse collezioni (tra cui un fruttuoso scambio col Louvre), la mostra riunisce in un posto solo ben nove dipinti di Leonardo – il più grande numero di tele leonardiane mai esposte assieme. La cifra è ancora più rilevante quando si tiene conto che i dipinti autenticati dell'umanista toscano oscillano sulla ventina, il che rende questa esposizione un avvenimento senza precedenti.

In un percorso finemente curato viene messo in luce il valore formativo degli anni milanesi di Leonardo: è qui che infatti, dal 1482 circa all'invasione francese del 1499, l'artista e scienziato ha operato alla corte di Ludovico il Moro. Questi, con l'ambizione di creare uno degli ambienti più influenti e fertili del Rinascimento italiano, aveva chiamato in città da Vinci e altre menti brillanti dell'epoca. Tutelato dal duca, Leonardo poté portare avanti – tra gli altri – i suoi studi naturalistici e anatomici i quali informarono nel giro di pochi anni il suo stile, restituendoci il pittore capace di rappresentare i “moti dell'animo” che tutti conosciamo.

Una grande parte di questa crescita passa attraverso i ritratti, e ad essi sono dedicate le prime stanze. Il Ritratto di musico (1486-7) è subito seguito dalla Dama con l'ermellino (1488-90) e da La belle ferronière (1493-4). In questo trittico ideale è possibile constatare, a distanza ravvicinata, l'uso accresciuto dello sfumato e delle ombreggiature, e la maestria rapidamente raggiunta nel fissare quei famosi sguardi così mobili. Si apprezzano anche le incongruenze: laddove finisce il volto, sembra finire spesso l'interesse del pittore, che abbozza una ciocca di capelli per poi tornare a modellare con cura una mano. Lo studio minuzioso che ha portato a queste pose e volti è esplorato nella mole di schizzi e disegni che costellano i ritratti. Se è vero che questi ultimi sono il piatto forte della mostra, essi sono preparati da oltre 50 appunti e studi (molti prestati dalla regina Elisabetta II) che, accuratamente disposti, permettono di ricostruire e soppesare l'ispirazione e il genio di da Vinci.

E la bellezza, ricercata nella natura e inseguita nella sua opera, è spesso una costruzione: l'ermellino tenuto in braccio da Cecilia Gallerani appare composto da uno schizzo di una testa d'orso e da uno studio sulle zampe di un cane, esposti poco lontano dal dipinto. Uno degli scopi che l'esposizione si prefigge è proprio quello di seguire il percorso che ha portato Leonardo da un'ideale di bellezza (la natura) alla bellezza ideale (l'arte). Questo scarto è sempre verificabile tra gli schizzi e i dipinti a cui si riferiscono; ma niente dimostra meglio il mutamento dell'artista come presentare, nella medesima stanza, le due versioni della Vergine delle rocce. Grazie ad uno storico scambio col Louvre le due pale d'altare si trovano faccia a faccia per la prima volta, e ritorna lo stupore per un cambiamento radicale avvenuto in così poco tempo. Le tinte cupe e naturalistiche della prima Vergine si accendono nella seconda; erbe avvizzite fioriscono in piante lunari; le ravine diventano, come in uno specchio che restituisca immagini di una dimensione leggermente diversa, superfici levigate e colorate da un lucore ultramondano.

Tra le altre opere esposte troviamo la Madonna Litta (1491-5), l'incompleto San Girolamo (1488-90) e il magistrale Cartone di S. Anna (1499-1500). Questa, però, è anche la prima apparizione pubblica del Salvator Mundi (1499), tela a lungo ritenuta smarrita. Proveniente da una collezione privata, solo dopo un delicato restauro che ha rimosso alcuni interventi posteriori è stato possibile attribuire la paternità di da Vinci – la quale però appare chiara anche solo osservando la curatissima rifrazione del globo nella mano sinistra di Cristo. Questo “debutto” marca ancora di più l'importanza – se non l'irripetibilità – di questa occasione.

Ma c'è qualcos'altro che rende Painter at the court of Milan fondamentale ed opportuna come una rara medicina per l'anima. La maggior parte delle tele sono famosissime, e spesso esperite in maniera più o meno mediata, come parodie (da Man Ray alla pubblicità) o nell'ubiquità della riproduzione. Trovarsi a tu per tu con una simile concentrazione di opere (che, in ogni altro periodo dell'anno, andrebbero cercate in mezza Europa) altrimenti inflazionate restituisce loro una potente “aura” in senso benjaminiano: l'hic et nunc, l'unicità delle pennellate di Leonardo. Quegli sguardi intensamente espressivi di cui vediamo tante volte la copia, tornano vivi – assieme all'angolo di realtà fuori campo che ne attira l'attenzione – quando li abbiamo davanti e possiamo dedicare loro il tempo che la pittura rinascimentale necessita, talmente concentrata sull'umano e desiderosa di stabilire un rapporto con lo spettatore. Con questa mostra, la National Gallery ha preparato uno spazio speciale in cui Leonardo da Vinci, visto, guardato e conosciuto, può essere finalmente incontrato.