In memoria di me
di // pubblicato il 26 Marzo, 2010
Saverio Costanzo si è messo subito in evidenza come un cineasta attento e interessato a tematiche non comuni, affrontate con originale intensità fin dal suo film di esordio Private, in cui raccontava la storia vera di una difficile convivenza tra una famiglia palestinese e i soldati dell’esercito israeliano che ne occupavano la casa, con il secondo titolo della sua ancor giovane filmografia In memoria di me conferma questo suo raro talento.
Andrea è uno che ha vissuto senza rinunciare a niente, sono parole sue, ma sente il bisogno di coltivare un ideale, un motivo per cui vivere, la libertà che ha è per lui sterile cosa, soffre intimamente ma lo nasconde agli occhi del mondo che lo crede un vincente. Il giovane sente che è necessaria per lui un’evoluzione, è terrorizzato dalla paura di voltarsi indietro e vedere che non ha costruito niente, per questo sente nascere dentro di sé un’idea nuova di uomo e decide di entrare in un seminario come novizio. Alla domanda postagli all’ingresso: “Cosa vuoi diventare?” La risposta è sorprendente e disarmante nella sua semplicità: “Una persona.”
Ma tra le mura del monastero dove Andrea cercava certezze troverà dubbi, animi travagliati e domande senza risposta, perché per quanto si sforzino d’inseguire la perfezione gli uomini dell’istituto devono fare i conti con tutte le loro contraddizioni. Il Padre maestro ammette che si tratta di una scelta dura, una strada difficile, non tutti ce la fanno, ammonisce, spesso ripete ai novizi: “Questo periodo serve a voi per provare l’ordine ma anche all’ordine per provare voi!”

Scritto dallo stesso regista Saverio Costanzo ma liberamente ispirato dal libro Lacrime impure di Furio Monicelli, In memoria di me è un film fatto di attori, le intense prove del bravissimo Christo Jivkov nel ruolo del protagonista Andrea e di un Filippo Timi allora ancora poco conosciuto, che interpreta il tormentato seminarista suo vicino di cella, conferiscono alla pellicola uno spessore di toccante verità. In una delle sequenze cardine della storia, l’incontro notturno dentro la chiesa in cui i due giovani si confessano reciproci dubbi, sono presenti alcune delle battute più interessanti: “A loro la verità serve morta! …e tu perché sei qui?” - “Sono qui per me, perché il mondo non può cambiare se non cambio prima io!” - “Noi non stiamo cambiando il mondo, lo stiamo solo replicando!”
Senza essere mai in alcun modo un film anticlericale In memoria di me rappresenta una lucida vivisezione del clero come struttura istituzionale, piena di dubbi e umane imperfezioni, un’indagine sulla formazione dei membri di un’istituzione secolare ancora così predominante nella società italiana. Ai giovani novizi viene insegnato che il loro traguardo deve essere quello di apparire imperturbabili come statue di pietra, nascondendo ogni loro conflitto interiore per non intaccare l’immagine di depositario della verità che il sacerdote deve incarnare agli occhi dei fedeli. Ma come può una persona a cui sia stato insegnato a reprimere e nascondere il travaglio dei suoi sentimenti, ancor più se ha avuto successo in questa pratica, trovare parole di effettivo conforto per quei fedeli che a lui si rivolgono per lenire i loro tormenti o ricevere una parola di verità?

La delazione è consuetudine fortemente raccomandata tra gli aspiranti al sacerdozio, giustificata affermando che se denunci le mancanze degli altri è come se denunciassi le tue, offrendo la possibilità di redimersi al tuo fratello peccatore. Nel film i delatori sembrano spaventati dalla possibilità dell’errore altrui nel quale vedono il riflesso del proprio, atterriti solo dalla paura di non farcela, di non essere all’altezza, questo è ciò che li spinge alla denuncia. Immagino che un tale sistema di controllo reciproco tra i seminaristi sia strumento necessario al controllo della situazione in ambienti così totalmente impostati all’obbedienza assoluta, con una rigida struttura gerarchica, ma nel film è citato un versetto del vangelo che sembra contraddire questa pratica: “Se il tuo fratello commette una colpa, va e ammoniscilo tra te e lui solo; se ti ascolterà avrai guadagnato un fratello.” – Matteo 18, 25
In memoria di me è fatto di un linguaggio cinematografico scarno, rigoroso ed essenziale, in cui prevalgono campi lunghi e inquadrature fisse, con le navi che di giorno e di notte passano dietro le vetrate delle grandi finestre, il film è stato girato nella Basilica di San Giorgio Maggiore a Venezia, a rappresentare la vita del mondo esterno che scorre e l’isolamento di quel microcosmo religioso dal resto dell’umanità. Anche le onde del mare che s’infrangono contro la banchina, nell’unica scena esterna all’istituto in cui il protagonista resta immobile sul piazzale, sembrano suggerire le tempeste interiori dell’essere umano, la sua condizione di solitudine esistenziale e la perenne ricerca di un senso delle cose.

Il seminario appare come luogo chiuso in cui si preparano dei giovani a diventare sacerdoti, pastori di greggi a venire, ma possono individui educati alla solitudine nel chiuso spazio di un istituto uscire nel mondo ed essere subito automaticamente comunicativi con gli altri e in grado di fornire risposte ai problemi del mondo? In una società sempre più laica, è poi questo il ruolo del sacerdote oggi? A volte la percezione che ho del clero è di un ordine impegnato a non perdere terreno, quindi a preoccuparsi solo della sua sopravvivenza come istituzione di riferimento. Il film di Saverio Costanzo s’interroga mettendo in campo le posizioni diverse dei personaggi ma senza schierarsi con una visione piuttosto che con l’altra, senza esprimere giudizi ma lasciando libero lo spettatore di coltivare le sue idee. Significativa la frase di un seminarista che decide di mollare e tornare fuori, nel mondo: “Nel silenzio di queste mura non c’è Dio. Io me ne vado e Dio lo porto via con me!”
Nella mia personale esperienza ho incontrato anche sacerdoti incapaci di ogni empatia con gli altri esseri umani, pronti a porti davanti vuoti simulacri di ideali umanamente irraggiungibili, per questo vedere i novizi sempre soli a studiare, oppure tutti insieme in gruppo per pubbliche discussioni ma mai impegnati in un dialogo da persona a persona con i loro compagni, mi è parsa una rappresentazione credibile della realtà e una possibile spiegazione per l’inadeguatezza rispetto ai drammi comuni della gente che certe figure religiose incontrate nel mio vissuto hanno dimostrato con il loro operato. L’immagine che viene fuori della preparazione al sacerdozio di questi giovani è quella di un percorso finalizzato ad atrofizzare l’individualità della persona per fondersi in una missione evangelica collettiva che poi rappresenti totalmente anche l’uomo sotto la tonaca, senza alcuno spazio per il dubbio. Una frase del Padre maestro mi ha colpito in modo particolare e non ho ancora deciso se la condivido oppure no: “Sopportare quello che siamo è la prima carità!”
Anche la verità dei fatti oggettivi è bandita dalle mura del seminario, per non turbare i seminaristi quando un novizio dopo un lungo periodo di crisi decide nottetempo di lascare l’istituto, il mattino seguente un insegnante comunica a tutti che il loro compagno è dovuto andar via per gravi problemi familiari e che i genitori sono venuti a prenderlo. Andrea che ha assistito alla partenza sa che è una menzogna e prende da parte l’istruttore per avere spiegazioni, questa sua incauta curiosità gli procura una raffica di contestazioni dai compagni in aula che somiglia tanto ad un processo, “è con le umiliazioni che s’impara a essere umili!” e l’essere inserito per primo in un calendario delle omelie da recitare che lo costringe a una notte insonne per preparare la sua. Quello che può sembrare il rigore necessario per la giusta formazione io lo percepisco come una punizione vera e propria orchestrata dal Padre maestro.
Quando da bambino frequentavo la parrocchia ho visto compagni di giochi di allora andare in seminario, alcuni sono riusciti a sfuggire il condizionamento e le pressioni dell’ambiente circostante che li voleva preti già in tenera età, qualcuno ha trovato la forza di rimettere in discussione la propria vita dopo aver preso i voti definitivi e aver provato sul campo la missione del sacerdozio, altri sono ancora preti. Proprio come succede nel film.