Impressioni da L’Aquila

di Roberto Mariotti // pubblicato il 24 Maggio, 2009

Sono arrivato a L'Aquila sabato mattina a mezzogiorno, a bordo di un mezzo della Protezione Civile in una giornata di caldo torrido che di primaverile non aveva nulla se non il verde dei prati e il rosso dei campi di papaveri, frutto di questo clima ormai impazzito che impedisce di abituarsi al cambio delle stagioni.
Quando ho imboccato l'uscita di Aquila Est dell' autostrada A-24, ho provato subito una strana sensazione, quasi di imbarazzo, come se avessi pudore di violare l'intimità di una città chiusa nel suo dolore. Lo stesso imbarazzo che si prova ad entrare in casa di un malato grave con cui non sai mai come rapportarti.
Entrato in città, alla vista dei primi segni lasciati dal terremoto ho sentito un tuffo al cuore, l'atmosfera era impalpabile, quasi surreale, tutto era permeato da un diffuso senso di desolazione. Il traffico delle auto era scarso e per lo più costituito da mezzi di soccorso, le case abbandonate e le attività commerciali quasi tutte sbarrate, come in un giorno di festa, ma senza che ci sia alcun motivo per festeggiare.
La bellezza del Gran Sasso ancora innevato strideva con lo squallore delle macerie e delle tendopoli.
Il terremoto, come ogni fenomeno naturale ha il potere di destabilizzare la vita di chi lo subisce, cambia la morfologia del paesaggio, muta drasticamente le abitudini delle popolazioni colpite, violenta i loro ricordi e annichilisce la speranza.
Durante la mia permanenza ho visitato alcuni campi di sfollati. Molti di loro sono ancora traumatizzati e sconsolati. Alcuni, soprattutto i più giovani, annoiati.
Pradossalmente le persone anziane – almeno quelle in buona salute – non sembravano particolarmente affranti. Vasco, un vigile del fuoco di Livorno con cui ho fatto amicizia, mi fa notare che per loro la vita nelle tende, in compagnia di altre persone non è poi così male: prima del terremoto infatti, gran parte di loro abitavano da soli e l'unica compagnia era la televisione. Adesso la sera si ritrovano, giocano a carte, mangiano insieme.
Così scopri che nella tragedia si possono trovare anche lati positivi e nella difficoltà riaffiorano la solidarietà, l'amicizia, l'attenzione verso i più deboli, sentimenti che si credevano ormai perduti nella nostra società ultra-individualista.
“In questo giorni mi sento più psicologo che vigile del fuoco – mi confessa ancora Vasco – oggi ho passato tutto il pomeriggio a giocare con due gemelline di cinque anni mentre i miei colleghi accompagnavano i loro genitori a sgomberare l'appartamento”.
Al pronto soccorso da campo allestito nel parcheggio dell'Ospedale di Coppito, dove ho accompagnato alcuni feriti lievi, mi ha sorpreso l'umanità di medici ed infermieri che seppur costretti a turni massacranti e a lavorare in una situazione di estremo disagio, avevano un sorriso per tutti i pazienti.
Mi sono reso conto, di come questa gente sia la vera anima, la faccia pulita del nostro paese, persone che con coraggio, abnegazione e senza clamore cercano di dare conforto alle vittime di un sisma terrificante.

Avevo con me la macchina fotografica con l'idea di scattare alcune immagini delle conseguenze del terremoto, ma quando sono arrivato là ho capito subito che non avrei fatto nessuna foto, mi sembrava di mancare di rispetto a tutte quelle persone che, se potessero, cancellerebbero senza indugio ogni immagine di crolli e desolazione, anziché impressionarle in una pellicola, e tornerebbero alla loro quotidianità esattamente com'era prima di quella maledetta notte del 6 aprile 2009.

 

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