Il sogno di papa Giulio
di // pubblicato il 22 Febbraio, 2011
C’è da credere che già un istante dopo l’elezione al soglio pontificio il cardinale Giuliano Della Rovere sapesse benissimo quello che, come nuovo papa, avrebbe dovuto fare.
Primo: scegliersi un nome adatto al ruolo di principe della Chiesa che era stato chiamato a ricoprire e, visto che Giuliano era appassionato di arte e cultura classica, e che il suo intento era quello di riportare Roma ai fasti del passato antico, quale nome poteva essere meglio del romanissimo Giulio?
Senza nulla togliere al predecessore Giulio I, vissuto nel lontano IV secolo e addirittura diventato santo, molto probabilmente il nuovo Giulio aveva pensato ad un altro al momento della scelta, nientemeno che al più celebre dei romani. Giulio Cesare era stato il primo e adesso veniva lui, Giulio II.
Secondo: sbarazzarsi dei suoi nemici (che di certo non mancavano) e circondarsi di parenti e amici, che infatti andarono a ricoprire i posti chiave della Curia. Un classico di ogni epoca.
Terzo: creare la nuova Roma. Qualche pontefice ci aveva già pensato prima di lui, nel quattrocento, e non era mancato qualcuno che avesse lasciato il segno, come Niccolò V, Paolo II e soprattutto, guarda caso, un altro Della Rovere, papa Sisto IV. A lui dobbiamo un’infinità di chiese, ponti, strade e naturalmente la cappella Sistina. Giulio II, ci si perdoni il gioco di parole, non poteva essere secondo a nessuno e pensò bene quindi di intervenire sui luoghi e sugli snodi urbani più importanti della città.
Bisognava innanzitutto lasciare un segno evidente del suo pontificato, legare il suo nome all’edificio che da solo rappresentava la Chiesa intera: San Pietro. La basilica, costruita nel IV secolo per volere dell’imperatore Costantino, nonostante i numerosi restauri ed i tanti interventi succedutisi nei secoli, era in condizioni paurose. Le pareti addirittura avevano perso quasi del tutto la loro funzione di sostegno ed erano vistosamente inclinate, minacciando di cadere da un momento all’altro. Ecco, poteva cominciare da lì il suo disegno: avrebbe demolito quel veneratissimo rudere e al suo posto avrebbe costruito una nuova, superba basilica. E per rendere a tutti noto che suo era il progetto, avrebbe collocato al centro, proprio in corrispondenza della tomba del primo pontefice, il suo mausoleo. Donato Bramante, da allora a tutti noto come “mastro ruinante” ebbe l’ingrato compito di mandare in rovina l’antica basilica, sostituendola con una che avrebbe richiamato da vicino l’architettura antica. Lo stesso Bramante si sarebbe allo stesso tempo dedicato alla realizzazione del cortile della residenza pontificia in Vaticano. Lì Giulio II avrebbe collocato i pezzi forti della sua collezione, l’Apollo soprattutto ed in seguito il gruppo del Laocoonte, che i contemporanei celebrarono come il più grande capolavoro dell’antichità. Il papa, che era nato nel Quattrocento solo per caso, e che si sarebbe trovato perfettamente a suo agio nelle strade della Roma imperiale, fu il primo a comprendere il valore del marmo e fece di tutto per potervi mettere le mani sopra.
Stabilito il destino della basilica di San Pietro, e creato un vero e proprio giardino delle delizie all’interno del palazzo pontificio, papa Giulio poteva ora dedicarsi ad altro. L’idea, favorita di certo anche dal confronto col fidato Bramante, fu di creare un vero e proprio quartiere economico-amministrativo, non troppo distante da San Pietro e ben collegata col resto della città. Sul nome della nuova strada non c’era da discutere: sarebbe stata semplicemente via Giulia. Lungo il suo percorso, di oltre un chilometro, avrebbero trovato posto il palazzo dei tribunali e tutti gli uffici amministrativi: una vera e propria city, se si considera anche il fatto che poco distante si trovavano la Zecca e la Cancelleria.

Il papa e il suo architetto avevano previsto tutto, e tutto era stato progettato fin nei minimi particolari. Non avevano tuttavia messo in conto (forse per scaramanzia) che la morte li avrebbe colti a breve distanza l’uno dall’altro, lasciando incompiuti tutti i loro sogni: a San Pietro i lavori sarebbero andati avanti addirittura per altri cento anni, mentre le idee relative alla sistemazione di via Giulia sarebbero state semplicemente abbandonate. Gli unici elementi riconducibili al progetto bramantesco sono le fondamenta ed il basamento del palazzo dei tribunali, caratterizzato dalla presenza di un bugnato sporgente che i romani hanno soprannominato “i sofà di via Giulia” e appunto a mo’ di divanetti li usano.

La strada divenne comunque una delle arterie fondamentali (nel bene e nel male) dell’urbanistica cittadina, dominata dalla presenza della comunità toscana, dalle dimore e dalle botteghe di artisti, ma anche da locande malfamate e da numerose cortigiane, che sono testimoniate in quella zona almeno per tutto il Cinquecento.
Posta all’inizio della via, come a dare il benvenuto al visitatore, la chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, voluta dal fiorentino Leone X Medici, che nel 1519 chiamò a lavorarvi l’architetto Jacopo Sansovino, seguito da Antonio da Sangallo il giovane e da Giacomo della Porta. La cupola, definita “confetto succiato” per la sua caratteristica forma allungata, venne realizzata solo all’inizio del Seicento da Carlo Maderno; ancora successiva è la facciata, opera settecentesca di Alessandro Galilei. Nella chiesa, come ricorda una semplice lapide, venne sepolto Francesco Borromini, che abitava a poca distanza da lì.

All’estremità opposta della strada si trova la chiesa di Santa Maria dell’Orazione e Morte, la cui confraternita aveva il compito di seppellire i cosiddetti morti di campagna, senza nessuno al mondo che potesse occuparsi di loro. Accanto al portale d’accesso, la macabra targa con la morte che tiene una clessidra, ricorda il pesante ma lodevole compito della Confraternita.

Proprio accanto alla chiesa sorge l’arco che segna il prospetto posteriore del cinquecentesco Palazzo Farnese e che avrebbe dovuto rappresentare il primo passo del collegamento tra via Giulia e la riva opposta del Tevere, dove i Farnese avevano acquistato la villa di Agostino Chigi.
Davvero curioso il destino della strada, visto che molti dei progetti che la riguardarono non si concretizzarono mai: il palazzo dei tribunali con l’adiacente piazza, il ponte farnesiano sul Tevere, la casa-bottega che Raffaello avrebbe voluto costruire ma che non riuscì mai a completare. Il fascino della strada rimane tuttavia inalterato, a dispetto delle auto che continuano a percorrerla e nonostante i sogni – infranti – di artisti, di cardinali e di papi.