Il silenzio del mondo

di Marica Guccini // pubblicato il 16 Febbraio, 2010

“C’est la rupture complète avec les habitudes mentales propres aux artistes prisonniers du talent, de la virtuosité e de toutes les petites spécialités esthétiques. Il s’agit d’une nouvelle vision ou lo spectateur retrouve son isolement et entend le silence du monde
(È la rottura completa con le abitudini mentali degli artisti prigionieri del talento, del virtuosismo e di tutti i piccoli trucchi estetici. Si tratta di una visione nuova, dove lo spettatore trova il suo isolamento e ascolta il silenzio del mondo)
René Magritte, conferenza La ligne de vie, 1938.

Un paesaggio ben fatto, una figura sapientemente delineata, una prospettiva illusionistica… ma che succede quando la pittura “disvela” la realtà dalla cortina che la cela?
Quando ad essere dipinto non è solamente ciò che si vede bensì il “pensiero che sta dietro il paravento inesorabile della materia” l’operazione che si attua si sposta verso l’approccio filosofico e, appunto, metafisico della questione.

La mostra “De Chirico, Max Ernst, Magritte, Balthus.Uno sguardo nell’invisibile” che aprirà nel fiorentinissimo Palazzo Strozzi il prossimo 26 febbraio è l’ultimo evento che la Fondazione, la cui caratteristica offerta culturale è sempre aperta verso un approccio internazionale, offre al suo pubblico.
Dieci artisti per oltre 100 opere racconteranno il percorso dell’arte dal momento in cui De Chirico, capostipite di una vera e propria rivoluzione copernicana, aprì la strada, con le onde dipanate da quel sasso che lanciò nel mare dell’arte, alle più innovative e interessanti esperienze artistiche tra le due Guerre: Dada e Surrealismo, Realismo Magico e Neo-Romanticismo.

Se la pittura, come afferma l’artista, deve “far vedere ciò che non si può vedere” egli sarà immediatamente portato a dare vita sulla tela a quello “sguardo nell’invisibile” di cui è stato partecipe prima dell’atto stesso del dipingere.
Attraverso un complesso sistema di selezione e riproduzione delle immagini, l’opera finale accompagnerà lo spettatore sulle orme delle stesse intuizioni percepite dall’artista sul significato profondo del mondo e delle cose.
Il legame tra la nascita di questa pittura e Firenze è stretto più di quanto non si pensi. Si ritorna all’ottobre del 1909 quando De Chirico ventunenne, seduto sulle panchine antistanti piazza Santa Croce, ha quella prima “rivelazione” che cambia la sua arte. Come egli stesso racconta: “Durante un chiaro pomeriggio d’autunno ero seduto su una panca in mezzo a piazza Santa Croce… Ebbi allora la strana impressione di vedere tutte quelle cose per la prima volta. E la composizione del quadro apparve al mio spirito; e ogni volta che guardo questo quadro rivivo quel momento. Momento che tuttavia è un enigma per me, perché è inesplicabile”.
In quel luogo intimamente fiorentino e intimamente senza tempo la rivelazione di una nuova pittura si presentò agli occhi dell’artista e aprì la strada al Novecento.

Già da tempo del resto, Giorgio e il fratello Alberto (l’artista Alberto Savinio), si erano dedicati allo studio delle letterature antiche e moderne, della musica, della filosofia (in particolare Nietzsche, Schopenhauer, Eraclito) e della storia proprio con l’intento di assorbire le basi necessarie per plasmare un’estetica nuova, posta su fondamenti filosofici e su contenuti simbolici che potessero essere applicati a tutte le arti, dalla pittura alla musica.
La “pittura metafisica” attraverso il riutilizzo della disciplina filosofica (metafisica appunto), ambì a rivelare l’essenza non fisica che sta, nascosta e invisibile, all’ombra del mondo oltre il mondo fisico. Non fu la realtà spirituale o trascendente ad essere ricercata, bensì la semplice constatazione dell’assenza di ogni verità o spiegazione certa.
Quella metafisica è una bellezza che sarà, per assunto, priva di senso e troverà completamento nella sua apertura verso una pluralità d’interpretazioni e significati, “un nulla che invita a esplorare l’instabilità dei linguaggi e la sconcertante pluralità semantica dei segni, e che apre orizzonti completamente nuovi al mondo della comunicazione visiva”.

Come è proprio dei geni, quella di De Chirico non fu una rivoluzione personale ma lo fu “per il mondo intero”. Egli meglio di ogni altro seppe riproporre la condizione esistenziale degli uomini dei primi del Novecento.
Nella sua arte, per la prima volta, concetti immateriali e ad alto tasso filosofico vennero condensati in rappresentazioni plastiche attraverso raffinati giochi di metafore. Piazze vuote afferrate in particolari ore pomeridiane, fughe prospettiche vertiginose di portici e strade, stanze spoglie e deserte, quinte architettoniche, vedute da finestre cieche pari ad oblò proiettati verso orizzonti lontani nei quali sono una vela o un treno osano fare capolino, diventarono i mezzi personali con i quali De Chirico dette voce alle ansie e alle paure di un secolo.
L’alienazione, la solitudine, la nostalgia la privazione così come la melanconia e l’incomunicabilità che sfoceranno nei sanguinosi conflitti che conosciamo, furono protagoniste delle opere dell’artista sin dai suoi esordi precedenti le vicende belliche stesse. Da quel momento la grande follia novecentesca aprì le porte in modo davvero rumoroso al “grande silenzio del mondo”.

Con questa sua arte profondamente concettuale seppure ancora legata alla tradizione figurativa, il De Chirico “dèpaysagiste”, come volle definirlo Cocteau, aprì la strada a molti nuovi movimenti d’avanguardia.
Protagoniste dell’esposizione saranno pertanto le corrispondenze, oltre che di temi e soggetti, soprattutto di sensibilità che si ritrovano in quelle atmosfere di sospensione, di sogno ad occhi aperti, proprie degli artisti che metabolizzarono l’esempio dechirichiano. 

La rassegna fiorentina prenderà in considerazione opere realizzate tra il 1911 e il 1954. La fase dell’arte europea che ebbe con De Chirico il suo esordio, venne definita dal critico J. T. Soby “successiva a Picasso” per porre l’accento sul nuovo indirizzo, non più rivolto ad esplorazioni formali o cromatiche, bensì di matrice fortemente filosofica e letteraria oltre che concettuale e fantastica, scoperto o meglio “rivelato” agli occhi di De Chirico.
Sono solo tre i nomi che in locandina affiancano il grande artista, ma sarà molto più ampia la presenza documentata all’interno della rassegna.

Tra le sale della mostra De Chirico avrà modo di dialogare con René Magritte per il quale i dipinti vanno prima “immaginati” come sogno, rappresentazione di una interiorità che è propria solo della mente, per essere poi realizzati solo in un secondo momento. Sarà egli a dire che l’arte del predecessore è “una nuova visione nella quale lo spettatore ritrova il suo isolamento e intende il silenzio del mondo”, dimostrando di aver colto pienamente l’intima essenza di quella poetica.

I seguaci italiani Carrà e Morandi dimostreranno invece come l’intima lettura metafisica sia trasfondibile anche agli oggetti del quotidiano andando oltre la loro visibilità muta. E se il primo diventa un solido ponte di collegamento tra la Metafisica e il Realismo Magico tedesco, il secondo sovverte gli equilibri: ciò che è inanimato diventa vivo e ciò che è vivo rimane fissamente inanimato per l’eternità.
Max Ernest e André Breton ci faranno viaggiare tra Dada e Surrealismo spingendo lo sguardo verso l’immaginifico e il mondo sconosciuto.
Un ulteriore aggancio sarà poi tracciato tra De Chirico e la Germania dove la “Nuova oggettività” dette forma teutonica ai precetti della Metafisica italiana. Fu proprio sotto questo nome che nel 1924 vennero riunite le tendenze estetiche che, in seguito alle vicende belliche, interpretarono la realtà come qualcosa di gelido e straniante. Ancora una volta furono il senso di distacco e di alienazione dell’uomo a dare voce, corpo e materia alla piaga del Novecento come vedremo, in mostra, nell’opera del polacco Niklaus Stoecklin.

Avremmo poi modo di testare come le opere degli agli anni Venti ascrivibili al “periodo classico” di De Chirico, furono materia fertile per il fratello Alberto Savinio e per Arturo Nathan.
Nei quadri dei due artisti prende corpo tutto il fallimento di un secolo che, attraverso la propria cultura borghese, aveva tentato di far rinascere una “antichità” che ora può risorgere solamente sotto forma di relitto o rovina, simbolo di un glorioso ma irripetibile passato.

Chiuderanno la rassegna le nature morte di Pierre Roy, altre porte aperte verso il Realismo Magico, e le tele di Balthus nelle quali il silenzio e l’enigma acquistano ora una inedita sfumatura erotica: “l’eros, che nella vita e nelle opere di de Chirico e di Magritte venne represso e frustrato, e che rifiorisce grandioso solo negli splendidi dipinti di Max Ernst, annuncia timidamente il proprio ritorno. Non tutto è perduto”.

Come di rito ormai in occasione degli eventi di Palazzo Strozzi, all’esposizione si affiancheranno una variegata e multiforme serie di offerte per la famiglia e per i ragazzi che faranno della multimedialità e dell’interdisciplinarietà il proprio strumento.

 

Dettagli

DIDASCALIE

1- Giorgio de Chirico
(Volo 1888-Roma 1978)
Mobili nella valle, 1928
olio su tela
Ginevra, Galerie Krugier & Cie.

2- Alberto Savinio
(Atene 1891-Firenze 1952)
La nave smarrita [Le navire perdu], 1928
olio su tela
Torino, collezione privata.

3- René Magritte
(Lessines 1898-Bruxelles 1967)
Il senso della notte [Le sens de la nuit], 1927
olio su tela
Houston, TX, The Menil Collection.

4- Max Ernst
(Brûhl 1891-Parigi 1976)
Loplop presenta: la bella stagione
[Loplop présente: La Belle Saison], 1930 circa,
olio su tela
Thyssen-Bornemisza Collections.

5- Carlo Carrà
(Quargnento 1881-Milano 1966)
Il gentiluomo ubriaco, 1916
olio su tela
Collezione privata.

6- Niklaus Stoecklin
(Basilea 1896-1982)
Manichino per parrucche con pera
salvadanaio
[Perückenstock (mit Sparbirne)], 1929
olio su tela
Collezione privata

7- Balthus
(Balthasar K_ossowski de Rola; Parigi 1908-Rossinière 2001)
Il passaggio del Commerce-Saint-André
[Le passage du Commerce-Saint-André], 1952-1954
olio su tela
Collezione privata

IN COPERTINA
un particolare di
Giorgio de Chirico
(Volo 1888-Roma 1978)
L’enigma dell’arrivo e del pomeriggio
[L’énigme de l’arrivée et de l’après-midi], 1911-1912
olio su tela
Collezione privata
 

Catalogo edito da Mandragora

Mappa

Dove e quando

De Chirico, Max Ernst, Magritte, Balthus. Uno sguardo nell'invisibile

  • Date : 26 Febbraio, 2010 - 18 Luglio, 2010
  • Indirizzo: Firenze, Palazzo Strozzi
  • Sito web

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