Il segreto dei suoi occhi
di // pubblicato il 11 Giugno, 2010
Oscar 2010 al Miglior Film Straniero, a sorpresa tra candidati molto più quotati, l’argentino Il segreto dei suoi occhi di Juan José Campanella è allo stesso tempo un thriller d’agghiacciante bellezza e una travolgente storia d’amore e rimpianto.
Benjamín Espòsíto, impiegato del tribunale di Buenos Aires da poco in pensione, ossessionato da un caso di omicidio con stupro a cui ha continuato a pensare negli anni, decide di scrivere un romanzo basato su questi eventi e inizia un lavoro di rimembranza che ha il valore di un’intima terapia personale. Riesumare il passato può essere un percorso impervio, le tracce indelebili depositate nella memoria sono sempre pronte, se stimolate, a riprendere vita e invadere il presente con tutta la loro forza destabilizzante. A distanza di venticinque anni dal delitto, l’uomo torna a parlarne al suo ex capo, l’affascinante Irene Menéndez Hastings per cui nutriva sentimenti inespressi, imparando che rielaborare il passato è necessario, ma porta inevitabili alterazioni al presente e inaspettate conseguenze sul futuro.
Sarebbe un crimine svelare di più una trama complessa, ricca di tensione e continui colpi di scena che ciclicamente rimettono in gioco l’intera indagine, in un gioco a incastro tra passato e presente che offre brividi senza mai un calo di ritmo, fino all’inatteso e spiazzante finale in un mix tra noir, thriller e mélo. Attraverso la struttura del film poliziesco, senza i personaggi stereotipati tipici del genere ma raccontando storie di persone reali, il film di Campanella opera una riflessione profonda sul valore della memoria, con rimandi continui alla nostra capacità di fermare momenti anche insignificanti della vita e rielaborazione inconscia, che spesso altera il ricordo per trasformarlo in mito o icona.

Il film è pieno di battute bellissime in cui tutti i personaggi prima o dopo dichiarano il loro rapporto tra tempo vissuto e rimembranze. C’è chi afferma di essere “incompetente a guardare indietro” forse per non dover ammettere d’essersi arreso ad una vita consumata nel disamore; chi distrutto dal dolore, sembra ritrovare un alone di serenità quando consiglia al protagonista di “scegliere bene” tra i pensieri le cose importanti che vorrà ricordare, perché quando il tempo sarà trascorso è tutto ciò che gli resterà; o chi consiglia di dimenticare, non guardare mai indietro torturandosi su ciò che si sarebbe potuto fare o non fare, immaginando come gli eventi sarebbero stati dirottati su binari diversi. Questo è solo un gioco inutile della mente che se assecondato può offrire “mille passati e nessun futuro”.
Senza aspirare a essere un film sulla storia dell’Argentina, l’indagine al centro del film è ambientata a cavallo tra il 1974 e il 1975 prima cioè della presa del potere da parte della giunta militare, anche se il contesto storico resta sullo sfondo è essenziale per comprendere la deriva delle istituzioni che già coltiva il seme del totalitarismo. In nome di una maggior sicurezza, rispetto a paure astratte, spesso instillate nelle masse dalle istituzioni stesse, il potere inizia a corrodere pian piano diritti civili fondamentali, come il diritto ad avere giustizia. Il dittatore Videla è cresciuto in seno a una debole democrazia, non è improvvisamente giunto dallo spazio, per questo è sempre necessario vigilare perché le prove tecniche di regime avvengono sempre sotto gli occhi di tutti e a piccoli passi. L’inquietante scena dentro l’ascensore è efficace metafora di un popolo intero schiacciato dall’arroganza del potere si, ma anche soggiogato alle proprie paure reali o presunte.

In un paese come l’Argentina, in cui ancora sono aperte profonde ferite sul dramma dei desaparecidos, a causa di tutto il passato non rivelato che ancora stenta a emergere, il protagonista del film rappresenta un popolo intero che ad un certo punto della vita si trova solo davanti a se stesso, deve fare i conti con tutto ciò che per anni ha tentato di rimuovere, affrontare ogni cosa lasciata in sospeso se vuol ritrovare un po’ di serenità. Il valore della memoria individuale diventa metafora di memoria collettiva, un tema fortemente attuale e mai esaurito in una terra ancora attraversata da tanti fantasmi.
Tratto dal romanzo La pregunta de sus ojos di Eduardo Sacheri, autore insieme al regista anche della sceneggiatura, Il segreto dei suoi occhi stupisce per la profondità e l’acuta perizia con cui scandaglia gli abissi dell’animo umano, con scene indimenticabili come il provocatorio terzo grado a cui è sottoposto l’indiziato o battute rivelatrici dell’esigenza comune a ogni essere umano, anche al più violento degli assassini, di comunicare con i suoi simili a dispetto dei suoi atti contro la collettività.

Il segreto dei suoi occhi è anche un raffinato esercizio d’espressione cinematografica, il regista fa una scelta etica nel non mostrare mai la violenza e nel momento in cui si compie un omicidio, la vittima offesa è sempre fuori campo. Spiazzante è l’efficacia con cui mette in scena lo stupro, una manciata di secondi che in realtà non mostrano niente lasciando tutto all’immaginazione, ma arrivando improvvisi sullo schermo senza nessun preavviso, provocano lo shock iniziale che giustifica l’accanimento investigativo del protagonista e il suo non arrendersi mai. Più che la sete di giustizia, nella quale forse non crede più, il protagonista riversa nell’indagine il suo intimo desiderio di colmare vuoti interiori ed esplorare il percorso dei rimpianti per un amore corrisposto e mai consumato.
La parte mélo del film racconta l’inseguimento di un ideale d’amor puro, più volte l’impiegato del tribunale resta affascinato dalla totale devozione del giovane marito della donna uccisa, fedele a quel sentimento che ormai non può più essere espresso nel mondo fisico, ma proprio per questo immune all’usura del vivere di ogni giorno. Alla fine il film sembra voler suggerire che il vero delitto è quello di uccidere l’amore, non aver il coraggio di esprimerlo, per poi sopravvivergli.

La pellicola è ricca anche di venature da commedia, estremamente divertente nella sua tragicità il personaggio dell’amico e collega Sandoval, alcolista alla deriva capace d’improvvise illuminanti intuizioni, che quando risponde al telefono dell’ufficio dice una cosa sempre diversa per liquidare presto l’interlocutore. “Pronto, banca del seme. …no, qui noi prestiamo lo sperma, ha sbagliato numero!”
Un film notevole anche da un punto di vista tecnico, la sequenza durante la partita di calcio nello stadio di Buenos Aires in cui Benjamín e Sandoval setacciano gli spalti affollati di tifosi alla ricerca del loro uomo, con un inseguimento sotto le gradinate che è un unico meraviglioso piano sequenza ininterrotto, è un momento indelebile di grande Cinema. Il regista Juan José Campanella, molto attivo negli Stati Uniti dove ha curato la regia di tanti serial televisivi di successo, ha dichiarato con una punta d’ironia: “negli States giro serie per la tv, in Argentina torno a fare il Cinema. Da una parte guadagno e dall’altra spendo.”

Probabilmente senza la conquista dell’Oscar Il segreto dei suoi occhi non sarebbe mai arrivato sui nostri schermi, chissà se senza riconoscimenti di questo prestigio i film successivi di Campanella avranno la stessa fortuna? lo stesso regista ha detto: “Nuovo Cinema Paradiso dopo l’Oscar uscì in Argentina e fu un grande successo. Ma se chiedi a un argentino cosa ha fatto dopo Giuseppe Tornatore, non ti saprà rispondere.”