Il sacco di Roma

di Sara Pietrantoni // pubblicato il 05 Luglio, 2011

Sebbene ci fossero tutti i presupposti per pensare il contrario, all’alba del 6 maggio 1527 a Roma dormono tutti abbastanza tranquilli. Poco oltre le porte cittadine le truppe imperiali sono pronte all’assalto, immerse in una fitta nebbia che di certo promette essere una buona alleata. Papa Clemente VII, in Vaticano, ancora spera che nessuno osi attaccare la città santa, la culla del cristianesimo. Anche se, secondo l’opinione comune, Roma aveva perso ormai da tempo ogni aura di sacralità. Le prime avvisaglie di un progressivo scollamento tra la curia romana e l’opinione comune si hanno all’inizio del secolo, con papi come Alessandro VI e Giulio II che agiscono, e appaiono di conseguenza, più come principi guerrieri che come pii successori di Pietro. A tratti si ha come l’impressione di essere addirittura tornati ai fasti della Roma imperiale: feste, banchetti, vendita delle indulgenze, pettegolezzi sulle condotte lascive dei cardinali, collezioni di statue antiche, di idoli pagani che fanno il loro ingresso in Vaticano, cortigiane che abitualmente frequentano i palazzi del potere.

L’apice si raggiunge tuttavia con l’elezione al soglio pontificio di Leone X che, essendo figlio di Lorenzo il Magnifico, è stato educato ad una delle più fastose corte rinascimentali che mondo ricordi. Durante il suo pontificato si accende una miccia che esploderà solo qualche anno più tardi: nel 1517 infatti il monaco tedesco Martin Lutero, dopo essere rimasto raccapricciato da una visita a Roma, redige 95 tesi, 95 quesiti sulla condizione della chiesa romana, che affigge sul portone della cattedrale di Wittenberg; tesi alle quali però il papa non sembra prestare la dovuta attenzione. La morte di Leone X e la successiva elezione di Adriano VI sembrano placare per qualche tempo l’animo esacerbato dei critici e dei luterani: il nuovo pontefice infatti, nato a Utrecht e distante anni luce dalla gaudente e spensierata temperie culturale italiana, sembra portare una ventata di rigore in città. Tanta fermezza è però mal digerita dai romani che infatti, dopo la morte del papa (a nemmeno due anni dall’elezione) festeggiano e tirano un grosso respiro di sollievo al pensiero che si potrà tornare ai bagordi di un tempo. Il respiro di sollievo diventerà un urlo di gioia alla notizia che il nuovo papa è ancora un Medici, Clemente VII. La città torna in breve a festeggiare e a godersi la vita senza evidenti preoccupazioni religiose, ma mostrandosi anzi sempre di più come quella “novella Babilonia” descritta oltreconfine. Ad aggravare la situazione è l’incapacità del papa di comprendere il complesso scenario politico del tempo e, di conseguenza, la costante ambiguità nei confronti delle due maggiori potenze dell’epoca, Francia e impero. In pochi anni papa Clemente passa infatti da un’alleanza all’altra e l’andirivieni infastidisce non poco Francesco I e Carlo V, le cui truppe avanzano pericolosamente, e quasi senza controllo, verso Roma. Il grosso dell’esercito imperiale è costituito da fedeli (fanatici?) della nuova dottrina luterana, convinti che l’assedio e la presa di Roma sarà la giusta punizione per la condotta morale dissoluta del papa e della Curia. Sono come crociati, ma crociati inferociti che combattono contro lo stesso pontefice, e che sembra nulla possa fermare.

Ma torniamo all’alba del 6 maggio: gli imperiali, poco fuori il Vaticano, si preparano all’assalto; entrano in città approfittando di una zona poco difesa e si dirigono direttamente verso San Pietro. I romani cercano di far fronte come possono a quel fiume in piena, ma ogni tentativo sembra inutile: la cosa più sicura da fare sembra scappare e rifugiarsi da qualche parte visto che non viene nemmeno preso un ultimo, estremo provvedimento, che avrebbe potuto evitare, o almeno rallentare, il dilagare dei lanzichenecchi in città: il taglio dei ponti. Scappano quindi come possono i più poveri, scappano, dopo aver cercato di salvare i loro tesori, i cardinali, scappa, coperto da un drappo scuro per non essere visto, Clemente VII che si rifugia a Castel Sant’Angelo, uno dei pochi porti sicuri durante l’assalto, dove rimarrà, letteralmente assediato, per quasi sette mesi. Nel frattempo i lanzichenecchi spadroneggiano in città: rubano, stuprano, uccidono, fanno scempio di alcuni dei più belli edifici del tempo (le Stanza di Giulio II in Vaticano e la Villa Farnesina portano ancora oggi i segni del sacco), riducono la città ad un campo di battaglia, abbandonandola soltanto per i mesi estivi. Il sacco vero e proprio dura infatti poco più di una settimana, ma le truppe lasceranno la città solo nel febbraio del 1528. Roma è ormai in condizioni disastrose, il papa vi fa ritorno solo in ottobre, gli artisti sono morti, scappati altrove o talmente scioccati da non riuscire più a lavorare serenamente: “non mi par essere quel Sebastiano che ero avanti il sacco; non posso più tornare in cervello ancora” scrive nel 1531 Sebastiano del Piombo, facendosi portavoce di un sentimento comune e rappresentando al meglio una delle stagioni più drammatiche del Rinascimento romano.

 

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DIDASCALIE IMMAGINI

  • Roma, Piazza san Pietro
    courtesy Sara Pietrantoni
  • Roma, Castel Sant'Angelo
    courtesy Sara Pietrantoni


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Piazza San Pietro
courtesy e copyright Città del Vaticano


IN COPERTINA

un particolare di
Rudolf Wiegmann (1804-1865)
Veduta di San Pietro e Castel Sant'Angelo, 1834
68,3 x 99 cm.