Il riccio
di // pubblicato il 12 Febbraio, 2010
Parigi, rue de Grenelle numero 7, un condominio di lusso in un bel palazzo stile Art Nouveau abitato da famiglie importanti di politici e diplomatici. Paloma è una bambina di undici anni figlia di un ministro, vede il mondo degli adulti come la boccia di un acquario dove tutti continuano a sbattere sempre contro lo stesso vetro, perciò ha deciso che al suo dodicesimo compleanno farà harakiri per sottrarsi a ciò che famiglia e società hanno in serbo per lei. Nel frattempo, armata di una vecchia telecamera analogica, riprende i suoi familiari, i vicini e tutto il mondo che le sta attorno per realizzare un film sull’inutilità della vita stessa.
Madame Michel è la portiera dello stabile, asseconda deliberatamente lo stereotipo della portiera, piccola, grassa, brutta e scorbutica, per usare le sue stesse parole, e si muove tra le occupazioni quotidiane invisibile agli occhi altezzosi degli abitanti del palazzo. In realtà come un riccio nasconde sotto gli aculei un animo raffinato, nel segreto della sua guardiola legge i romanzi di Jun'ichirō Tanizaki e adora Anna Karenina di Leone Tolstoj, in onore del quale ha chiamato il suo gatto Léon.
In seguito alla morte di un ricco e importante condomino, l’appartamento tornato disponibile viene subito occupato da un distinto signore giapponese, monsieur Kakuro Ozu, con i suoi gatti Levin e Kitty. Come un alieno venuto da mondi lontanissimi, Monsieur Ozu osserva le cose e le persone senza preconcetti, gioca a Go con la piccola Paloma e invita a cena Madame Michel. Il fascino che la cultura giapponese ha sempre esercitato sulla portiera e sulla piccola figlia del ministro, unito all’assenza di prevenzioni verso gli altri dell’anziano signore giapponese, porterà i tre personaggi a incontrarsi andando oltre ogni superficiale apparenza.

Film d’esordio alla regia per la giovane Mona Achache Il riccio è tratto dal romanzo quasi omonimo L’eleganza del riccio di Muriel Barbery e affronta tematiche originali e quotidiane, ma talmente sottili e apparentemente inconsistenti da risultare invisibili ai più. Il messaggio che fa da architrave centrale al film è il concetto che non ha alcuna importanza quanto durerà la nostra vita o quando moriremo, l’importante è ciò che facciamo del nostro vivere e quello che siamo riusciti a essere quando la morte ci raggiunge, in altre parole un invito all’evoluzione del nostro essere interiore e alla condivisione con i nostri simili.
Renée, la portiera di cui quasi nessuno conosce il nome di battesimo, e Paloma sono due personaggi in incognito che usano i pregiudizi degli altri per crearsi un nascondiglio sicuro dove coltivare le proprie inclinazioni e l’aspirazione alla tranquillità, decisamente in controtendenza rispetto alla dilagante mania di protagonismo di questa società dell’apparire.

Il riccio è un film sull’immagine che gli altri hanno di noi e sull’errata identificazione dell’individuo con il suo lavoro e le mansioni che esso comporta, applicando alle persone stereotipi bidimensionali che quasi mai corrispondono alla realtà si pensa che una persona che svolge un lavoro umile non possa avere una cultura e una ricchezza interiore. Così la portiera Madame Michel che porta via l’immondizia del palazzo, con questa sua occupazione “sporca” è agli occhi dei ricchi condomini accecati dai pregiudizi, praticamente un’ombra priva di ogni spessore. La persona è identificata con la sua occupazione e vi scompare dentro, le si parla solo a proposito di pulizie o altre questioni di servizio, per il resto semplicemente non esiste.
Questa riflessione mi porta alla mente un ricordo personale. Un giorno il mio principale mi ha rimproverato per aver usato troppa familiarità, secondo lui per il ruolo di supporto che ricopro, con i professionisti “tutti laureati” (ma con la metà dei miei anni) a cui avevo rivolto una comunicazione. Spesso a livelli diversi della società corrispondono parametri di valutazione differenti, per me un diploma di laurea non è elemento che da solo contraddistingue automaticamente una persona stimabile e non ha alcun valore se alla certificazione di uno status culturale e burocratico non corrispondono comportamenti e azioni degne di stima.

Accade sovente di occupare e dividere lo stesso spazio su questo pianeta con persone che hanno una mappa del mondo e una percezione delle cose talmente distante dalla tua, che in pratica viviamo accanto interagendo nello stesso spazio fisico ma abitando mondi diversissimi ed estranei tra loro, senza una reale comunicazione possibile. Questo pensiero mi ricorda il testo della canzone Giubbe Rosse di Franco Battiato, quando pensando a una formica che gli attraversa la strada riflette: “com’è diverso e uguale è il loro mondo dal mio!”
Il suggerimento non banale di Renée di cambiare il modo di gustare un pezzetto di cioccolata aprendosi così a un’esperienza nuova, quasi come se si assaggiasse per la prima volta un cibo sconosciuto, rappresenta l’invito a cambiare il nostro punto di vista sulle cose, a provare a guardare il mondo da un’altra angolatura evitando di fossilizzarci in posizioni precostituite, perché questo può e deve essere un ottimo esercizio per coltivare l’intelligenza.
Meraviglioso l’uso della citazione dell’incipit del bellissimo romanzo di Leone Tolstoj Anna Karenina: “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo” che diventa quasi una parola d’ordine riservata, un segreto linguaggio cifrato per riconoscersi tra simili che coltivano in silenzio una comune passione d’arricchimento interiore, lontano dall’ignoranza che sempre più spesso è esibita come una bandiera in questa società.

Un tempo mi piacevano i quiz televisivi in cui colti concorrenti si sfidavano mettendo alla prova le loro conoscenze, rispondendo a domande anche difficili senza aiuti o agevolazioni, adesso è vagamente irritante assistere alla formulazione di domande semplici al limite della stupidità, con quattro risposte possibili suggerite e l’ignorante di turno che ha il cattivo gusto di sbagliare lo stesso senza alcuna vergogna. Perché ormai l’ignoranza è sdoganata da figure di spicco del panorama politico e televisivo che allegramente mostrano di non possedere alcuna cultura diffondendo l’idea che se ne può fare a meno.
Josiane Balasko è eccezionale nel ruolo della portiera Renée, che grazie alla sua interpretazione appare tanto brutta e trasandata all’inizio della storia, ma è allo stesso tempo capace di sprigionare quella femminilità nascosta nel personaggio quando, grazie all’amicizia e all’interesse dimostratole da Monsieur Ozu, riscopre la cura di sè stessa anche su un piano esteriore. Un bellissimo film, nutriente per il cervello.