Il restauro della Madonna di Senigallia
di // pubblicato il 19 Gennaio, 2011
A pochi giorni dall’apertura della mostra Melozzo da Forlì. L’umana bellezza tra Piero della Francesca e Raffaello, in programma dal 29 gennaio prossimo ai Musei di San Domenico di Forlì, l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro presenta l’intervento effettuato sulla Madonna di Senigallia di Piero della Francesca. Il dipinto, realizzato forse per committenza diretta del duca Federico da Montefeltro tra 1474 e 1478, e da lui donato alla figlia Giovanna in occasione del suo matrimonio con Giovanni della Rovere, è sicuramente da annoverare tra i massimi capolavori del Rinascimento (e dell’arte di ogni tempo) e rappresenta bene l’interesse del maestro di Sansepolcro per la pittura fiamminga e la tecnica ad olio: in un semplice interno domestico, costruito attraverso un mirabile uso della prospettiva, due angeli affiancano la Madonna che tiene in braccio il Bambino benedicente. Il tutto è rischiarato dalla luce che entra dalla finestra, delineando alla perfezione i particolari dell’opera e contribuendo a rendere il dipinto una vera apparizione divina.

L’opera, restaurata su richiesta della Soprintendenza PSAE delle Marche, torna nell’istituto romano a oltre 50 anni del precedente intervento, condotto da Paolo e Laura Mora sotto la direzione di Cesare Brandi, padre del restauro moderno. In quell’occasione l’intervento più delicato riguardò senza dubbio il raddrizzamento della tavola di noce che costituisce il supporto della pittura, ma contestualmente si ebbe anche modo di analizzare la raffinata tecnica di pittura del maestro urbinate, che utilizzò una preparazione estremamente sottile ed unì, forse all’uovo, l’olio di lino, sperimentazione sicuramente dettata dalla conoscenza di pittori come Jan van Eyck, le cui opere erano certo note ad Urbino, dove appunto Piero della Francesca realizza la sua Madonna.

Nonostante il furto subito nel febbraio del 1975, la tavola si è presentata, ai restauratori che l’hanno presa in cura nel dicembre 2010, in buono stato di conservazione, per cui l’intervento si è limitato ad una leggera pulitura che ha permesso di ritrovare l’originaria cromia e di scoprire interessanti particolari, come i piccoli tocchi di pennello che costituiscono la pelliccia dell’interno del manto di Maria, i due piccoli boccioli della rosa che stringe il Bambino o la lavorazione a piegoline dello scollo dell’angelo di sinistra.

Oltre all’opera di Piero sono state restaurate, anche in questo caso con il prezioso contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Forlì, due opere di Melozzo, il San Marco Evangelista ed il San Marco papa, realizzati per la chiesa romana di San Marco. Si tratta di due delle poche opere mobili del pittore forlivese giunte fino a noi, caratterizzate dall’utilizzo di una tecnica insolita: oltre a costituire infatti un precoce esempio di tempera su tela, rivelano un sottilissimo strato di pittura, che è oltretutto stesa sulla tela di lino senza nessun tipo di preparazione. Grazie alla riflettografia all’infrarosso è stato inoltre possibile scoprire il disegno preparatorio, rimasto fino ad oggi celato agli occhi degli storici.