Il Novecento Russo in mostra. Opere dalle collezioni Morgante e Sandretti
di // pubblicato il 15 Luglio, 2010
Dall’Impero all’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche alla nuova Federazione. Tre Russie sono in mostra, fino al 25 luglio, presso Ca’ Foscari Esposizioni (Università Ca’ Foscari, Venezia) e Giuseppe Barbieri e Silvia Burini ne sono i curatori.
Un’indagine sugli sviluppi della cultura figurativa russa e sovietica è il filo conduttore dell’esposizione, dalle avanguardie di inizio secolo al realismo socialista degli anni '30-'50, fino all’underground, per concludere con alcune opere degli anni '90.

L’evento presentato è da considerarsi eccezionale perché si tratta della prima esposizione in Italia che presenta organicamente l’intero Novecento russo e perché lo fa attingendo da due grandi collezioni private italiane, tra le più importanti di arte russa al mondo e, in gran parte sconosciute: quelle create da Alberto Morgante e da Alberto Sandretti.
Morgante, attratto dal mondo artistico, inizia a collezionare opere prima di artisti italiani e successivamente, al suo incontro con il diplomatico Franco Miele, opere dell’arte Russa; una collezione corposa che contiene autentici capolavori dell’arte russa dell’inizio del XX secolo, estendendosi cronologicamente fino all’underground russo degli anni Sessanta.
Sandretti possiede oltre ventimila pezzi fra dipinti, sculture, opere grafiche, porcellane, manifesti, cartoline illustrate, distintivi, oggetti e libri, che rispecchiano il processo artistico, culturale e politico della Russia/Unione Sovietica nel corso di tutto il XX secolo, la sua passione per l’arte Russa inizia negli anni Sessanta quando si trova a Mosca per compiere gli studi universitari.
Emozionante perché consente di rileggere e rivivere la storia di una nazione che ha influenzato come poche altre la storia del mondo per tutto il secolo. L’immaginario di un grande popolo è stato influenzato dai messaggi veicolati dagli artisti. Il “radioso avvenire” è diventato realtà tramite le immagini di un regime più che nella quotidianità della vita.
All’arte fu affidato il ruolo di trasformare la materia prima dell’ideologia in immagini e miti destinati al consumo di massa Il Realismo socialista è stato forse il più grande esperimento mediatico mai compiuto.

Le arti figurative, ma anche l’architettura e il cinema, ebbero due principali funzioni: la propaganda e la costruzione del mito del radioso avvenire. Oggetto della propaganda non era la realtà, almeno non nelle forme concrete della vita quotidiana, ma il mito che l’arte era destinata a creare.
Centrale è la raffigurazione del leader, soprattutto la monumentale iconografia di Stalin che prosegue e sviluppa quella di Lenin. Questo il senso della grande attenzione riservata, in mostra, al manifesto di propaganda (Majakovskij, Rodčenko, Nal’bandjan, Klucis).
I manifesti nacquero nell’ambito dell’attività di agitazione politica, che doveva coinvolgere la massa con un discorso “facile” ed emotivamente trascinante: celebrare un “nuovo mondo” in cui, secondo il famoso slogan di Stalin, “vivere è diventato più allegro”, mostrato in tutto il suo splendore attraverso le realizzazioni “virtuali” del comunismo.
Esposte inoltre opere straordinarie, di artisti del simbolismo e dell’avanguardia prerivoluzionaria come Benois, Končalovskij, Larionov, Gončarova, Ekster, Chagall, Kandinskij, Malevič, Tatlin, Fal’k, protagonisti che in buona misura hanno guidato e indirizzato tutta l’avanguardia mondiale.
Stalin, senza riuscirci, provò a eliminare questa memoria fondamentale, nascondendo per anni le opere di questi artisti alla vista del pubblico e negando la possibilità anche fisica di qualsiasi tipo di dissenso. Solo con la sua scomparsa, il disgelo e il nuovo indirizzo politico di Chruščev consentirono la timida nascita di un'arte non ufficiale. I pittori presero a esporre nelle proprie cucine, che divenne lo spazio privilegiato di quegli anni, anche i poeti leggevano le loro opere in casa.
La pretesa degli artisti non conformisti (Rabin, Nemuchin, Kandaurov, Sitnikov, Kalinin, Jakovlev, Bulatov) non era quella di far valere un dissenso politico in modo ufficiale: esprimevano un dissenso “linguistico”, non volevano più usare la lingua del potere.

Negli spazi di Ca’ Foscari viene inoltre ricostruita una parte della Biennale del Dissenso che si tenne a Venezia, con grande rumore, nel 1977, segnando la definitiva consacrazione dell’underground moscovita: ben 26 opere provenivano anche allora dalle collezioni Sandretti e Morgante.
A fine percorso alcune opere di artisti degli anni '90 riprendono in modo diverso ma coerente i tre grandi temi della mostra, la memoria dell’avanguardia, la mistificazione del realismo socialista e l’immaginario della pittura non ufficiale, in modo tale da comunicare come tutto il '900 russo sia pervaso da linee di tendenza coerenti, per la prima volta riunite in un’unica esposizione, elementi di un unico e affascinante puzzle. Uno spaccato davvero consistente di una vicenda culturale che non si può semplificare se non rischiando di banalizzarla.
La mostra gode dell’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, con il Patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero degli Affari Esteri. L’iniziativa è promossa dall'Università Ca' Foscari Venezia e dalla Regione del Veneto, è sostenuta dalla Fondazione Alti Studi sull’Arte di Venezia, con il contributo di Enel, in collaborazione con Banca Popolare FriulAdria-Crédit Agricole, Terra Ferma Edizioni, Simest e Gruppo Masserdotti .
Il catalogo della mostra è a cura di Terra Ferma Edizioni, le immagini sono commentate da studiosi esperti del settore come Vittorio Strada, Gian Piero Piretto, Victor Stoichita, Alessandro Niero e Viktor Misiano.