Il “Mondo” nell’arte in mostra a Venezia

di Silvia Groppa // pubblicato il 08 Agosto, 2011

Caroline Bourgeois dopo averci strabiliato con la splendida mostra inaugurata nella priamvera scorsa nell’ex porto monumentale di Punta della Dogana di Venezia, oggi sede permanente della collezione di François Pinault, si ripete facendo appassionare il pubblico ad un’altra splendida mostra curata per i cinque anni dalla riapertura di Palazzo Grassi: Il mondo vi appartiene. Quest’ultimo progetto complementare rispetto a Elogio del dubbio, è stato concepito allo scopo di far riflettere sui limiti insiti nella geografia dell’arte, nel rapporto con gli altri e con il mondo. Lungo il percorso espositivo si possono ammirare le opere “di artisti di diverse generazioni e di differenti origini – racconta Monsieur Martin Bethenod direttore di Palazzo Grassi e Punta della Dogana – di confrontarne le pratiche, le discipline, i percorsi personali, di esplorare i rapporti con la storia, la realtà e la sua rappresentazione. In un mondo spesso minacciato da rigidità e isolamenti, la mostra tenta un approccio al tema dell’identità che non si fonda sulla rivendicazione di una nazionalità o sull’affermazione di un’origine, ma sul modo di costruire la relazione con l’altro”.

La mostra si propone di allargare il campo delle conoscenze possibili, per offrire una lettura originale del mondo contemporaneo toccato dagli avvenimenti dell’ultimo secolo, che hanno sconvolto la società moderna dalla West Coast Americana all’Estremo Oriente, passando per l’Africa, il Medio Oriente, i paesi del vecchio blocco dell’Est europeo, rinfrescando la memoria con opere realizzate da “artisti del mondo” che ricordano le grandi devastazioni, la globalizzazione e il cosmopolitismo, la perdita di identità, il nomadismo e lo stravolgimento paesaggistico.

Attraverso questi universi si puntano i riflettori sulle diverse dimensioni, importanti e significative, del progetto culturale della François Pinault Foundation e Punta della Dogana, una collezione che da sempre coglie la realtà artistica del nostro tempo. Il Mondo vi appartiene privilegia l’offerta di nuove prospettive della collezione di François Pinault, tanto che ventitré dei quaranta artisti che hanno aderito all’iniziativa espongono per la prima volta a Palazzo Grassi o a Punta della Dogana; è anche per questo che sia i promotori, che i curatori insieme agli stessi artisti partecipanti, hanno seriamente preso l’impegno di voler rischiare proponendo un numero inconsueto di progetti speciali, nuove commissioni e opere in situ realizzati da Houseago, Friedrich Kunath, Matthew Day Jackson, Louise Lawler, Adrian Ghenie, Yang Jiechang, Zeng Fanzhi, Giuseppe Penone, Rudolf Stingel, alle quali va aggiunto l’adattamento al contesto del Palazzo del lavoro di Joana Vasconcelos.

Tutti gli artisti chiamati a partecipare all’evento hanno delle percezioni originali sugli eventi che hanno sconvolto il mondo, sulle contraddizioni che ne derivano e soprattutto sulle speranze che ne conseguono; "allo stesso tempo – secondo Caroline Bourgeois – le loro opere testimoniano perfettamente il dialogo tra le diverse culture, i differenti punti di vista e le differenti percezioni". È questo aspetto peculiare della collezione che ho voluto mettere in luce. Questo progetto non poteva essere presentato su palcoscenico migliore, infatti la Biennale di Venezia è da oltre un secolo che accoglie al meglio l’evoluzione dell’espressione artistica contemporanea, mettendola a confronto con critica e pubblico eterogenei.

Palazzo Grassi per la sua ubicazione e per la sua struttura architettonica, con i suoi spazi neutri che si sviluppano intorno ad un grande atrio, assume l’aspetto di una piccola città nella città lagunare, fatta di tanti quartieri e popolazioni che possono incontrarsi. Per tutti questi elementi il Palazzo si presenta come perfetta location per mescolare e far comunicare le opere di artisti provenienti dalle varie parti del mondo (Cina, Sud Africa, Europa, Giappone, Iraq, Stati Uniti e Russia), le cui esperienze sono caratterizzate da diversità generazionali e dall’appartenere a culture molto diverse tra loro. Il palazzo sul Canal Grande, dunque, diviene per l’occasione una piccola “città moderna”, composta da opere che parlano lingue diverse e raccontano storie che si rapportano tra loro, con l’obbiettivo di permettere al visitatore di percepire, sentire, fare proprie e comprendere ciò che ogni opera dice, perché secondo Caroline Bourgeois: “Un’esposizione è riuscita solo quando si apre un varco nella memoria”.

L’approccio a Il Mondo vi appartiene è impattante, perché già all’esterno Palazzo Grassi viene segnato da due istallazioni allegoriche che segnalano le due grandi direttrici della mostra: la prima è Waiting (2006), un realistico avvoltoio dalle misure monumentali realizzato da Sun Yuan & Peng Yue, due artisti che lavorano insieme da un decennio, e per questo conosco bene il significato di interazione, condizione e negoziazione, di conseguenza i loro lavori tendono sempre a coinvolgere lo spettatore, stimolandone delle reazioni. Il grande avvoltoio rappresenta la metafora delle minacce e delle paure umane, un’opera che si contrappone alla seconda istallazione dal titolo L’Homme Pressé (2010-2011) di Thomas Houseago. Per l’artista è stata la prima opera realizzata su commissione e per questo ispirata liberamente al David di Michelangelo. L’opera è un tributo alla varietà del genere umano nella sua essenza più profonda indipendentemente dal colore della pelle, dal sesso, dalla religione e dall’appartenenza etnica.

Entrando nel Palazzo si viene immediatamente colpiti da Contamination (2008-2010) di Joana Vasconcelos, opera che si poggia nel grande atrio per insinuarsi fino all’ultimo piano, invadendo le scale e altri spazi, come se abbracciasse metaforicamente tutte le nazionalità. E’ un’opera allegra, vitale, composta da pezzi di tessuto e souvenir raccolti dall’artista durante i suoi numerosi viaggi in giro per il mondo. Questa eclettica istallazione riecheggia le interazioni tra le diverse culture di un ambiente globale.

Nel mezzanino troviamo le video istallazioni di Francesco Vezzoli, in una affronta il tema della democrazia mentre nell’altra documenta la sua vita d’artista, finge di essere una celebrità del mondo dello spettacolo, realizza false interviste e racconta aneddoti che denunciano tutto lo squallore, la mediocrità e la falsità di un mondo basato sull’apparenza.
All’interno delle sale incontriamo quegli artisti a cui è stato dedicato un apposito spazio, non isolato ma concepito in modo da poter comunicare con gli altri, grazie ai passaggi e alle prospettive proprie degli ambienti interni di Palazzo Grassi.

Il percorso espositivo si popola di una infinita varietà di esperienze artistiche, attraverso le quali viene raccontata la “storia del mondo”, fatta di capitoli dinamici composti da opere dirette, alternate da altre più quiete o più edoniste. Si possono scorrere così i lavori dell’iraniano Farhad Moshiri, che con la scritta Life is beautiful (2009), composta da 1242 coltelli infilzati su un’enorme parete bianca, denuncia la caduta di un certo stile di società in Iran; Ahmed Alsoudani nei suoi tre dipinti realizza uno spazio inaccessibile in cui si muovono figure ambigue che si intersecano tra loro; ci raccontano le loro esperienze individuali, spesso dolorose perché segnate da torture corporali. Friedrich Kunath nella sua scultura fatta di enormi piedi da clown che sbucano da sotto una tenda, mossa da un ingranaggio, sdrammatizza con ingenuità e spontaneità sulla condizione umana.

Le opere di cenere di Zhang Huan, sottolineano la monumentalità delle figure tutelari di Mao Zedong, Ho Chi Minh; mentre l’istallazione Caverne (2009) di Huang Yong Ping, riproduce una caverna con all’interno i suoi pipistrelli, statue in pietra di monaci buddhisti e figure di talebani vestiti, in resina, un’atmosfera inquietante che fa riaffiorare il ricordo verso la paura che l’uomo ha di rinchiudersi in ambienti a lui ostili.

Tra le varie istallazioni ambientali presenti in mostra, ce n’è una in cui si può entrare in una foresta popolata da 36 alberi posizionati da Loris Gréaud: Gunpowder Forest Bubble (2008); Matthew Day Jackson con All in the family (2011), presenta in una teca in acciaio e vetro, diversi reperti che assomigliano a creature dalle sembianze semi umane provenienti da altri pianeti. L’artista vuole celebrare, in questa come in altri suoi lavori, la vita anche quando questa diventa difficile. Insieme Gréaud e Jackson, mettono in scena attraverso le due istallazioni fantascientifiche un teatro post-apocalittico, a cui si oppone l’opera di Cyprien Gaillard che ripropone nelle videoproiezioni del 2009 Pruitt-igoe falls, l’implosione di imponenti costruzioni che simboleggiano la realtà delle condizioni di vita e delle utopie crollate.

Altri due artisti provenienti da due contesti diversi, vogliono ricordare la spoliazione della ricca cultura africana e afro-americana divorata dall’America: El Anatsui, è da ormai dieci anni che lavora con i tappi di bottiglia, oggetti scoperti per caso e che ancora oggi gli danno un gran senso di libertà espressiva, così ha realizzato l’arazzo dal titolo Depletion (2009); mentre David Hammons con High level of cats (1998) presenta dei gatti posizionati sopra dei tamburi.
Alighiero Boetti insieme a Frédéric Bruly Bouabré con i loro lavori analizzano un mondo impossibile che si sviluppa nell’assenza di spontaneità, ossessionati dall’idea dell’unità universale del mondo. Stessa forza comunicativa per le tele del francese Philippe Perrot che ci mostra, in spazi privi di profondità e di prospettiva, scene sparse di violenza, crudeltà e di dolore.


Sigmar Polke celebra con Objekt Kartoffelhaus (1967-1990), la fragilità e la provvisorietà, mentre Charles Ray in Family Romance (1993), scompone lo schema simbolico della famiglia, che ripropone in un certo qual senso anche in Two Boys (2009), opera che domina dall’alto Palazzo Grassi, in cui rappresenta in un rilievo due adolescenti, uno con la bocca aperta e l’altro con la bocca chiusa in due diversi atteggiamenti: agire inghiottendo il mondo oppure meditare guardandolo. Marlene Dumas denuncia nei suoi dipinti la precarietà della condizione femminile.

Attraverso delle rappresentazioni eccessive, che si rifanno al surrealismo e all’iperrealismo viene celebrato il fallimento del reale: Jonathan Wateridge comunica la sua arte attraverso il digitale con cui presenta scene di violenza a grandezza naturale tratte da film, così come David Claerbout che nel suo The Algier’s Sections of Happy Moment (2008), rappresenta la verosimiglianza del possibile, mentre Urs Fischer, smaterializza nelle sue sculture gli oggetti che perdono di significato. All’opposto ci sono artisti più attaccati alla vita reale, che usano la loro arte come un mezzo alternativo di memoria per archiviare la storia, così la storia della Russia viene descritta, attraverso il confronto delle rispettive visioni sull’eredità sovietica, da artisti definiti “eroi” perché negli ultimi trenta anni si sono posti in netto contrasto con il sistema sovietico, la burocrazia imperante e la menzogna ideologica: Boris Mikhailov, Sislej Xhafa e Adrian Gheine; tra loro c’è anche Sergey Bratkov, che invita alla responsabilità individuale proponendo fotografie di bambini modelli, abbigliati e messi in delle pose ambigue volti a denunciare violenze, abusi e sfruttamenti.

Il francese, Yto Barrada porta Palm Sing (2010), un’opera composta con lampadine colorate, pittura e alluminio con cui ironizza sull’obsolescenza della società turistica.
Il ritorno alla natura selvaggia viene celebrato da diversi artisti presenti in mostra, come: Zeng Fanzhi che nei suoi oli nasconde la luce con intricati rami di selve oscure realizzate con doppi pennelli da cui emerge il mostro lungo tre metri di Nicholas Hlobo fatto con materiali da ready made. L’artista pur di non privare lo spettatore di avvicinarsi alle opere come meglio crede, non fa tradurre mai i titoli e non rivela esplicitamente la storia che l’opera vuole raccontare, perché tutto quello che si può venire a sapere dopo aver visto l’opera, potrebbe impoverire quell’esperienza.

Il cinese Yang Jiechang ci seduce con una complessa installazione di sette pannelli dipinti a colori e inchiostro su seta, che ci invitano ad evadere in un paesaggio immaginario digitalizzato, un vero e proprio paradiso.
Giuseppe Penone ha costruito la sua istallazione ambientale realizzata in situ con foglie di nespolo del Giappone, foglie di alloro e di bosco. L’opera fa riflettere sul rapporto che si instaura tra l’uomo e la natura, immergendo lo spettatore in una stanza in cui si respira il profumo del thè, al centro un grande polmone artificiale d’orato che rappresenta l’impotenza dell’uomo davanti alla forza della natura. Takashi Murakami si sofferma sull’effimero, sul virtuosismo alla pari di Rudolf Stingel che utilizza il decorativismo come elemento sociale. Ger van Elk sottolinea la frustrazione dell’impossibilità di comunicare. Chiude questo vasto percorso espositivo l’istallazione dal titolo Dialogue (2010) realizzata da Lee Ufan che rimanda ad una dimensione più spirituale, “lasciando prendere fiato dopo il ciclone emotivo sollevato dalla mostra”.

In questa passerella non potevano mancare le opere di artisti come: Jeff Koons che ha riportato a Venezia il Balloon dog (Magenta), che bene si accorda con l’opera in alluminio, Grosse Geinster di Thomas Schütte e l’istallazione di Maurizio Cattelan, che con We (2010) esamina in un doppio autoritratto la nostra posizione nell’eterno trascorrere del tempo.

L’oraganizzato catalogo realizzato da Electa per Il Mondo vi appartiene, raccoglie splendide immagini di tutte le opere esposte, e 19 interviste fatte agli artisti provenienti da paesi emergenti, cioè non occidentali, e dà grande spazio agli artisti che hanno concepito sul tema della mostra un’opera apposita per l’evento.

 

Dettagli

DIDASCALIE IMMAGINI

  1. Joana Vasconcelos, Contamination, 2008-2009, tecnica mista, dimensioni varie.
  2. Thomas Houseago, L’Homme Pressé, 2010-2011, cm 808x157x381.
  3. El Anatsui, Depletion, 2009, cm 381x944,8, vista perticolare.
  4. Loris Gréaud, Gunnpowder forest bubblu, 2008, 36 alberi di cm 600x200 ciascuno, luna cm. d. 250, vista particolare.
  5. Matthew Day Jackson, All in the family, 2011, tecnica mista, cm 116,8x363,2x360,6.
  6. Giuseppe Penone, vista particolare: Respirare l’ombra, 1998, tecnica mista, cm 185x90x165; Foglie di tè, 2008, tecnica mista, dimensioni varie.

 

Mappa

Dove e quando

  • Fino al: - 22 Dicembre, 2011
  • Indirizzo: Palazzo Grassi, Campo San Samuele, 3231, 30124 Venezia
  • Sito web

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