Il moderno all’improvviso
di // pubblicato il 13 Settembre, 2010
All’indomani della prima guerra mondiale, Firenze si ritrova a fare i conti con i problemi del passato, cercando, col ritorno allo stile eclettico, un modo per riorganizzarsi. Nel 1919 si parla dell’attuazione del vecchio piano regolatore e di ampliamento del 1914 ad opera degli ingegneri Tognetti e Pelleschi, dove si indicano le zone periferiche da saturare con abitazioni fino alle colline, il risanamento del quartiere di San Frediano, con demolizioni e il progetto del nuovo quartiere industriale, a nord-ovest della città.
L’episodio che caratterizza gli anni fra il 1919-21 è la costruzione del teatro-giardino Alhambra, nell’area fra piazza Beccaria e l’Arno. L’edificio, costruito con un eclettico stile neomoresco di grande fantasia dal fantasioso Adolfo Coppedè, era un esempio della moda orientalista che dilagava in Europa nelle architetture per lo spettacolo; verrà distrutto nel 1960 per far posto al palazzo de La Nazione.
Nel 1923 viene approvato un nuovo piano di espansione e regolatore, realizzato dagli ingegneri comunali sulla falsariga del vecchio. Per fare una città moderna, ma con “un degno legame tra le divine bellezze artistiche dell’antica città” si pensa solo ad incentivare il processo di accrescimento edilizio dei quartieri di San Jacopino, del Romito, di Campo di Marte, di San Salvi, di Villamagna, San Gaggio e Ponticelli e Legnaia; per giustificare la mediocrità del piano, si spiega che l’architetto Poggi, nell’Ottocento, aveva già dato le linee guida con le sue operazioni urbanistiche, che perciò non hanno bisogno di ulteriori programmi.
Se la città è fucina di nuove pubblicazioni letterarie (Il Selvaggio, Solaria, il Frontespizio, il Bargello) e di vivaci scontri politici, la cultura architettonica è ancorata al passato, con un prepotente ritorno allo stile eclettico della fine del secolo precedente.

Il nuovo irromperà con forza grazie al concorso per il fabbricato viaggiatori della stazione di Santa Maria Novella; il concorso nazionale verrà bandito il 25 Agosto 1932, dopo accese critiche contrarie ad un primo progetto, che era stato approntato e approvato da una commissione composta dal podestà di Firenze, dal soprintendente, dal capo ufficio d’arte del comune e da Ometti e Papini. Il progetto era dell’architetto Angelo Mazzoni, tecnico del ministero delle comunicazioni. Grazie a questo concorso, i giovani allievi della novella facoltà di architettura hanno finalmente una occasione; sono gli anni in cui si sta già costruendo il nuovo stadio Berta (poi chiamato Franchi) a Campo di Marte, con ardite strutture in cemento armato. Lo stadio, però, non è un prodotto della scuola fiorentina, perché l’ingegnere Pier Luigi Nervi di Sondrio si era laureato a Bologna. Progettato nel 1929, lo stadio è il primo oggetto moderno costruito a Firenze.
Nel 1920 gli architetti e ingegneri fiorentini avevano proposto le Cascine per il nuovo centro polisportivo, poi l’interesse si spostò sull’area delle Cure, dietro richiesta del gruppo rionale fascista G. Berta. Il discorso progettuale di Nervi si fonda sul concetto secondo cui la bellezza architettonica deriva immediatamente dalla perfezione strutturale. Gli elementi strutturali, quindi, vengono lasciati a vista e diventano il punto di forza dello stadio. La pensilina di copertura della tribuna d’onore, proiettata nello spazio per 22 metri, si appoggia su travi curve che diminuiscono di spessore in avanti, proporzionalmente al minor peso da sopportare. All’eleganza di questa risponde la innovazione tecnica delle scale elicoidali, formate da una trave a chiocciola innestata e rinforzata da una trave ruotante in senso inverso, per bilanciare staticamente le forze. Il risultato è di grande dinamismo e leggerezza, oltre all’originalità dell’utilizzo delle strutture di cemento armato. Opposta alla tribuna svetta la esile torre di Maratona, elevata per 60 metri dalla sommità della gradinata, che fa da contrappunto all’orizzontalità del volume della tribuna stessa. Lo stadio ha una forma di grande D, che può naturalmente far pensare ad un omaggio a Mussolini.
L’ingresso principale fu invece realizzato dall’ingegnere fiorentino Giuntoli, di carattere monumentale ed eclettico, che mal si accordava con la creativa e innovativa progettazione di Nervi. In occasione dei mondiali di calcio del 1990, lo stadio è stato oggetto di un intervento di riordinamento per ampliarne la capienza (da 36000 a 49000) e per integrazioni funzionali e tecnologiche. I lavori, eseguiti da Gamberini, Macci e Slocovich, hanno apportato alcuni notevoli cambiamenti che hanno, in realtà, alterato visivamente l’originale struttura.
All’interno dell’ateneo fiorentino la didattica più innovativa e aperta alle nuove correnti razionaliste era quella di Giovanni Michelucci, professore-guida per il gruppo di studenti che andranno a formare il”Gruppo Toscano”, vincendo con lui il concorso: sono Nello Baroni, Italo Gamberini, Baldassarre Guarnieri, Pier Niccolò Berardi e Leonardo Lusanna.
L’architettura proposta è una novità incredibile nel panorama asfittico fiorentino ed accanto alle inevitabili critiche avrà tanti estimatori che la reputeranno “particolarmente intonata alla grazia fiorentina ch’è grazia nuda, severa, tagliente, senza zucchero” (Ricci).
Il progetto della stazione di Firenze era anche il tema della tesi di laurea di Italo Gamberini, che la discute il 26 Novembre del 1932; pur se pensata in un diverso perimetro rispetto a quello del bando di concorso, si trovano già alcuni degli elementi caratteristici dell’edificio, a cominciare dalla “cascata di vetro”, l’andamento orizzontale del fabbricato e la rigatura della materiale di facciata. Su questo progetto si innestano le varianti apportate sotto l’abile guida di Michelucci, il quale seguirà da vicino le sedute della commissione a Roma fino allo sperato verdetto. decretato da Galeazzo Ciano nel 1933.
L’inaugurazione avverrà il 30 Ottobre 1935 -il giorno prima della analoga cerimonia per la Biblioteca Nazionale, così diversa!- grazie ad un lavoro serrato che vide all’opera circa 700 operai. L’edificio si confronta con la vicina zona absidale di Santa Maria Novella, della quale utilizza la stessa pietra di macigno, senza competere con lo slancio verticale dello storico monumento. Il blocco compatto dell’edificio è di forma orizzontale, accentuata dai ricorsi sporgenti di pietra forte, ma interrotta dalla grande vetrata bordata in ferro, che scende come una cascata in modo calmo e pacato, quasi una nuova lettura delle finestre gotiche della chiesa dei Domenicani.

L’interno è realizzato con ricchezza di materiali: dettagli in metallo e lucerne in vetro e cristallo di moderno design, marmi policromi a fasce longitudinali per il pavimento della galleria di raccordo ai binari, che si presenta come una strada urbana coperta, pavimentata di marmo apuano bianco e marmo rosso Amiata, con una copertura “inginocchiata” controsoffittata da lastre di rame. La parete di testa, alta 7 metri, è ricoperta di marmo travertino di Rapolano, su cui si stagliano tutti i cartelli indicatori, le scritte in rame patinato, le fotografie dei paesaggi italiani e le porte verso gli ambienti della biglietteria, del ristorante, della sala d’attesa e di altre stanze multifunzione. Anche le stanze del ristorante- bar sono impreziosite da marmo verde sulle pareti e da una boiserie in legno e da due pitture a tempera di Ottone Rosai che raffigurano paesaggi toscani. L’ampio salone della biglietteria, illuminato dall’ampio lucernario, comunica grazie a grandi vetrate su infissi metallici, con una piccola galleria verso la piazza, originario ingresso della stazione.
Il Gruppo Toscano si è occupato anche degli arredi, producendo oggetti dal design moderno e funzionale di pregio: le panchine ed i portapacchi in bronzo ancorati ai pilastri delle pensiline fra i binari, gli orologi elettrici, come quello esterno di forma triangolare ancorato alla muratura con struttura in bronzo, gli sportelli in vetro e bronzo delle biglietterie e la grafica delle scritte sui muri. Una progettazione generale, dalla pianta della struttura fino allo specifico, con cura dei particolari e dei materiali usati; il metodo usato e il risultato sono un esempio di architettura razionalista che però, a detta degli stessi architetti, nasce nella “massima libertà, da tendenze diverse, con vari contributi che non rispecchiano un unico stile” (Michelucci).