Il mercante d’organi e Shylock in flebo un incubo chiamato“Teatro senza sovvenzioni”
di // pubblicato il 20 Marzo, 2010
Voci fuori campo di giornalisti, dalle più svariate provenienze, nazionali e internazionali, chiedono ad un anziano regista, ormai ritiratosi, informazioni sull’impresario, del quale poco si conosce, che gli a messo a disposizione spazi e denari per mettere in scena il testo che lui ha desiderato per tutta la vita, The Merchant of Venice di William Shakespeare. In una situazione sociale come quella ipotizzata da questo lavoro dove risultano ormai ratificati i tagli delle sovvenzioni alla cultura in genere e al teatro in particolare, operazioni del genere appaiono miraggi faraonici. Ma cosa nasconde il filantropismo di questo oscuro uomo?

Suona il gong il regista, Moni Ovadia, assiso su una alta sedia e dà inizio ad una rappresentazione dalle caratteristiche fortemente meta-teatrali. I continui rimandi al testo shakespeariano, al testo recitato dagli attori, e alle tematiche di riflessione proposte, quali antisemitismo, vittimismo, omosessualità, mercanteggiare (nell’accezione più gretta del termine) caricano il lavoro di Andò e Ovadia di una pregnanza che tende a travalicare i limiti della mera rappresentazione del classico, ormai rielaborato a tal punto da essere un opera altra, per farsi analisi dettagliata ed attenta di una società contemporanea, quella occidentale, che sin dalle sue fondamenta moderne, il Cinquecento del testo shakespeariano appunto, ha avuto sempre bisogno di un capro espiatorio sul quale scaricare malumori e sfogare la propria rabbia. Il “vittimismo” che istaura un rapporto di gioco definendo due ruoli, quello del carnefice e quello del seviziato.
Ecco allora che luci, simili a quelle usate nei cortili delle prigioni, mostrano gli attori chiamati dal regista per la messa in scena. Appare Shylock, impersonato dal Shel Shapiro, cantante rock leader dei The Rokes, anziano e sofferente, coricato su un letto d’ospedale e attaccato ad una flebo. Accanto a lui una bionda infermiera in gonna succinta e reggicalze se ne prende cura. L’impresario, Ruggero Cara, vestito con una vistosa giacca di strass che interpreta anche il ruolo di Antonio il mercante. Bassanio giovane ed impacciato e una Porzia, Federica Vicenti, dai facili costumi, propensa al rischio e a concedere favori erotici in cambio di un’occupazione. Oltre a ciò si evidenziano gli intermezzi musicali della Moni Ovadia Stage Orchestra, ormai cifra stilistica del creatore di Oylem Goylem, che aprono un ventaglio sonoro che spazia da toni madrigalistici al pop, segmentando l’opera e dandole un carattere da collage postmoderno.

I personaggi principali della trama shakespiriana sono presenti. Tutto, però, è calato all’interno di uno spazio di difficile identificazione, firmato da Gianni Carluccio. Che sia un retaggio di archeologia industriale? Un mattatoio? Di una sola cosa siamo certi, vi è una grande finestra in mezzo alla parete centrale, la quale appare macchiata di una grandissima chiazza rossa. Che sia sangue? Ed alle parenti laterali appaiono oscuri oggetti disposti in file non chiaramente determinabili che saranno poi svelate essere teche contenenti organi umani. Questo è lo spazio messo a disposizione dall’Impresario con manie teatrali per l’anziano regista.
Attraverso uscite e entrate progressive tra il testo di Shakespeare, recitato sia in italiano che in inglese per i monologhi principali, si presentano le “prove” per la sua messa in scena e si palesa la chiave interpretativa scelta dal regista. Fare ottenere a Shylock il suo pound of flesh che aspetta ormai da cinquecento anni. Ma un’altra idea abbastanza raccapricciante e crudele permea lo spettacolo. Infatti l’impresario, che è interessato al teatro in maniera in cui questi si occupi di “vittime”, vorrebbe risolvere il mistero che separa l’arte dalla vita, bramando per la sua collezione privata di organi umani dei quali fa commerci, il cuore di un artista, anzi proprio quello del grande poeta della scena che ha chiamato lì per il suo progetto teatrale. Ecco dove è arrivato il teatro, ormai non più finanziato e sovvenzionato dalle istituzioni, cosi come dicono gli stessi personaggi dello spettacolo, in balia delle morbose fantasie dei detentori del capitale, “banditi megalomani travestiti da uomini d’affari”.
Ed al riguardo di Shylock, l’ebreo usuraio di Venezia? Il regista, si sostituisce all’attore scelto per la parte, malato e non più in grado di eseguire sforzi fisici, finendo col diventare un doppio di quest’ultimo. Si rifiutano i connotati prossemici e costumistici tipici della tradizionale visione del personaggio. Via cappello giallo, via postura ricurva e subdola e il sibilo vocale di ascendenza demoniaca medioevale. Così facendo il metteur en scéne attacca le visioni antisemite di Shakespeare e della società veneziana del Cinquecento, e lo stesso fa con quelle settecentesche dell’età dei lumi e quelle pietistiche di epoca vittoriana. Ma la visione della carne e del pound of flesh continua a dominare tutta l’opera. Come quando cinque macellai, i membri della Moni Ovadia Stage Orchestra, guidati da un macellaio-corifeo sbattendo lunghi coltelli in maniera ritmica su tavoli da macello, alludono al taglio delle carni, inverato dalla corifeo stesso che ne infilza dei pezzi.
Interessante collage musicale che oltre a rumori di acque e canali veneziani che fungono da tappeto sonoro sviluppa intermezzi, dal gusto di songs brechtiani, come Who Wants to Live Forever dei Queen cantata da uno Shylock malato che rivendica il suo diritto di essere stanco e di non voler proseguire l’atto infinito e irrealizzabile sancito dal testo, incassare la sua penale di carne umana. Musiche originali e arrangiamenti con ascendenze eclettiche firmate da Lee Colbert, Luca Garlaschelli, Massimo Marcer, Vincenzo Pasquariello e Paolo Rocca, affermano il carattere prettamente musicale del teatro di Ovadia.
I gesti e le immagini della stagione più cruenta dell’antisemitismo europeo, il nazismo, si mescolano alla partitura dei personaggi e proiezioni moltiplicate di Hitler in comizio sul fondo della scena ricalcano le parole del famosissimo monologo shakespeariano modificato in “non ha occhi un nazista?”. Ci si chiede chi è ormai l’ebreo nella società contemporanea. Uno zingaro prende parola, “lo zingaro oggi è Shylock” oltre a varie allusioni all’omosessualità tra Porzia e l’infermiera abbandonate in effusioni che si richiamano alle discriminazioni su base sessuale. Un senso di profondo dubbio e ricerca di un entità richiama tutta l’opera. Lo stesso Shylock mette in dubbio il suo essere ebreo, non riconoscendosi più nella lingua dei padri, sino ad affermare che “l’essere ebreo è una certezza inquieta”.

Cosi il regista, ebreo in arte e in vita, doppio di Shylock, rievoca la lingua dei padri indossando i paramenti sacri per la preghiera Kippah, Talled e Tefillin, pregando mentre alle sue spalle appaino varie proiezioni di ritratti di persone ebree vittime dell’olocausto, archivio di volti-memoria di un passato ancora vicino. Si giunge così al processo che conclude la messa in scena e l’opera. Una sorta di tavolo settorio funge da sbarra degli imputati ed accoglie il duplice ebreo, mentre una giura costituita da membri laici e clericali si riunisce per lo studio del caso affidato a Porzia en travesti, con parrucca riccioluta da gran giurista e abito lungo trasparente viola, firmato come tutti i costumi da Elisa Savi. Si ricompie, così, il rifiuto dell’incasso della penale da parte dell’ebreo. Ma se Shylock non avesse rifiutato e avrebbe continuato deciso prendendosi ciò che gli spetta per diritto legale? Ma come se la legge della predeterminazione testuale stabilisse l’uscita di Shylock e il processo al suo doppio, il regista, finisce col supplizio di attendere che l’impresario gli estragga il cuore per la sua collezione. E così i due, accomunati come due pazienti in fin di vita su un letto d’ospedale, attendono ed una gran risata tra il sarcastico e un senso di rassegnazione fa spegnere le luci.