Il Mediterraneo
di // pubblicato il 12 Agosto, 2010
Dal mese di novembre Palazzo Ducale a Genova sarà la sede di importanti mostre dedicate al Mediterraneo, da Coubert, che nel piccolo villaggio di pescatori di Palavas, a sud di Montpellier dipinse alcuni dei suoi capolavori, a Monet a Matisse, ad artisti contemporanei come Guccione e Puglisi, pittori differenti accomunati dalla loro passione per il paesaggio mediterraneo.
Il 27 novembre si apre la mostra Mediterraneo da Coubert a Monet a Matisse circa 80 dipinti provenienti da musei e collezioni di tutto il mondo, questo itinerario magico dentro il colore, che a Van Gogh fece così scrivere: «Colore cangiante, non sai mai se sia verde o viola, non sai mai se sia azzurro, perché il secondo dopo il riflesso cangiante ha assunto una tinta rosa o grigia.»

Eppure la costa del Mediterraneo francese si impose con notevole ritardo nella percezione che i pittori avevano del paesaggio in quell’inizio di XIX secolo, proprio nel momento in cui Pierre-Henri de Valenciennes pubblicava il suo celebre trattato sulla rappresentazione della natura. Perdurava l’idea che la nozione del Mediterraneo fosse stretta al senso dell’antichità e in primo luogo alla romanità, per cui il riferimento alla coste italiane, quali luoghi deputati di questo riandare all’antico, dominava la pittura.
Dipingere il mare, la sua vastità, l’idea che dell’infinito e tuttavia anche della prossimità vi s’inscrive, è cosa che nel XIX secolo assume una rilevanza difficilmente dimenticabile, se a nord sono le visioni fortemente spirituali di Friedrich o le tempeste baluginanti e magmatiche di Turner, a sud la costa del Mediterraneo, e naturalmente il suo immediato entroterra provenzale, è il punto d’incontro di più generazioni di pittori francesi, sicuramente cinque, che dall’ambito del classicismo prima e del realismo poi, si tendono fino alla dissoluzione del colore nella materia mirabile di Bonnard quasi al confine con la metà del XX secolo.

A questo primo tempo della mostra ne succede un secondo, quello in cui alcuni grandi dell’impressionismo danno conto, in molti quadri sublimi, delle loro visite, o lunghi soggiorni, in Provenza e lungo la costa del Mediterraneo: come Cézanne che dalla fine degli anni sessanta coltiva quello spazio, sia esso il mare o il bosco, come la nascita di una continua, sempre nuova bellezza; oppure Renoir che proprio vicino a Cézanne dipinge, nel 1882, scorci bellissimi di natura all’Estaque.

E in mostra a Palazzo Ducale vi sono due capolavori realizzati proprio da Cézanne e Renoir all’inizio del 1882, quando il secondo lascia la Sicilia per raggiungere all’Estaque Cézanne che dipinge. E giunto da poco lì realizza, fianco a fianco all’amico pittore, il cavalletto fissato un po’ più in basso rispetto all’altro, forse il quadro più cézanniano della sua storia e certamente uno dei più bei paesaggi tra i suoi. Inquadrando la piccola valle, le rocce e il cielo mentre Cézanne, un poco più su, scavalca con lo sguardo le rocce stesse, inquadrando l’azzurra e non scalfibile distesa del mare.
E ancora i due soggiorni di Monet, presente con una decina di opere, nel 1884 a Bordighera e nel 1888 ad Antibes, quando il mare è come un tappeto di pietre preziose. O Boudin, che solo pochi anni dopo rincorre la scia di Monet davanti al Forte di Antibes, aprendosi a una visione che torna quasi vicina a quella della realtà di Courbet. E poi i due anni provenzali di Van Gogh, tra i primi mandorli fioriti e i campi di grano. Ognuno di questi pittori approfondisce il suo mondo, nell’inesausto cammino tra il colore e la costruzione con il colore.

Anni cui seguono quelli del post impressionismo, che hanno soprattutto in Signac tra Saint-Tropez e Antibes la loro punta di diamante, ma anche Van Rijsselberghe, Cross, Valtat, Guillaumin, Manguin, Camoin solo per dire di alcuni.
La sezione dedicata alla pittura dei Fauves è certamente significativa, con quadri di autori quali Matisse, Derain, Marquet, Braque, Friesz, Dufy, in quel loro indicare come il Mediterraneo, soltanto pochi decenni dopo, sia cosa ormai completamente diversa rispetto alle visioni di Courbet: già pienamente dentro la modernità di un secolo che si veniva appena aprendo.
E poi nella regione provenzale, e sulle rive del Mediterraneo, la presenza, a XX secolo ampiamente iniziato, di Felix Vallotton, Chaïme Soutine e Pierre Bonnard, il pittore che più di ogni altro ha saputo consegnare la strabiliante lezione di Monet al secolo nuovo.
Nella partecipazione che il colore fa dello spazio e del tempo, nel rendere quello spazio e quel tempo realtà solo della pittura, dove non è più la descrizione dei luoghi mediterranei e provenzali, ma piuttosto la dimensione della visione ininterrotta.
Sempre a fine novembre verrà inaugurata la seconda mostra dedicata al Mediterraneo, questa volta protagonista assoluto è Guccione, al quale viene dedicata un’antologica in occasione dei suoi 75 anni, un artista che al mare ed in particolare a quello della Sicilia ha dedicato tutta la sua ricerca pittorica.

In Sicilia, immerso nel paesaggio dell’isola, ha raccontato nei suoi lavori i luoghi ritrovati dell’infanzia, avviando un dialogo tra sguardo e ricordo che avrebbe originato una lunga e ininterrotta indagine pittorica fatta di variazioni, soste, approfondimenti. Ed è proprio dagli anni ottanta – anni dai quali prende le mosse questa mostra – che la ricerca di Guccione si viene caratterizzando sempre più per la sensibile rarefazione dell’immagine in una progressiva tensione simbolica come se il mare si facesse sempre più luogo capace di fondere in sé l’apparenza visibile delle cose con la loro infinita risonanza interiore.

Il mare si trasforma lentamente in una vastità di luce, tempo e spazio; un paesaggio immerso in luci e ombre, in una condizione di confine in cui il mondo si offre allo sguardo e alla coscienza come un qualcosa di sospeso tra rivelazione e dissolvenza, tra presenza e sogno; simbolo, quasi, della natura sfuggente delle cose, della loro fragile consistenza, ma anche della loro costante durata.
Il colore si sedimenta per strati che portano in sé l’esperienza del tempo; la pittura si volge al simbolico sciolto senza riserve nelle apparenze sensibili del reale.
Guccione sceglie formati allungati orizzontali e verticali e vi colloca un mare tranquillo, calmo, con un suo ritmo regolare, quasi trascritto dal variare impercettibile del moto e delle increspature delle onde.
Di questo mare non percepiamo tanto il movimento e lo sciabordio, quanto piuttosto il silenzio, accentuato dalla vastità del colore che domina la tela e dall’allontanamento dell’inquadratura, quasi una distanza voluta nella quale far risuonare lo spazio immenso del silenzio.
Il tema dell’acqua diviene così figura della vastità interiore del tempo, del suo scorrere e modificarsi, del suo ritornare su se stesso.
E tuttavia il mare di Guccione non si risolve in questa immagine; perché altre volte il tema simbolico dominante è la dialettica tra finito e infinito, ottenuto abbassando l’orizzonte al punto che terra e mare diventano una sottile striscia in primo piano e la gran parte dello spazio è invece occupata dal cielo, come in Dopo il tramonto (2000).
Dai dipinti presi dalla baia di Sampieri a quelli di questi ultimi anni, il mare si è trasformato in presenza assoluta, in pura visione d’azzurro e vive nelle infinite variazioni di luce, una luce che ha reso le superfici campiture di raffinata variazione monocroma, dove la bellezza naturale del paesaggio si è fusa mirabilmente con la straordinaria sensibilità lirica che da sempre caratterizza la poetica dell’artista.
Infine Puglisi, l’artista fa parte della seconda mostra sempre dedicata ad artisti italiani contemporanei, cresciuto in quella Sicilia feconda di talenti e di maestri, Giuseppe Puglisi (Catania, 1965) ha realizzato quadri di delicata bellezza sul paesaggio urbano e naturale, come testimoniano i lavori presenti in questa antologica, dedicati in particolare alla vastità dello spazio e alla duttilità morbida della luce.

La ricerca pittorica di Puglisi si focalizza inizialmente sul tema della città e di figure sospese nell’acqua, dove il colore è frammentato, le immagini quasi impronte sindoniche, eco di una certa pittura di Forgioli, Ferroni e Sarnari.
Nel tempo la sua ricerca si volge al recupero di una luce più atmosferica e morbida, ed emergono nuovi gruppi tematici: le terrazze, le città di notte, i paesaggi urbani. C’è il tentativo di recuperare la figura e il colore, come raccontano i quadri raccolti attorno al tema delle piscine, nei quali il colore si fa più corposo e viene steso con pennellate più fluide.
Puglisi ha dipinto giardini, aiuole, rose, quadri nei quali si conferma questa sua aderenza-immersione nel mondo delle cose. Lo spiega bene l’artista stesso, descrivendo in modo significativo il proprio procedimento pittorico: «Quando dipingo un paesaggio, anche urbano, temo molto che possa diventare tutto troppo onirico, che le luci in lontananza possano sembrare dei coriandoli. Allora sento di dover strutturare in modo molto forte l’immagine che porto sulla tela, sento il bisogno di oggetti, anche vicini, da percorrere in modo plastico con il colore. Anche i giardini di alcuni miei lavori rientrano nella città. Mi lascio incantare da piccoli spunti, ma per portarli poi sulla tela devo creare un distacco, devo leggerli attraverso uno sguardo severo. Solo così riesco a ricreare lo stupore originario.»