Il mandolino, questo sconosciuto

di Francesca Vinci // pubblicato il 30 Settembre, 2010

Suonatori di mandolino unitevi, il mondo non si è dimenticato di voi.
Certo non sono più questi i tempi alla viennese, dove la sera si giocava a carte e a parole, quando fra un sarcasmo e l’altro si suonava all’italiana, facendo attenzione a non perdere le impalcature. 
Suonare il mandolino, allora, aveva un certo non so che, era chic, sapeva di foresto. E oggi chi lo sa suonare, a parte il Capitano Corelli? 
Questo legno cordato è indubbiamente un versatile cosmopolita: non c’è popolo che non ne abbia uno. Eppure è tutto nostro. Si parla in milanese (il più antico a sei corde singole), in genovese, catanese, brianzolo, ma anche irlandese, portoghese, cileno. Di mandolini o quasi ce ne saranno sicuramente altri, ma di tutti non si può fare elenco: basti considerare che tante e talmente varie sono state le sperimentazioni architettoniche di questo strumento da aver creato la necessità di contraddistinguere un “classico”, la goccia napoletana a quattro corde doppie omofone.
Nel XVII secolo proprio i maestri napoletani ne crearono di splendidi esemplari, sostituendo alle corde in ottone quelle in acciaio, più funzionali. E furono i cantori napoletani a conquistare il cuore della Regina d’Italia, quella della Margherita, che ne fece oggetto di studio (fu allieva di Carlo Munier della Casa Vinaccia) e di passione.
Quando una moda sosta ai piani alti, per forza di cose emana influssi fin nelle più profonde radici della massa e il mandolino non è certo uno strumento classista.
Non era nato popolare, ma per dita di corte e femminili, in affiato al repertorio violinistico. Sarebbe tuttavia arrivato col tempo là dove la musica va a cercare i suoi nuovi suoni, tra la povera gente.
Così, una massa di individui che poco ancora accomunava, talvolta neppure una lingua, si ritrovò unita nell’emettere suoni da una cassa armonica che si tiene in braccio come un bambino. 
In onore della prima cittadina italiana, che si prodigò anche come pianista accompagnatore di Vailati uno dei massimi in mandolino, le orchestre di strumenti a pizzico fiorirono in tutte le più grandi città e fra queste il “Regio Circolo Mandolinistico Regina Margherita di Firenze".
I giornali della seconda metà dell'Ottocento narravano della partecipazione entusiastica financo di Garibaldi e del re Vittorio Emanuele a concerti tenuti dai maggiori virtuosi di mandolino dell'epoca.


Il duo del maestro Carlo Aonzo e della pianista Elena Buttiero, con garbo e passione perfetta, racconta i passi più rappresentativi di questo pizzicato semi sconosciuto, attraverso le composizioni dei principali esponenti della seconda metà dell’ottocento, Carlo Munier e Raffaele Calace.
Di Carlo Aonzo basti dire che è cresciuto a pane e mandolino e che è oggi uno tra i rappresentati di spicco, da massimo dei voti e lode. E se qualcuno può insegnare a suonare il mandolino oggi, quello è lui.
Elena Buttiero ha tenuto concerti a giro per il mondo e ha registrato programmi per la Rai, e per un sacco di radio dalla Svizzera, all’Irlanda, alla Norvegia. Ha anche effettuato due incisioni discografiche in qualità di arpista con la formazione Birkin Tree. 
Uscito a marzo di quest’anno il loro ultimo lavoro, Fantasia Poetica, ha fatto impallidire la costa est degli Stati Uniti d’America: quelli d’oltre oceano così vibranti non lo sono quasi mai, a meno che non si trovino a poter vantare una lontana parentela italiana, appunto.
Fantasia poetica prosegue l’opera di divulgazione del repertorio storico originale per mandolino, iniziata due anni fa nel 2008 con l’uscita per la Devega de “Il mandolino italiano nel settecento”, una raccolta di spinette e pizzicate su mandolino lombardo e romano per la prima metà del secolo, e su mandolino napoletano classico per la seconda metà.

 

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