Il Giotto che non c’è si svela a Santa Croce
di // pubblicato il 15 Marzo, 2010
Finalmente svelati gli straordinari affreschi realizzati da Giotto per le cappelle Peruzzi e Bardi nella Chiesa di Santa Croce: nascosti da una completa imbiancatura eseguita nel '700 e riscoperti nella seconda metà dell '800, questi cicli di affreschi rivivono oggi grazie alle indagini diagnostiche eseguite dall'Opificio delle Pietre Dure, all'interno di un progetto congiunto portato avanti dallo stesso Opificio insieme all'Opera di Santa Croce e dalla Getty Foundation che ha contribuito al finanziamento.
Nonostante larghe porzioni dell'opera siano andate perdute e gran parte degli affreschi siano purtroppo invisibili all'occhio umano, le moderne tecnologie restituiscono - anche se per ora solo agli addetti ai lavori - gran parte dello splendore originale, svelando quasi magicamente ciò che il Maestro aveva realizzato e che la storia aveva invece celato.

In occasione del restauro Ottocentesco infatti gran parte della pittura è stata asportata nel tentativo di rimuovere lo strato di scialbo utilizzato per coprire interamente le cappelle durante la fase di ristrutturazione del secolo precedente. Per questo restano oggi visibili soprattutto nella cappella Peruzzi solo alcune porzioni dei cicli pittorici originali, e laddove la pittura è stata meno danneggiata restano solo figure accennate, con colori sbiaditi e visi privi di elementi espressivi. Questo genera una lacuna negli studi dell'opera di Giotto, dato che in assenza di un supporto che fornisca informazioni precise è difficile valutare le scelte tecniche e stilistiche, come pure collocare precisamente queste opere nell'evoluzione artistica dello stesso Giotto.
L'utilizzo di lampade UV per diagnosticare lo stato degli affreschi nella cappella Peruzzi, ha invece rivelato particolari inaspettati che si credevano ormai cancellati: illuminati dai raggi ultravioletti, emergono le ombreggiature dei volti, i panneggi assolutamente realistici degli abiti, i dettagli architettonici e persino le espressioni dei volti. I leganti utilizzati per i colori, infatti hanno lasciato tracce organiche negli strati più profondi delle pitture a secco, che sebbene non visibili ad occhio nudo sono tutt'ora presenti e si "manifestano" all'osservatore esterrefatto per un breve momento riflettendo i raggi delle lampade UV.
Si tratta di una scoperta del tutto inaspettata anche per il team di esperti che l'hanno eseguita: il progetto infatti prevedeva "solo" - si fa per dire - un'indagine non invasiva per valutare la situazione degli affreschi delle due cappelle, mentre l'affiorare di questi particolari renderebbe necessaria una documentazione approfondita degli stessi, per metter a disposizione degli esperti di tutto il mondo almeno una versione "virtuale" di questi capolavori. Attualmente i fondi stanziati non permettono questa ulteriore fase delle indagini, ma data la portata della scoperta, che potrebbe modificare la cronologia dell'opera di Giotto, è lecito sperare che vengano stanziati ulteriori fondi da parte di istituzioni pubbliche o private.

Parallelamente sono stati montati i ponteggi all'interno dell'adiacente cappella Bardi, per valutare lo stato dei cicli pittorici che adornano anche in questo caso le pareti. Meglio conservate di quelle della cappella vicina, le pitture murali necessitano anche in questo caso di una diagnosi approfondita volta a capire meglio lo stato di conservazione e eventualmente prevenire un ulteriore degrado. Si tratta anche in questo caso di opere di altissima importanza per la comprensione non solo dell'opera di Giotto, ma anche dell'arte Italiana che da queste opere fu largamente influenzata.
Le opere
In base a quanto emerge da queste indagini preliminari, sarebbe un Giotto maturo quello che affresca le due cappelle situate accanto all'altare maggiore della Chiesa di Santa Croce.

Nella cappella Peruzzi l'artista realizza un ciclo di pitture che rappresentano rispettivamente storie della vita di San Giovanni Battista (parete sinistra) e san Giovanni Evangelista (parete destra). I lavori sono stati eccezionalmente realizzati a secco, e dati i particolari sin qui emersi, si può ipotizzare che si tratti di una precisa scelta artistica che ha permesso a Giotto di ottenere effetti pittorici molto simili a quelli della pittura su tavola - fino ad oggi, al contrario, si credeva che la scelta fosse semplicemente dovuta alla necessità di diluire il tempo necessario a terminare il lavoro.

L'eccezionale resa della materia che si rivela nei riflessi delle sete degli abiti, nei panneggi, nelle stoffe, come pure la rappresentazione dei volumi delle architetture, il raffinato gioco di sovrapposizione tra la scena rappresentata, gli edifici e più in generale la grandiosità della composizione, sono tutti indizi di un'evoluzione probabilmente successiva ai capolavori della cappella degli Scrovegni di Padova.
Il degrado dovuto ai restauri precedenti, rendono appunto le pitture appena intelleggibili ad occhio nudo, ma l'asportazione del colore originale rende visibile il disegno preparatorio, la definizione dei punti di fuga prospettici, la costruzione dei solidi geometrici necessari alla rappresentazione delle architetture e persino i ripensamenti del pittore. L'illuminazione con raggi UV invece ci restituisce il dinamismo dei gruppi di astanti, e il realismo degli espressioni dei volti, suggerendo ancora una volta che la tecnica a secco utilizzata sia una vera e propria sperimentazione alla ricerca di un medium più adatto all'espressione di una creatività già moderna, che fu da modello anche per Masaccio e Michelangelo, il quale in un celebre disegno oggi conservato al Louvre riprese un particolare dell'Ascensione di San GIovanni evangelista, nel quale un gruppo di figure a margine della scena esprimono varie emozioni, in posture decisamente espressive.

Nella cappella Bardi invece Giotto dipinge pitture murali con la tecnica del "buon fresco": questo è uno dei motivi che ha permesso una migliore conservazione rispetto alle pitture eseguite a secco nell'adiacente cappella Peruzzi, ma che non permetterà lo stesso tipo di indagini, anche se sarà portata avanti un'accurata mappatura delle opere tramite tecniche di imaging prima, e di campionamento dei materiali poi.

Gli affreschi raffigurano alcune Storie di San Francesco e anche in questo caso è stupefacente notare la complessità della composizione e la modernità delle figure ritratte. Alla consueta dinamicità delle figure giottesche, infatti, si aggiunge una complessa sovrapposizione di piani con una resa della profondità spaziale assolutamente inedita per il tempo, con effetti trompe l'oeil del tutto naturalistici.
Anche la rappresentazione dei volti e delle emozioni sono naturali: i visi sono espressivi, ritratti nell'attimo dello stupore o della concentrazione con lineamenti chiaramente ripresi dal vero.Si conferma così ancora una volta la figura di un Giotto che transita la pittura fuori dalle convenzioni bizantineggianti del Medio Evo, riportando nei dipinti quella corporeità e quel realismo delle emozioni e della materia di origine latina che poi permetteranno lo sviluppo di un'arte italiana veramente moderna.
Scienza ed emozione
Non stupisce quindi che queste scoperte siano destinate a riscrivere almeno una parte delle pagine di studi su Giotto, artista che ultimamente è stato oggetto di interesse - basta ricordare la grande mostra romana del 2009, e le nuove scoperte sulla scuola Giottesca emerse dai recenti restauri dell'abbazia di Chiaravalle.
Ricordiamo anche che ancora le opere di Giotto sono al centro ad Assisi della mostra I colori di Giotto che parallelamente alla visione delle opere originali della basilica di San Francesco permette tramite la ricostruzione virtuale su supporti digitali di esplorare letteralmente i dipinti, e quindi di apprezzare anche i minimi particolari giotteschi anche grazie a riproduzioni 1:1 dei particolari.
Al di là dell'incredibile valore scientifico delle scoperte emerse in Santa Croce, è comunque innegabile una profonda emozione per chi come la sottoscritta ha avuto la fortuna di assistere alla presentazione del "miracolo" della tecnica che nella cappella Peruzzi rende visibile anche solo per un attimo dipinti "virtuali", figure che esistono ma allo stesso tempo "non ci sono". Allo stesso tempo ammirare gli affreschi della cappella Bardi alla distanza di pochi centimetri è stata un'esperienza altrettanto emozionante.
Infine salire sui ponteggi insieme ai membri del team dell'Opificio delle Pietre Dure - Mariarosa Lanfranchi e Alberto Felice sono stati Ciceroni pazienti e in grado di appassionare i presenti - permette di capire meglio l'immenso lavoro svolto da questi professionisti a tutela del nostro patrimonio artistico e l'importanza del sostegno a queste campagne di indagini non invasive che permettono di studiare e preservare capolavori a beneficio di tutti.