Il ghetto di Roma

di Sara Pietrantoni // pubblicato il 08 Agosto, 2011

Camminare a Roma non è mai un’azione semplice. E non per il traffico, le strisce pedonali sbiadite e gli automobilisti che vanno perennemente di fretta snobbando i pedoni, ma perché quasi ogni luogo della città conserva una storia secolare, millenaria a volte. E in alcune strade, in certe piazze, questa storia è più percepibile che in altre strade e piazze, quasi che il tempo si sia fermato per permetterci di ricordare meglio. Uno di questi luoghi è la sottile fetta di terra compresa tra il Tevere e, grossomodo, la via dei Funari: un tempo queste stradine facevano parte del ghetto di Roma, che oggi non esiste più, ma che ha lasciato una traccia indelebile in questa parte della città.

Per capire la storia degli ebrei di Roma bisogna in realtà fare un grosso passo all’indietro nel tempo e arrivare al II secolo a.C., quando sono attestate le prime presenze in città. A quell’epoca pare che molti di loro scelsero di vivere nella zona di Trastevere, soprattutto per la presenza del porto cittadino che richiedeva una manodopera costante. Poche, anzi pochissime sono le tracce rimaste, ma si ha notizia di almeno quattro sinagoghe oggi scomparse. A voler cercar bene tuttavia, si può scorgere ancora, nel piccolo loggiato di una casetta medievale, una colonnina con caratteri ebraici, testimonianza forse di quel passato lontano.

Col passare dei secoli si registra un progressivo spostamento degli ebrei di Roma che, abbandonata l’area di Trastevere, scelgono di vivere sull’altra riva del fiume, nell’area che divenne, alla fine del Cinquecento, quella del ghetto vero e proprio. Nel medioevo l’acredine nei confronti degli ebrei aumenta, soprattutto per il pregiudizio che li vede come responsabili della morte di Cristo, colpa per la quale gli ebrei vengono sottoposti ad ogni genere di vessazione, riecheggiate dai documenti del tempo. Onorio III (1216-1227) ad esempio emana una bolla le seguenti disposizioni, testimonianza indiretta di quello che gli ebrei erano chiamati a sopportare: “nessuno li obblighi al battesimo, non è lecito terrorizzarli con pietre o randelli mentre stanno celebrando le loro feste, nessuno ardisca danneggiare il cimitero degli ebrei, depredarlo o frugare nelle tombe in cerca di denaro”. Più o meno negli stessi anni la Chiesa costringe gli ebrei a portare un segno di riconoscimento sui vestiti.

Il punto di svolta arriva con l’austero e severo papa Paolo IV Carafa; esponente dell’Inquisizione quando è ancora cardinale, una volta eletto il pontefice conferma il suo carattere intransigente e la sua scarsa inclinazione a mantenere rapporti pacifici con gli ebrei. Nel 1555 infatti, con la bolla Cum nimis absurdum, decreta la realizzazione del ghetto e stabilisce che la popolazione ebraica della città sia obbligata a risiedervi. La recinzione, i cui costi sono addebitati agli stessi ebrei, viene costruito in poco meno di tre mesi dall’architetto Salustio Peruzzi e successivamente ingrandita da Domenico Fontana il quale chiede, ed ottiene, il versamento annuale di due ducati d’oro che gli ebrei dovranno pagare a lui e ai suoi discendenti come custodi dei portoni del ghetto. Gli ingressi del “claustro” vengono infatti chiusi al tramonto e fino alla mattina successiva nessuno, se non in possesso di un permesso speciale, può uscirne. Costruito il ghetto, è subito chiaro che le condizioni di vita sarebbero state difficili per i suoi abitanti: lo spazio a disposizione è in effetti estremamente ridotto, limitato in sostanza (almeno all’inizio, perché successivamente sarà ampliato, anche se di poco) ad una strada a ridosso del fiume; frequenti sono le epidemie, dovute perlopiù al sovraffollamento e alle conseguenti scarse norme igieniche. Manca inoltre, paradossalmente vista la posizione subito a ridosso del fiume, l’acqua, tanto che quella del Tevere viene utilizzata per ogni tipo di necessità fino alla costruzione, alla fine del secolo, di una fontana all’ingresso del ghetto.

Realizzata da Giacomo della Porta la fontana è ancora oggi presente, anche se spostata di qualche decina di metri rispetto all’originaria collocazione nell’antica piazza Giudea. Nella piazza si svolge la vita quotidiana egli abitanti del ghetto: all’aperto infatti, visto che le case sono troppo piccole per consentire qualsiasi attività, si praticano gli unici mestieri concessi agli ebrei, come il commercio di panni usati ed il prestito.

Anche dopo la costruzione delle fontane il Tevere rimane una presenza costante nel ghetto, nel bene e nel male, come testimoniato dalle targhe che ricordano le alluvioni che periodicamente affliggevano la città. Nelle occasioni più drammatiche l’acqua del fiume raggiunge anche i primi piani delle case a ridosso delle sue rive, comportando non pochi problemi dal punto di vista igienico e sanitario. Un riflesso di questi eventi lo si trova ancora nelle fotografie e negli acquerelli di Ettore Roesler Franz, che documentano l’aspetto della città tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, quando alcuni dei quartieri di Roma cambiano radicalmente il loro aspetto.

Testimone della vita del ghetto è stato per secoli il portico d’Ottavia, che è solo uno dei tanti edifici antichi costruiti nella zona: costruito da Quinto Cecilio Metello Macedonico nel 146 a.C., accoglieva al suo interno i templi di Giove Statore e di Giunone Regina. Il portico viene ristrutturato da Augusto, che lo dedica alla sorella Ottavia, tra il 27 ed il 23 a.C. trasformandolo in un vero e proprio museo, ornato da opere di Lisippo e Prassitele. Ben diversa, e di certo meno raffinata, la storia medievale, visto che i fornici del portico e le lastre di marmo lì ritrovate serviranno ad attrezzare il più importante (e per molto tempo unico) mercato del pesce della città, come ricordato dalla piccola chiesa di Sant’Angelo in Pescheria costruita nell’VIII secolo, sfruttando ancora una volta le strutture del povero portico.

La chiesa di sant’Angelo, così come altre dell’area, rimane per secoli parte integrante della storia del ghetto. Tra le vessazioni che gli ebrei di Roma devono subire nei tre secoli di esistenza del serraglio c’è infatti anche l’obbligo di assistere, nella giornata del sabato, a delle prediche che hanno luogo proprio nelle chiese del ghetto, tra cui il tempietto del Carmelo, caratteristica struttura che nel secolo scorso fu addirittura adibita a bottega di un ciabattino, e la chiesa di San Gregorio alla Divina Pietà, che ancora oggi conserva sulla facciata l’iscrizione, in ebraico e latino, estrapolata da un passo di Isaia e utilizzata a fini antiebraici: “Ad un popolo ribelle che procede seguendo le sue idee per una via che non è buona; ad un popolo che continuamente, dinanzi a Me, Mi provoca all’ira”.

Le prediche vengono organizzate per costringere gli ebrei a convertirsi e ad esse devono partecipare almeno cento uomini e cinquanta donne, controllati all’entrata e durante la funzione, in modo che ogni distrazione possa essere punita. Si racconta tuttavia che, per non essere costretti ad ascoltare le parole del sacerdote, gli ebrei si preoccupassero di mettere, prima di entrare in chiesa, tappi di cera nelle orecchie, invisibili anche agli occhi dei controllori più attenti e pignoli.

La storia del ghetto termina nel 1888, quando il serraglio viene distrutto e si procede alla risistemazione dell’intera zona; ricostruzione necessaria viste le precarie condizioni del quartiere, ma realizzata in maniera indiscriminata, distruggendo alcuni degli edifici simbolo di quei luoghi, come le Cinque Scole. A parziale risarcimento viene costruita, tra 1901 e 1904, la nuova sinagoga, ancora oggi perfettamente riconoscibile nel panorama cittadino per la caratteristica cupola a padiglione.

Prima di lasciare il ghetto è necessario tornare sui nostri passi, all’altezza del portico d’Ottavia, per fermarsi a riflettere di fronte alla lapide che ricorda la drammatica deportazione, avvenuta il 16 ottobre 1943, di 2091 ebrei verso i campi di sterminio di Auschwitz e Bergenbelsen. Soltanto sedici di loro sopravvissero.

 

Dettagli

DIDASCALIE IMMAGINI

  • Il portico d’Ottavia
  • La fontana di Giacomo della Porta
  • La targa che ricorda
    l’alluvione del 1598
  • Il tempietto del Carmelo
  • La facciata della chiesa di
    san Gregorio alla Divina Pietà
  • La sinagoga
  • La targa posta in ricordo
    della deportazione del 1943