Il gatto

di Elena Pratesi // pubblicato il 31 Gennaio, 2010

Impronte di gatti si trovano in tutte le forme artistiche dalla pittura alla letteratura, dal cinema alla musica: un animale che evoca magie, misteri e superstizioni, vera musa per artisti, poeti e scrittori con la sua personalità enigmatica ed indecifrabile.

Nella storia della pittura il significato che assume il gatto è molteplice, può avere in alcuni casi un valore simbolico, oppure la sua rappresentazione può essere legata alla volontà di rappresentare le svariate razze, pose ed atteggiamenti tipici di questo felino, l’unico che si è lasciato addomesticare dall’uomo pur mantenendo una propria identità molto forte.

I colori del mantello così come le differenti tipologie del pelo hanno sicuramente permesso a chi li rappresentava virtuosismi pittorici, ma anche gli atteggiamenti tipici sono fonte di grande ispirazione: addormentato, mentre fa le fusa, sornione, superbo, indifferente, inquieto, affettuoso, o mentre gioca.

Nei secoli della storia dell’uomo sicuramente il gatto è l’animale che più di tutti, ha mutato notevolmente il suo rapporto ed il suo ruolo, creandosi spazi sempre nuovi e diversi nella società.

Dalla consacrazione come dio alla persecuzione del cristianesimo, ha attraversato i secoli tra pregiudizi ed ignoranza, adattandosi a diverse e difficili condizioni ambientali, tra uomo e gatto si è sviluppata una storia straordinaria, che ha portato i gatti a ricoprire diversi ruoli, spesso in contraddizione tra loro: così come fu divinizzato dagli egizi, fu sfruttato dai romani e demonizzato nel medioevo.

Il gatto è stato adorato e odiato, accolto o cacciato, è stato considerato divino o demoniaco, in virtù del suo stesso carattere: indipendente, altezzoso, impertinente, ma anche regale, furbo, affascinante e buffo allo stesso tempo.

La prima rappresentazione pittorica risale agli antichi egizi che con i loro dipinti funerari dedicati al gatto ci hanno messo a conoscenza di quanta importanza aveva quest’ultimo per loro, graffiti e sculture mostrano i primi segni del rapporto tra uomo e gatto.

La popolazione egizia aveva la tendenza a divinizzare cose ed animali che li circondavano per spiegare le vicende ed i fattori naturali, aiutati inoltre dai preti le persone iniziarono a credere che questi animali potessero avere influenza diretta anche sulla salute, sui matrimoni e sul destino.

Un altro motivo di adorazione può essere spiegato con la capacità del gatto di cacciare i roditori che minacciavano i raccolti delle popolazioni agricole, la loro capacità di predatori li portò ad avere un ruolo privilegiato.

Gli egiziani lo importarono dall’Etiopia e lo chiamarono onomatopeicamente miu,emu o mau, esaltandolo fino a considerarlo un vero e proprio oggetto di culto, chiunque fosse stato causa di morte di uno di questi animali, anche se accidentale, per loro la condanna poteva essere anche la pena capitale.

In caso invece di morte naturale di un gatto, gli abitanti della casa si radevano le sopracciglia in segno di lutto, e per l’animale era organizzato un particolare rituale funebre; il corpo veniva avvolto in bende di lino e condotto dinnanzi ai sacerdoti che controllavano accuratamente se la sua morte fosse avvenuta in modo naturale.

Nel 2000 a. C. nella zona del delta del Nilo veniva venerata la dea Bastet, considerata signora del canto e della danza della prolificità degli uomini e degli animali e al tempo stesso protettrice delle messi e dei frutti, spesso, nella molte rappresentazioni che sono state ritrovate, veniva raffigurata con in mano un occhio di gatto, l’utchat, che si presumeva avesse poteri magici.

Questo simbolo veniva riprodotto nei templi e nei gioielli, chi li indossava veniva protetto nei viaggi ed era auspicio di molti figli; ma era presente anche nelle decorazioni delle abitazioni, perché si pensava che potesse protegger dai furti, dalle malattie e dagli incendi.

Si presume che dalla stessa parola utchat derivano la maggior parte dei nomi che degli anni a venire vennero usati per identificare il gatto: cattus, gatus, gatous, gato, katt, katte, ecc.

Successivamente i corpi dei gatti morti venivano imbalsamati, sulle bende venivano disegnati gli occhi, i baffi ed il muso dell’animale, molti pellegrini portavano i corpi di questi animali come offerte agli dei.

Dalle notevoli riprovazioni fatte si può distinguere fra due tipi di caratteristiche morfologiche dei gatti: una versione in cui si nota il muso allungato e le orecchie lunghe, ed un altro con il muso più corto ed orecchie piccole; il pelo non presentava differenze, sempre corto, pezzato o tigrato, e dai colori rosso neri.

I gatti che vivevano nei templi, ritenuti sacri e quelli delle classi elevate, dopo essere stati imbalsamati venivano deposti in sarcofaghi con ricchi ornamenti e con un topolino affinché lo accompagnasse fino nell'aldilà.

La loro fama e la loro propensione naturale alla caccia si era sparsa in tutto il mondo e si sviluppò un traffico clandestino di questi animali, così, sicuramente anche attraverso l’utilizzo delle navi, i gatti raggiunsero l’Europa e parte dell’Asia.

Nel 333 a.C. con la conquista dell’Egitto da parte di Alessandro il Macedone si avviò la decadenza della civiltà egiziana, e così anche la figura del gatto perse i suoi privilegi e l’immagine divina che gli era stata attribuita. Per il popolo greco il rapporto con il gatto non fu così idilliaco di conseguenza le rappresentazioni feline scarseggiavano.

I primi che mostrarono interesse per il gatto furono le famiglie greche più ricche che lo tenevano come animale da compagnia apprezzandone le caratteristiche tipiche. Resta il fatto che presso i greci il gatto non assunse mai la stessa rilevanza che ebbero altri animali come il leone, il cavallo oppure i cani che di conseguenza vennero maggiormente raffigurati.

La letteratura greca concesse invece un piccolo spazio al gatto nelle opere di Erodoto, Aristofane e di Callimaco che lo descrissero favolisticamente e con trasporto per il gusto estetico.

Il gatto arrivò a Roma più tardi che in Grecia, la presenza in Italia è testimoniata dal ritrovamento di monete del 500 a. C. in cui fondatori di importanti colonie come Taras e Rhegion erano raffigurati con un gatto.

Da qui giunsero alla Roma Imperiale, ed il gatto domestico ottenne nuovamente affermazione e consacrazione, rappresentava un compagno ideale per la vita terrena ed anche in quella oltre la morte.

In questo periodo sono molteplici i nomi propri o i cognomi con etimologia derivante dalla parola “gatto”, come ad esempio Felicula Felicla, Cattus, Cattulus.

Durante le campagne di conquiste i romani si portavano dietro i gatti contribuendo così alla diffusione in tutta Europa di questi animali, tracce della presenza di questi felini sono state riscontrate in tutte le regioni conquistate dal popolo romano; alcuni reparti dell’esercito sugli scudi recavano come simboli gatti dai colori differenti.

Nei primi secoli che successero l’impero romano il gatto riprese, come per le popolazioni egizi, il suo ruolo di guardiano dei prodotti dell’agricoltura; gli uomini per contrastare il flagello dei topi vedevano nei felini una sorta di salvezza.

In seguito con l’avvento del medioevo la reputazione del gatto subì un drammatico tracollo, forse proprio per colpa di una delle sua caratteristiche principali,l’atteggiamento misterioso, si cominciò a creare nei suoi confronti un alone demoniaco: il gatto venne associato agli eretici, alle streghe ed ai demoni, per molto tempo infatti venne bruciato sul rogo delle streghe e sacrificato nei riti satanici e nelle messe nere; ci fu una vera e propria persecuzione per questi animali, crudele e cruenta, ma che molti giustificavano di buon auspicio per l’avvenire.

La chiesa stessa aveva cercato di stabilire una divisione tra il bene ed il male anche nel mondo animale, ed il gatto insieme al serpente ed il lupo erano simboli del malvagio, del demonio; tanto che nel 1233 il papa Gregorio IX in una bolla, lo indicò come sembianza di satana sulla terra e la sua utilità di cacciatore e protettore dei granai venne disconosciuta.

Il gatto conobbe quindi l’accusa di essere un traditore, amico del maligno e per questo perseguitato per lungo tempo, tanto che nella maggior parte delle rappresentazioni religiose dell’Ultima Cena viene sempre affiancato a Giuda, divenne quindi simbolo per eccellenza del tradimento.

Accovacciato sotto la sedia di Giuda lo ritrae Jacopo Da Ponte detto il Bassano, artista del 500; così come in due dipinti di Paolo Veronese è ancora una volta il gatto uno dei protagonisti dell’Ultima Cena: una volta lo troviamo che gioca spensierato a pancia in su con dei cani, scena di vita quotidiana, a testimonianza di come il gatto fosse entrato a far parte della vita domestica, e nella seconda rappresentazione intitolata Cena in casa Levi, il felino è nuovamente collocato sotto la sedia del traditore Giuda.

Solo nel Rinascimento il gatto domestico venne riabilitato come animale domestico e rivalutato dalla chiesa stessa, tanto che il cardinale Richelieu lasciò parte della propria eredità ai suoi gatti.

Il gatto riacquistò la sua posizione e divenne ornamento nei salotti per bene, dame ed ammiratori si facevano ritrarre nei quadri in sua compagnia ed alla morte dell’animale costruivano tombe con relative iscrizioni e sonetti.

In Francia ed in Inghilterra divenne di moda possedere un gatto, molti scrittori ne avevano uno, e iniziarono ad ispirarsi ad essi ed alle loro affascinanti qualità per le proprie opere.

La rivalutazione giunse insieme al genio di Leonardo da Vinci che arrivò a definire “un capolavoro” il piccolo felino: a lui dedicò studi in cui lo raffigura nei suoi atteggiamenti abituali, come la lotta, il gioco, la pulizia personale, oppure la caccia.

Il gatto inizia ad essere sempre più presente nelle tele degli artisti, rappresentato nelle sue pose e nei suoi movimenti tipici, a volte anche in rappresentazioni a carattere religioso che ritraggono il gatto marginalmente o addirittura in atteggiamenti legati alle tradizioni demoniache del medioevo.

Alla fine del 1500 il gatto sembrava totalmente riabilitato, e si poteva di nuovo osservarlo nella sua veste di animale domestico e di compagnia, fu in questo momento che l’ingresso nell’arte moderna lo rese veramente protagonista e fu un trionfo, artisti del calibro di Manet, Renoir, Gouguin, Blathus, dedicarono al gatto molte delle loro tele, come adesso andremo a vedere nel dettaglio.

Molti sono i dipinti di uno dei massimi esponenti dell'Impressionismo, Pierre-Auguste Renoir, in cui sono presenti questi animali: una giovane donna assopita con un gatto in grembo, in un altro vi è un bambino che ne accarezza uno, un altro ancora ritrae una ragazza con uno di questi piccoli felini in braccio; oppure un gatto che dorme acciambellato e, infine, un vaso di gerani con, accanto, dei gattini che dormono.

Anche in uno dei dipinti più celebri del francese Edouard Manet è presente un gatto: in Olympia, infatti, opera attualmente al Museo d’Orsay a Parigi e che destò, negli anni immediatamente precedenti all’impressionismo, molto scandalo all'epoca perché vi è rappresentata una prostituta nuda distesa su un letto, è ritratto anche un gatto nero comodamente sdraiato ai suoi piedi colto a stiracchiarsi.

Ai tempi di Manet, quadri di soggetto erotico se ne trovavano moltissimi, e talvolta anche più “piccanti” di questo, ma tutti avevano una patina di rispettabilità, ipocrita, dovuta al fatto che si trattava sempre di rappresentazioni di Venere, delle ninfe o altri personaggi della storia o del mito, o al limite immagini esotiche; in pratica il nudo era consentito se inserito in contesti lontani nel tempo o nello spazio, o se riparato dietro la foglia di fico della mitologia.

Con Olympia invece Manet ritrae una scena dei suoi tempi, una prostituta nella sua stanza da letto e questo fece scandalo, sul lato destro in fondo al letto compare un gatto nero, che inevitabilmente si contrappone in modo alquanto malizioso al tipico cagnolino che accompagnava la Venere di Urbino di Tiziano; alla fedeltà (in questo caso coniugale) rappresentata dal migliore amico dell’uomo viene contrapposto l’amore mercenario rappresentato dal gatto nero da sempre animale sinistro e negativo.

Altra opera di Manet dove è presente un gatto è La femme au Chat dove è dipinta sua moglie con il gatto di famiglia, Zizi, in braccio. Zizi fu ritratto molte volte dall'artista, e appare anche in alcuni suoi acquerelli.

Inoltre, alcune illustrazioni di gatti sono presenti in libri dell'epoca come Les Chats di Champfleury.

A cavallo tra il XVIII e XIX secolo il celebre Francisco Goya ritrae Don Manuel Osorio De Zuniga, figlio del Conte di Altamira, ragazzino intento a giocare con una gazza; dietro le sue spalle tre gatti con gli occhi spalancati seguono la scena pronti ad avventarsi sul volatile, forse vorrebbero mangiarsi il pennuto.

Il bambino chiude in sé qualcosa che non è placido, ma una cattiveria governata, Goya sottolinea l’educazione, ma anche la soddisfazione del bambino di tenere gli animali in gabbia e di giocarci.

Paul Gauguin ama ritrarre figure di uomini assorti nei loro pensieri, il gatto è presente nelle sue rappresentazioni, a ribadire la sua superiorità alle miserevoli condizioni umane afflitte da temi esistenziali, appare l’unica figura in movimento, intento a bere in una ciotola, preoccupato di se stesso, mostrando il proprio lato egoistico.

Colpisce la fedeltà delle immagini: per raffigurare i gatti così abilmente bisogna esserne stati acuti osservatori, aver seguito le loro mosse, averle studiate nel dettaglio per poterle rappresentare con tale perfezione,segno, che ancora una volta ribadisce come il gatto ha da sempre attirato l'attenzione, in tutte le epoche.

Nell'opera La fattora dell'artista catalano Joan Mirò, è rappresentata una donna, la fattora del titolo, appunto, ma sul lato sinistro del dipinto la figura enigmatica del gatto ha un ruolo fondamentale nel generale equilibrio della composizione, dove risalta nella sua posa statica sul nero della forma a imbuto dello sfondo.

Il carnevale di Arlecchino è considerato uno dei capolavori del movimento surrealista; l'opera si presenta come un grande spettacolo realizzato con oggetti strani, piccoli giocattoli fantastici, infantili diavoletti, strani esseri informi, mostriciattoli che escono da cubi che si attorcigliano su asticelle sottili, molti sono sospesi a mezz'aria come giocolieri nel paese delle meraviglie.

Nel 1938, rievocando questa opera, Mirò chiarisce quelli che sono i suoi elementi caratterizzanti, i quali possono essere ritrovati anche in altre tele: la scala indica la fuga dal mondo e l’evasione, gli animali sono quelli che amava e di cui sempre si circondava, il gatto colorato, infatti, è un omaggio a quello che aveva sempre con sé quando dipingeva.

Il gatto compare spesso nei dipinti di Balthus, pittore francese contemporaneo, come proprio alter ego; egli s’identifica spesso nel gatto che osserva le scene che accadono all’interno dei dipinti e si appropria della sua inquietudine, della sua spregiudicatezza, ma soprattutto del suo tipico istinto di libertà.

Questo autoritratto si pone, dunque, come immagine ideale che egli vuole offrire di sé, sicura, altezzosa, chiusa in una certa austerità intellettualistica e romantica; la stanza vuota e scura evidenzia la figura longilinea del pittore che, con la posa da dandy e lo sguardo severo e ombroso, sembra sfidare l’osservatore presentandosi con aristocratico distacco.

Molti altri gatti, da lui amatissimi, appaiono nelle sue opere, famose fra tutte la serie de Le chat au Miroir e Autoritratto: il re dei gatti; in quest'ultimo è raffigurato il pittore in piedi al centro di una stanza, Uno degli abitatori felini del "regno" di Balthus compare a sinistra ai piedi della figura, rispetto alla quale sembra avere dimensioni sproporzionate.

Una quindicina di anni dopo un altro autoritratto altrettanto famoso Le Chat de la Méditerranée, in cui ancora una volta Balthus rappresenta se stesso sulla tela con le sembianze di un gatto.

Sono molti gli artisti moderni contemporanei che hanno usato il gatto come animale protagonista delle loro opere, come Klee, Marc, immagini di felini sono riscontrabili anche nelle opere di Botero, e non può non essere nominato il grande artista Andy Warhol che amava così tanto l’animale da ritrarlo nei suoi quadri del periodo iniziale della sua carriera; ben pochi sanno che pubblicò un libro nel 1954 interamente dedicato ai gatti,intitolato “Venticinque gatti di nome Sam e uno di nome Blue Pussy”.

Il testo era composto interamente da bizzarre immagini di gatti, rappresentati con diverse peculiarità di atteggiamento, dal soggetto altezzoso a quello regale, e tutti con personalità molto spiccate; purtroppo però il libro non ottenne mai il favore del pubblico.

Théophile-Alexandre Steinlen, artista contemporaneo anticonformista, pittore, grafico, illustratore, era un gattofilo sfegatato tanto da essere conosciuto come "il re dei gatti", assiduo frequentatore e protagonista de Le chat noir, cabaret ma anche caffè letterario ed artistico che in breve tempo, alla fine dell'Ottocento, attirò tutti i parigini amanti della poesia, dell'arte, della satira e... dei gatti.

Tutta l'avanguardia dell'intelligenza e della cultura, poeti, scrittori, pittori, attori e artisti di ogni genere passarono dalla sua sala fumosa: Victor Hugo, Verlaine, Zola, Degas, Guy de Maupassant, Renoir e tanti altri.

Le opere di Steinlen sono quasi tutte un omaggio al gatto del quale è stato osservatore attento, commosso ma anche divertito caricaturista quando troverà nei gatti quelle crudeltà che si ritengono appannaggio degli uomini.

Dalle prime rappresentazioni simboliche dell’antico Egitto fino all’arte contemporanea il gatto simboleggia l’istinto della natura, una animale libero ed indipendente, criptico e segreto, giocoso ma allo stesso tempo che ama godersi, quando è possibile, le comodità e gli agi domestici. 

 

Dettagli

DIDASCALIE IMMAGINI

  • Gatto che dipinge
    Egitto, 5000 a.C. circa
  • Dea Bastet
    Bronzo
    Museo di Alessandria Egitto
  • Imbalsamazione
    Museo di Alessandria, Egitto
  • gatto con anatre
    mosaico pompeiano
    I secolo d.C. circa mosaico pompeiano dalla Casa del Fauno, ora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli
  • Leonardo da Vinci
    Studi per gatti 
    Pierre Auguste Renoir
    (1841-1919)
    Julie Manet detto anche
    Bambina con il gatto, 1887
    olio su tela
    cm 65 x 54
    Parigi, Musee d’Orsay
  • Edouard Manet
    Femme au chat
  • Don Manuel Osorio Manrique de Zuñiga
    (1784–1792)
    Francisco de Goya y Lucientes
    Olio su tela
  • Balthus
    Autoritratto. Il re dei gatti
    oil on canvas
    77,6 x 49,5
    Balthus (Balthazar Klossowski) de Rola - 1935
    Collezione privata
  • Tournee du Chat Noir
    Theophile-Alexandre Steinlen
    15x11ins / 50x40cm


IN COPERTINA
un particolare di
Edouard Manet
Le rendez-vous des chats, La chronique illustré 1868