Il discorso del re

di Andrea Mancaniello // pubblicato il 04 Febbraio, 2011

Una volta l’anno perdo il sonno per vedere in diretta l’assegnazione degli Oscar tifando per i miei preferiti. Per fortuna le 12 candidature conquistate da Il discorso del re mi hanno “costretto” a vederlo, altrimenti l’avrei con tutta probabilità cordialmente ignorato, poco attratto dalla storia nonostante gli interpreti di razza.

Albert, duca di York e secondogenito del re d’Inghilterra Giorgio V soffre di pesanti disturbi del linguaggio, la sua balbuzie l’ha reso fin dall’infanzia bersaglio dello scherno del padre e del fratello maggiore David. Quando quest’ultimo, appena salito al trono col nome di Edoardo VIII, sceglie di abdicare in favore del fratello minore per amore della signora americana Wallis Simpson, divorziata e perciò inammissibile a corte, il piccolo problema personale di un uomo assume le dimensioni dell’affare di Stato.

Dopo essersi rivolto a luminari titolati che non sono riusciti a curarlo quando era solo il duca di York, Bertie, così veniva affettuosamente chiamato in privato il padre dell’attuale regina Elisabetta II, era stato convinto dalla moglie ad avvalersi dell’aiuto di un logopedista australiano molto originale e fuori dagli schemi, tale Lionel Logue.

Vincitore dell’ultimo International Film Festival di Toronto, il film ha il suo punto di forza sulla grande prova di Colin Firth nel ruolo di Bertie e Geoffrey Rush in quello di Lionel, i duetti tra i due sono indimenticabili momenti di puro divertimento. La stravaganza degli esercizi fatti di capriole sul pavimento, canzoni intonate all’aria e scariche improvvise di turpiloqui per impedire alla lingua d’incepparsi, raccontano un pezzo di storia inglese e l’amicizia di una vita tra questi due uomini così diversi.

I metodi poco ortodossi di un uomo senza titoli accademici, ma ricco d’esperienza con i reduci della prima guerra mondiale che in seguito a traumi avevano perso l’uso della parola, costrinsero il futuro re ad accettare le regole imposte da un suddito delle più remote colonie britanniche. Grazie al suo aiuto, Giorgio VI seppe trovare la strada per incarnare il simbolo di unità nazionale dietro il quale un intero popolo si coalizzò per arginare l’avanzata del dominio nazista.

Nel seminterrato dove Lionel Logue esercita e fa esercitare i suoi pazienti ogni gerarchia sociale è abolita. Il duca di York vorrebbe curare i suoi disturbi esclusivamente su un piano fisico e muscolare mantenendo la distanza sociale tra sé e il dottore, ma solo quando saprà aprirsi alla confidenza con l’amico, raccontando le angherie subite da una tata fino all’età di tre anni e le imposizioni coercitive per correggere il suo essere mancino o avere le gambe poco dritte, potrà scrollarsi di dosso l’angoscia e i traumi dell’infanzia per costruirsi la sicurezza del re.

L’uso quasi ossessivo di obiettivi grandangolari e carrellate contribuiscono a esprimere visivamente l’inadeguatezza psicologica del protagonista rispetto al suo ruolo, dando la misura degli spazi immensi in cui si muove il sovrano e rendendo minacciosa la vastità degli ambienti che sembrano sempre sul punto di inghiottirlo o schiacciarlo.
Il trucco di Lionel per allentare la tensione di Bertie è sempre quello di sminuire l’ufficialità delle cose riducendo tutto ai minimi termini, impossibile non ridere davanti all’arcivescovo di Canterbury scandalizzato perché il logopedista del re chiede quando potrà “disporre dell’edificio” riferendosi all’Abbazia di Westminster in cui far le prove per l’incoronazione di Giorgio VI.

Il discorso del re è un film sulla potenza delle parole, sulla loro sublime capacità di dare forma al pensiero attraverso la semplice combinazione sequenziale di suoni articolati e il fascino evocativo del linguaggio, non solo come forma di espressione ma anche come mezzo per produrre arte e bellezza. La musicalità nei versi immortali di Shakespeare, di cui Logue era un appassionato ne sono un esempio.
Una riflessione sulla forza della comunicazione è esemplificata dalla sequenza in cui la famiglia reale assiste ad un cinegiornale su Hitler; la piccola Elizabeth futura regina chiede al padre cosa stia dicendo il fuhrer tedesco, “Non lo so, ma sembra che lo dica piuttosto bene” risponde il re già ben consapevole della presa che l’immagine filmata ha sulle masse.

Una solida sceneggiatura, rimasta a lungo in un cassetto per una promessa fatta dall’autore alla regina madre addolorata dal rievocare le difficoltà raccontate, che in un crescendo pieno d’attesa aumenta di ritmo fino al primo storico discorso del re Giorgio VI, in diretta radiofonica al regno e all’impero, in occasione dell’entrata in guerra contro la Germania nazista. Tanta è la paura del re di affrontare il microfono che quando entra nella stanza con i tecnici, i fili e le cuffie che lo attendono, sembra all’ingresso di una camera per le torture con le scosse elettriche.

Helena Bonham Carter erano anni che non offriva una prova così convincente, la tenerezza con cui si prende cura dell’uomo insicuro e balbuziente che non voleva salire al trono, in alcuni momenti è davvero commovente.
La musica originale del film è affidata alla sensibilità del francese Alexandre Desplat che già in altre occasioni ci ha regalato indimenticabili emozioni sonore di alto livello, da Il curioso caso di Benjamin Button di David Fincher a Lussuria di Ang Lee.

Già vincitore del Golden Globe e perciò favorito nei pronostici della corsa all’Oscar, Colin Firth con tutti i sublimi balbettii e le imprecazioni per non arrestare il flusso verbale del suo personaggio, merita ampiamente ogni riconoscimento. Dopo la delusione dell’anno scorso per la mancata statuetta alla sua toccante interpretazione in A single man di Tom Ford, l’attore ha da pochi mesi conquistato la sua stella sul marciapiede dell’Hollywood Boulevard e adesso restiamo in attesa dell’Oscar.

 

Dettagli

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: The king’s speach
  • Regia: Tom Hooper
  • Con: Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Guy Pearce, Derek Jacobi, Timothy Spall, Jennifer Ehle, Anthony Andrews, Claire Bloom, Eve Best, Michael Gambon, Robert Portal, Richard Dixon, Paul Trussell, Adrian Scarborough, Andrew Havill, Charles Armstrong, Roger Hammond, Calum Gittins, Dominic Applewhite, Ben Wimsett, Freya Wilson, Ramona Marquez, David Bamber, Jake Hathaway, Patrick Ryecart, Teresa Gallagher, Simon Chandler, Orlando Wells, Tim Downie, Dick Ward
  • Sceneggiatura: David Seidler
  • Fotografia: Danny Cohen
  • Musica: Alexandre Desplat
  • Montaggio:Tariq Anwar
  • Scenografia: Eve Stewart
  • Costumi: Jenny Beavan
  • Produzione: Ian Canning, Emile Sherman & Gareth Unwin per See-Saw Films / Bedlam in associazione con The Weinstein Company e UK Film Council con Momentum Pictures, Aegis Film Fund Molinare e London Filmnation Entertainment
  • Genere: Storico
  • Origine: Gran Bretagna / Australia, 2010
  • Durata: 118’ minuti

 


DIDASCALIE IMMAGINI

- Locandina italiana
- Uno straordinario Colin Firth è Giorgio VI
- Geoffrey Rush è lo stravagante Lionel Logue
- Helena Bonham Carter è un’intensa
  regina madre
- Ansia pubblica e privata tranquillità
- Timothy Spall è Winston Churchill /
  Il regista sul set / Il discorso finale del re