Il cigno nero
di // pubblicato il 25 Febbraio, 2011
La magia del cinema può farci credere l’impossibile e nessuno sa perderci nei labirinti della psiche umana come Darren Aronofsky, i corridoi oscuri in cui snoda la storia del suo ultimo film rappresentano un’ulteriore discesa nelle profondità della mente iniziata già ai tempi di Requiem for a dream. Un’altra stazione nel personale percorso artistico del regista che si ricongiunge alla carnalità del precedente The wrestler, Leone d’Oro alla 65ª Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia nel 2008.
Nell’incipit de Il cigno nero l’étoile emerge dal buio in un sogno rivelatore, il punto di vista è manifesto e la sua natura introduce l’ossessiva ricerca della perfezione, la spinta compulsiva all’autodistruzione, la solitudine della competizione e il massacrante impegno fisico di un mondo esclusivo che pretende ogni energia.
La storia della ballerina Nina procede in parallelo con la trama del classico di Pyotr Ilyich Tchaikovsky Il lago dei cigni, la giovane è scelta per interpretare Odette nel doppio ruolo del cigno bianco, delicata e innocente vittima di un incantesimo, e del cigno nero misterioso, sensuale e ingannatore.

Thriller psicologico visionario e malsano, Il cigno nero pone al centro dell’attenzione il tema del doppio, il dualismo tra luce e tenebre, bene e male, vero e falso. Il conflitto eternamente irrisolto tra ciò che è e ciò che appare prende corpo nelle innumerevoli immagini rifratte negli specchi disseminate lungo tutto il film, una riflessione sulla percezione della realtà come utopica esperienza oggettiva che non può esistere.
Un crescente disagio emotivo accompagna la tensione che di sequenza in sequenza crea un persistente senso di pericolo, gemiti e sospiri abitano la colonna sonora come presenze paranormali e fuggevoli apparizioni ingannatrici mettono continuamente alla prova la veridicità della visione. La perizia con cui il regista inserisce nella narrazione piccole allucinazioni offre la via per immergersi sempre più nella mente della protagonista, impossibile fino all’epilogo comprendere se ciò a cui assistiamo sta accadendo davvero o è frutto d’immaginazione perversa.

I metodi poco ortodossi del direttore artistico Thomas Leroy evidenziano l’impossibilità di scindere il privato della ballerina dall’espressione artistica e i rischi che ciò comporta per l’efficacia della performance richiesta in scena. L’algida Nina perfetta nel candore del cigno bianco sarà costretta a un viaggio nell’abisso più oscuro per incarnare l’erotismo del malvagio cigno nero.

Natalie Portman offre una prova superlativa caricando su di sé tutto il peso emotivo del film, con un impegno atletico oltre che interpretativo davvero notevole, un personaggio complesso che a seconda delle occasioni deve esprimere fragilità, smarrimento, aggressività repressa o frigida sensualità.
Un ottimo cast di contorno supporta la protagonista. Vincent Cassel è lo spietato direttore artistico, senza scrupoli pur d’arrivare al risultato usa le persone come marionette perché plasmate diventino estensione del suo ego senza preoccuparsi delle vittime che lascia sul terreno. Barbara Hershey nel ruolo della madre ha quel giusto grado d’ambiguità per confondere ogni valutazione, madre affettuosa e protettiva o spietato carceriere che tenta d’imporre ingombranti sensi di colpa? Una ritrovata Winona Ryder dona un’aura maledetta alla parabola discendente del personaggio di Beth, presagio vivente di ciò che attende Nina in fondo alla via.

Darren Aranofsky costruisce un incubo visionario attraverso l’ampio utilizzo della macchina a mano e porta lo spettatore direttamente sul palco al centro delle coreografie, inebriante estasi del male che muta la sua forma sotto i nostri occhi. La potente colonna sonora dell’affezionato Clint Mansell fonde partiture originali con rielaborazioni moderne dall’opera di Tchaikovsky per il suo famoso balletto e insieme alle coreografie di Benjamin Millepied, stella del New York City Ballet che appare nel ruolo del primo ballerino David, Il cigno nero ha anche il pregio di avvicinare il grande pubblico all’arte un po’ d’élite della danza classica.

La grana ruvida di una fotografia volutamente grezza richiama ancora una volta l’estetica di The wrestler, quasi a voler sottolineare una volta di più il legame intrinseco tra il mondo del balletto, massima espressione d’eleganza, e quello rozzo di uno sport come il wrestling. Per quanto distanti appaiano questi universi, richiedono la stessa ostinata dedizione di lacrime e sangue ad una forma d’espressione atletica che ha il corpo come unico strumento, sono gli opposti che si toccano in un ideale cerchio che si chiude.