Il Canto degli Italiani
di // pubblicato il 27 Marzo, 2011
“Fu composto l'otto settembre del quarantasette, all'occasione di un primo moto di Genova per le riforme e la guardia civica; e fu ben presto l'inno d'Italia, l'inno dell'unione e dell'indipendenza, che risonò per tutte le terre e in tutti i campi di battaglia della penisola nel 1848 e 1849”. Così Giosuè Carducci sintetizza l’occasione e l’anima del Canto degli Italiani di Mameli, Inno della Repubblica all’indomani della sua proclamazione e solenne colonna sonora in ogni manifestazione dei Centocinquanta Anni dell’Unità.
Dimenticato negli Anni Settanta, sconosciuto ai giovani, per anni sofferto momento di silenzio per i calciatori della Nazionale di calcio, cantato a squarciagola dai rugbisty tricolore,
accompagnato con un ritmato ed irrispettoso movimento del berrettino da Schumacher, è tornato all’attenzione ed al rispetto dovuto per volontà del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che volle far proprio e di tutti gli Italiani lo stato d’animo di Michele Novaro, da molti conosciuto per Sfiorivan le viole.
Questi, maestro dei cori dei Teatri regio e Carignano di Torino, così descriveva il proprio stato d’animo nel momento in cui ricevette il testo manoscritto: “Sentìi dentro di me qualcosa di straordinario che non so definire. So che piansi, che ero agitato e non sapevo star fermo. Mi posi al cembalo coi versi di Goffredo sul leggìo, e strimpellavo, assassinavo con le dita convulse quel povero strumento, sempre cogli occhi all'inno, mettendo giù frasi melodiche, l'una sull'altra, ma lungi le mille miglia dal pensare che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai, scontento di me”.
L’Inno ebbe una immediate fortuna e notorietà, non nei teatri, ma nei campi di battaglia, sui Colli di Roma durante l’assedio francese, sulle barricate delle Cinque Giornate e dovunque si difendesse la libertà e la speranza in un futuro diverso. Tanto era conosciuto e tanti erano stati i rovesci militari di quegli Anni che Cattaneo ne ideò una rivisitazione un pò realistica ed un pò da sprone per i patrioti: “Che dite l'Italia, non anco s'è desta. Convulsa, sonnambula / scrollava la testa”.
Le Autorità statali sabaude cercarono da subito di vietare il canto e la riproduzione dell’Inno, date le idee eversive e l’ispirazione repubblicana di Mameli. La censura fu un insuccesso clamoroso: tentarono di censurare almeno l'ultima parte, estremamente dura con gli Austriaci (“Son giunchi che piegano le spade vendute: già l'Aquila d'Austria le penne ha perdute”), al tempo ancora formalmente alleati, ma neppure in questo ebbero successo.
Dopo la dichiarazione di guerra all'Austria, persino le bande militari suonarono il Canto degli Italiani senza posa, tanto che il Re fu costretto a ritirare ogni censura del testo, così come abrogò l'articolo dello Statuto secondo il quale l'unica bandiera del regno doveva essere la coccarda azzurra, rinunciando agli inutili tentativi di reprimere l'uso del tricolore verde, bianco e rosso, anch'esso impostosi come simbolo patriottico dopo essere stato adottato clandestinamente nel 1831 come simbolo della Giovine Italia mazziniana.
In seguito fu proprio intonando l'inno di Mameli che Garibaldi, con i "Mille", intraprese la conquista dell'Italia meridionale e la riunificazione nazionale.
Anche l'ultima tappa del processo unitario, la presa di Roma del 1870 fu accompagnata da cori che lo cantavano accompagnati dagli ottoni dei bersaglieri.
Sfondo musicale ad ogni impresa risorgimentale, ogni strofa, ogni parola, ogni imagine dell’Inno di Mameli richiama il passato, la storia e le lotte per la libertà: la battaglia di Legnano (“Dall'Alpi a Sicilia Dovunque è Legnano"), l’eroica difesa di Firenze dale truppe di Carlo V (“Ogn'uom di Ferruccio ha il core, ha la mano”), la rivolta popolare genovese a metà del Settecento (“I bimbi d’Italia si chiaman Balilla”) e l’insurrezione contro gli Angiò (“Il suon di ogni squilla I Vespri suonò”).
Centocinquanta anni fa, alla proclamazione di Vittorio Emanuele II Re d’Italia, Mameli era già morto, ma le parole del suo Inno, che invocava un'Italia unita, erano più vive che mai.