Il turismo del ricordo - Le targhe di Londra
di // pubblicato il 28 Settembre, 2011
È possibile che la mutevolezza delle cose viste quotidianamente possa influenzare in noi una disposizione al cambiamento? Ad esempio, che la refrattarietà con cui cambia l'Italia non dipenda anche dalla lenta esitazione con la quale cambiano le nostre città? Soprattutto a causa del nostro smisurato patrimonio architettonico, molti di noi – tra cui chi scrive – crescono con la sensazione, più che una solida convinzione, che gli edifici, le piazze, i parchi vadano toccati con estrema cautela; e, se non si tratta di restauri, magari si potrebbe non toccarli affatto. Ma sarebbe forse ingenuo attribuire unicamente alla forma delle città le caratteristiche dei suoi abitanti.

Quasi antitetico all'aspetto di qualsiasi città italiana, è proprio quello di Londra. Non solo per la modernità dell'architettura, ma per la libertà con la quale sempre nuovi edifici vengono costruiti e tirati giù. Al “paesaggio statico” delle nostre città questo potrebbe contrapporsi come “paesaggio cangiante”: gli interventi architettonici, negli ultimi due secoli, sono stati innumerevoli e quasi sempre audaci. Su tutti (letteralmente) l'ultimo grattacielo che si aggiungerà allo skyline del Tamigi, The Shard di Renzo Piano, che si appresta a diventare l'edificio più alto d'Europa, e che sarà completato nel 2012. In vista delle Olimpiadi, infatti, la città si sta completamente rinnovando, apprestandosi a cambiare ancora una volta il suo volto come il suo profilo.

Va detto che Londra non è nuova alla prassi del restyling totale: il primo grande trauma arrivò con il grande incendio del 1666 che rase al suolo quasi tutta la città, inclusa la cattedrale di St. Paul. La capitale inglese era allora un affastellamento di edifici in legno, mal pianificato e asfittico, il che permise alle fiamme di propagarsi in ogni direzione per ben quattro giorni. Londra dovette essere ricostruita, questa volta con un lungimirante passaggio alla pietra. Mantenendo però la sua particolare pianta labirintica: essendo cresciuta economicamente in tempi rapidi, le strade non rispondevano tanto a esigenze pratiche di collegamento, quanto ai confini tra le varie proprietà dei commercianti. L'incendio, anche nelle intenzioni di Christopher Wren, sovrintendente della ricostruzione, poteva essere l'occasione per dare alla città una pianta più “classica”; ma l'urgenza di non perdere la propria posizione di capitale commerciale fece sì che venissero rispettate le strade e le demarcazioni preesistenti. Quasi tre secoli dopo, Londra venne ancora una volta devastata dagli intensi bombardamenti nazisti, che la colpirono anche con i razzi supersonici V2, distruggendo più di un milione di case e uccidendo oltre 40,000 persone.

Queste esperienze drammatiche hanno però creato una certa sensibilità per la discordanza, spesso il conflitto fra le varie architetture che oggi popolano la città, che sembrano rincorrersi come sapessero di non poter sopravvivere a se stesse, al ritmo serrato (appena rallentato dall'ultima crisi economica) al quale Londra cresce; e altrettanto i suoi cittadini sembrano positivamente rassegnati alla transitorietà, all'estemporaneo, all'anomalo. Così anche il cuore finanziario, commerciale e geografico della città – la City of London – che più di ogni altra zona ha patito l'incendio e le bombe, non mostra cicatrici. Quello che potrebbe essere il centro storico appare piuttosto come un luogo in cui la storia è confluita: campanili gotici spuntano come arbusti isolati, stuzzicadenti precari, minacciati da (o in felice compagnia di?) palazzi modernisti e strutture in vetro che li sovrastano.

Si pone allora il problema di creare e mantenere la memoria storica in un posto che, esteticamente e demograficamente, ne ha ben poca. Un occhio neanche troppo attento potrà notare che, ben più di altre città e capitali cariche di passato, Londra è disseminata di targhe. Di volta in volta esse raccontano la storia di un parco, commemorano un avvenimento svoltosi nei paraggi o, molto più semplicemente, segnano la casa in cui sono nate e cresciute persone importanti. Nei quartieri più centrali, però, queste targhette si moltiplicano a dismisura indicando, oltre a scrittori e politici, conduttori d'orchestra, medici, suffragette; costruiscono così una popolazione parallela che riesce a trasmettere il senso coesivo di una storia, fatta di donne e uomini che sono nati, sono cresciuti, hanno lavorato in un luogo e, con le conseguenze della loro vita, continuano a farne parte. Per quanto riguarda le persone più “comuni”, esse possono adornare i parchi, grazie all'uso di dedicare le panchine ai defunti con un piccolo necrologio che riporta l'attenzione di chi si siede, anche solo per un attimo, all'esistenza spesa di qualcun altro. (Il che mi stringe un po' il cuore quando, nelle immagini di una manifestazione o delle recenti sommosse, vedo bruciare delle panche).

Spingendosi dentro alla City, il quartiere dove gli edifici sono più fitti e gli accostamenti più eccentrici, le targhe cominciano a commemorare le costruzioni stesse. Alcune sono state bombardate, altre bruciate, di altre ancora si è persa traccia secoli addietro; molte sono state semplicemente demolite senza troppi scrupoli (che del resto non appartengono al paese delle rivoluzioni industriali). La scelta cromatica è significativa: mentre in molte città italiane si tendono ad usare colori non invasivi o direttamente in linea con gli intonaci, le targhe della City sono di un blu che si staglia nettamente contro le gradazioni di grigio di quasi tutti i palazzi, attirando lo sguardo. Ma questi cartelli sono laconici, ci dicono poco o niente dell'edificio. Più che erudirci, stimolano la nostra curiosità: essi sono poco più che lapidi per edifici che, come le persone, sono venuti e se ne sono andati. Accanto alla città reale, dalle targhe tra i grattacieli e le poche rovine rimaste, si possono allora intuire i tanti strati di una città immaginaria, testimone assente di secoli di storia.
