Il restauro dell’arazzo di Gerace di Jan Leyniers
di // pubblicato il 23 Settembre, 2011
Le “Giornate Europee del Patrimonio” rappresentano un evento ricorrente che ogni anno si rinnova nelle sue proposte per incrementare l’accesso ai musei ed istituti culturali, con questa occasione il 24 e il 25 settembre la Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria, guidata da Fabio De Chirico, propone due eventi, che si terranno entrambi a Cosenza, Palazzo Arnone: Il restauro dell’arazzo di Gerace di Jan Leyniers (1630-1686) - Un capolavoro fiammingo alla Galleria Nazionale di Cosenza e Estro e invenzione nella produzione artistica calabrese degli anni dell’Unità d’Italia.
La prima iniziativa curata da Fabio De Chirico e da Nella Mari, riguarda la presentazione de Il restauro dell’arazzo di Gerace di Jan Leyniers (1630-1686) - Un capolavoro fiammingo alla Galleria Nazionale di Cosenza, il prezioso manufatto tessile verrà esposto in un allestimento museale appositamente progettato e predisposto in una sala di Palazzo Arnone.
Proveniente dal Palazzo Vescovile, l’arazzo di Gerace costituisce, per rarità e pregio, una delle massime glorie del patrimonio storico-artistico calabrese. Capolavoro dell’arte tessile, testimonia non solo l’elevato grado di raffinatezza raggiunto dalla scuola fiamminga nella seconda metà del XVII secolo, ma anche la complessità dei rapporti culturali intrattenuti dalla nobiltà e dal clero calabrese.

La lettera “B” visibile al centro della bordura inferiore, entro la sottile cornice blu, certifica la provenienza dagli opifici di Bruxelles-Brabant, mentre il nome dell’autore, Jan Leyniers (1630-1686), leggibile nei pressi dell’angolo inferiore destro, ne riconduce la manifattura ad una nota famiglia di arazzieri e tintori di lane attivi nelle Fiandre dalla prima metà del XVI secolo.
L’arazzo rappresenta un’affollata scena venatoria, incorniciata da un abbondante festone in cui s’intrecciano anticaglie ed elementi floreali e zoomorfi. Entro un fitto bosco illuminato da un cielo terso sta per avere inizio la battuta di caccia. Al centro, in primo piano, due giovani s’incontrano e si accingono ad un abbraccio amichevole. Poco dietro è un’imponente figura femminile, un’eroina o una divinità. Attorno a loro un gran numero di figure secondarie, alcuni alle prese con i cani, altri in groppa ai loro cavalli intenti a suonare buccine finemente cesellate.

Ancora incerta è l’identificazione del soggetto. L’ipotesi più accreditata tra quelle finora proposte è che l’arazzo costituisca il singolo elemento – ad oggi l’unico noto – di un ciclo più ampio riferito al mito di Meleagro e Atalanta. A conferma di tale supposizione interviene la presenza dei due leoni che rievocano la drammatica fine di Atalanta e Ippomane, testimoniando l’intenzione di legare tra loro, in un sottile gioco di rimandi, le varie scene del mito. Poco credibili, tuttavia, risultano alcune identificazioni avanzate in passato che riconosce nella scena centrale l’incontro tra Meleagro ed Eneo, oppure tra lo stesso eroe greco e l’amata Atalanta, tema già trattato da Leyniers nell’arazzo custodito presso l’Art Institute di Chicago. La prima ipotesi non è credibile in quanto Eneo, padre di Meleagro, è sempre rappresentato, in rispetto del dato anagrafico, con le fattezze del saggio; la seconda è confutata dalle sembianze chiaramente maschili di entrambi i protagonisti. In un’ultima analisi, volendo rimanere nell’ambito dello stesso mito, si è portati a riconoscere nell’incontro centrale quello tra Meleagro e uno degli eroi accorsi per affiancarlo nella caccia al cinghiale calidonio.

Il manufatto che si estende in senso orizzontale per un’altezza di cm 380 ed una larghezza di cm 564 è stato sottoposto ad interventi di restauro conservativo finalizzati a recupero materico dell’arazzo stesso, le cause del degrado sono state imputate ad alcuni materiali che lo compongono, in particolare ai filati serici, ed alle modifiche intercorse negli anni a seguito di altri interventi e dei sistemi di esposizione utilizzati.
Uno strato di sporco offuscava la superficie, in particolare sul retro a causa della tecnica di manifattura che prevede una gran quantità di fili ‘volanti’ che raccolgono e trattengono le impurità; cospicue le macchie corrosive di ruggine e numerosi i decadimenti dei filati che interessavano prevalentemente le zone tessute in seta.
Evidenti le deformazioni del tessuto, in gran parte corrispondenti alle zone interessate da rifacimenti,
integrazioni o precedenti restauri; numerose le fessurazioni coincidenti con i limiti di unione delle bande di differente policromia e le cadute di fili di trama, in particolare quelli in colore scuro e in seta. La fodera era appesantita ed irrigidita da uno spesso strato di sporco.
Degradate le parti originali in seta per la fragilità costitutiva del filato e per gli interventi effettuati negli anni. I danni irreversibili subiti dalla fibra, a livello fisico e chimico, hanno reso il tessuto particolarmente friabile e di rischiosa manipolazione.
A seguito del difficile e soprattutto delicato restauro a cura del Laboratorio di restauro tessile La trama e l’ordito di Simonetta Portalupi con la direzione scientifica di Nella Mari, storico dell’arte direttore coordinatore SBSAE Calabria e dopo la presentazione a Palazzo Arnone l’Arazzo troverà definitiva collocazione nel Museo Diocesano di Gerace (RC).
La seconda iniziativa, Estro e invenzione nella produzione artistica calabrese degli anni dell’Unità d’Italia curata da Rosa Anna Filice e da Manuela Alessia Pisano, è un percorso didattico multimediale che si inserisce nell’ambito delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
Tra gli autori il pittore patriota Andrea Cefaly e molti allievi della Scuola di Cortale quali Antonio Migliaccio, Achille Martelli, Guglielmo de Martino; Antonio Palmieri; Eduardo Fiore; Gregorio Cordaro; Guglielmo Tomaini; Raffaele Foderaro; solo per citare alcuni nomi degli artisti che fanno parte di questa importante ed innovativa iniziativa.