Il primo uomo

di Andrea Mancaniello // pubblicato il 27 Aprile, 2012

Un bambino è il germoglio dell’uomo che sarà!
Forse in questa semplice asserzione del maestro Bernard è racchiusa una possibile chiave di lettura. Se ogni individuo, di generazione in generazione è talea vivente dei suoi predecessori su questa Terra, davvero ognuno di noi è il primo uomo evocato nel titolo del nuovo, bellissimo, struggente film di Gianni Amelio.

Tratto dall’ultima opera incompiuta di Albert Camus [il manoscritto originale fu ritrovato sull’auto insieme al corpo dello scrittore in quel fatale 4 gennaio 1960 e solo dopo un accurato lavoro filologico ad opera della figlia Catherine venne dato alle stampe nel 1994], Il primo uomo è un film dalla fortissima, doppia, valenza autobiografica.
Doppia perché le analogie, effettive e emozionali, tra l’infanzia di Albert Camus e quella di Gianni Amelio sono molteplici e hanno permesso al regista, nel rispetto assoluto per la vita dello scrittore, di avvicinare l’opera letteraria con umiltà, trasfigurandola nei suoi ricordi personali trasferiti poi sullo schermo.
Così l’Algeria degli anni ’20 del Novecento somiglia alla Calabria degli anni ’50, la povertà vissuta nella colonia francese è la stessa del sud italiano nel secondo dopoguerra, l’assenza di un padre caduto al fronte nella prima guerra mondiale si sovrappone all’altro lontano e mai conosciuto.

Il protagonista Jacques Cormery, algerino trasferitosi in Francia, scopre con stupore sulla lapide del padre Henri le sue date di nascita e morte mai conosciute. Un fortissimo sentimento di tenera compassione per l’innaturale giovinezza di quel padre ragazzo lo spingono, nel pieno dei suoi quarant’anni, a tornare ad Algeri in visita alla madre con il segreto proposito d’indagare, nei ricordi di chi l’ha incontrato, l’identità sconosciuta di quel giovane a cui deve la scintilla vitale.
Un viaggio alla ricerca delle proprie radici all’inizio dell’estate del 1957 con l’Algeria dilaniata dalla violenza dei movimenti indipendentisti, con i sanguinosi attentati dinamitardi e le improvvise immersioni nella memoria di un’infanzia fatta di miseria, eppure colma del sapore irripetibile della libertà.

Pur essendo un film in costume Il primo uomo, come il romanzo da cui è tratto del resto, scaturisce da un’urgenza attuale che non è la semplice rimembranza autobiografica. Il forte messaggio di pace, l’invito alla convivenza civile tra arabi e francesi di cui Cormery è latore, evoca l’eterno conflitto tra israeliani e palestinesi, ma anche la resistenza mai vinta delle popolazioni afghana e irachena a quelle che di fatto sono vissute come truppe d’occupazione. Farfugliamenti mediatici sull’esportazione di democrazia non possono cancellare l’enorme quantità di sangue versato, l’odio nutrito per lo straniero e la tragica considerazione presente nel film che alla fine “solo i morti saranno innocenti”.

Costruito con la ricchezza di un lessico cinematografico che articola semplicemente, senza artificiose sottolineature, i continui cambi temporali tra i ricordi d’infanzia e il presente del 1957, il film di Gianni Amelio si muove così liberamente nel suo flusso narrativo da dare quasi l’impressione di uno sviluppo lineare continuo, come il semplice scorrere dell’esistenza.
Lo struggente senso d’impermanenza delle cose che permea l’intera pellicola commuove con immagini di sublime poesia, come la gabbia/prigione al calar della sera davanti alle onde del mare o il trasporto di un piccolo corpo nelle strade deserte dell’alba, che sembrano cantare una sacrosanta verità per cui l’essenza della vita è la vita stessa. Semplicemente.

Come un nuovo capitolo di un unico lunghissimo film il Cinema di Gianni Amelio torna a indagare i rapporti tra generazioni diverse e l’assenza della figura paterna; già con Le chiavi di casa assistevamo all’incontro tra un padre disfunzionale, portatore di un handicap emotivo, incapace d’approcciarsi al figlio portatore di handicap fisico, ne Il ladro di bambini il carabiniere protagonista diventava padre putativo dei ragazzini in custodia e chissà se è fortuita l’incredibile somiglianza di Jacques Gamblin, protagonista de Il primo uomo, con Enrico Lo Verso.
Persino nel rapporto tra l’arabo Hamoud e il figlio Aziz, in carcere per gli attentati, che rifiuta ogni possibile scorciatoia verso la salvezza, si riverberano l’imputato riluttante Ennio Fantastichini e il giudice, prodigo nel cercare elementi per un’assoluzione, Gian Maria Volonté in Porte aperte, dal romanzo di Leonardo Sciascia.

Anche il rapporto dell’amato maestro Bernard con il protagonista Jacques Cormery è quello paterno di un uomo che sente il peso della responsabilità di esser tornato vivo dal fronte rispetto ai figli dei suoi compagni caduti. L’affetto struggente di un maestro che insegna la vita insieme alla letteratura, senza somministrare nozioni come “s’ingozzano le oche”.(*)
E’ nei romanzi che si trova la verità! La Russia non è nei libri di storia o nei trattati, ma nelle opere di Tolstoj e Dostoevskij.

Un’opera intensa e toccante, unico appunto all’edizione italiana [è stato girato in francese e il breve frammento della poesia è sufficiente a far rimpiangere una visione originale sottotitolata] è l’utilizzo di voci troppo note del nostro cinema che se riconosciute possono distrarre dalla visione.

Presentato in anteprima mondiale al Festival Internazionale del Cinema di Toronto, Il primo uomo ha vinto il premio della Critica Internazionale (Fipresci).
Nonostante le innumerevoli difficoltà che hanno segnato la lavorazione in Algeria, Gianni Amelio è riuscito a tenere saldo il timone confezionando un film straordinario, personale e universale insieme.

(*) Esattamente così si esprime Albert Camus in cima alla pagina 124 dell’edizione italiana de Il primo uomo, Bompiani 1994

 

Dettagli

Didascalie immagini

In copertina:
I piccoli Hamoud e Jacques,
figli di culture in difficile convivenza
(foto di Claudio Iannone © 2011 Cattleya)

- Locandina italiana
- Jacques Gamblin è il protagonista Jacques Cormery
  adulto
- Nino Jouglet, esordiente nel ruolo di Jacques
  bambino
- Il piccolo Jacques e la nonna, Ulla Baugué /
  L’incontro con l’anziana madre, Catherine Sola /
  Cormery adulto e il maestro Bernard
- Maya Sansa è l’amata madre da giovane
- Colloquio tra Jacques e Hamoud adulti /
  Hachemi Abdelmalek è Aziz / Jean-Paul Bonnaire
  lo zio Etienne giovane
- Il piccolo Djamel Saïd è Hamoud bambino /
  Nino Jouglet è il piccolo Cormery / Denis Podalydès
  è il maestro Bernard / Gianni Amelio sul set con
  Jacques Gamblin

Foto di Claudio Iannone
© 2011 Cattleya

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Le premier homme
  • Regia: Gianni Amelio
  • Con: Jacques Gamblin, Maya Sansa, Catherine Sola, Denis Podalydès, Ulla Baugué, Nicolas Giraud,
    Nino Jouglet, Abdelkarim Benhabouccha, Hachemi Abdelmalek, Djamel Saïd, Jean-Paul Bonnaire,
    Jean-Francois Stévenin
  • Sceneggiatura: Gianni Amelio liberamente ispirata al romanzo omonimo di Albert Camus
  • Fotografia: Yves Cape
  • Musica: Franco Piersanti
  • Montaggio: Carlo Simeoni
  • Scenografia: Arnaud De Moléron
  • Costumi: Patricia Colin
  • Produzione: Bruno Pesery e Philippe Carcassonne per Maison de Cinéma, Soudaine Compagnie e France 3 Cinéma con Riccardo Tozzi, Giovanni Stabilini e Marco Chimenz per Cattleya e Rai Cinema con Yacine Laloui per Laith Media
  • Genere: Drammatico
  • Origine: Francia / Italia / Algeria, 2011
  • Durata: 98’ minuti
 
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