Il Moro Jazz, una spremuta di Musica

di Ferdinando D'Urso // pubblicato il 16 Settembre, 2012

Il “moro” è un tipo di arancia rossa che cresce nella piana di Catania. Quando a questa delizia viene affiancato il jazz nasce il Moro Jazz, festival - giunto alla sua settima edizione - organizzato dal comune di Lentini (SR) con la direzione artistica di Carlo Cattano. Le passate edizioni hanno portato nel piccolo centro della Sicilia orientale grandissimi nomi, assicurando sempre un ottimo successo e una sicura risposta di quello che ormai è un pubblico di aficionados.
Quest’anno le scelte che Cattano ha effettuato nel mettere a punto il cartellone sono state ispirate dal titolo stesso della rassegna: come il moro vuole essere prodotto identificativo della Sicilia, così i due gruppi che si sono alternati sul palco dell’Arena Santa Croce il 31 agosto 2012 sono profondamente radicati nel territorio e nel pensiero siculo.
Il moro jazz 1
Ad aprire il concerto è stato chiamato il palermitano D Quartet, originale formazione pieno di brio composta da Davide Rinella (armonica), Roberto Gervasi (fisarmonica), Bino Cangemi (contrabbasso) e Fabrizio Pezzino (batteria e giocattoli). La performance si apre con una marcia suonata con le spazzole che - nella coda del brano - vira verso un poderoso e veloce swing che ricorda It Don’t Mean a Thing di ellingtoniana memoria. La fisarmonica dà un’uniforme pennellata di world music al repertorio che passa da Black Orpheus, in chiave samba, a tanghi dissonanti e moderni composti dal quartetto stesso. Non manca un omaggio ad un altro “siciliano” illustre, il clarinettista Tony Scott (Antonino Giuseppe Sciacca all’anagrafe), oriundo di Salemi e scomparso nel 2007. Il D quartet ne esegue la bella Memory of My Father, un tema dai forti colori mediterranei che riporta alla mente le bande che accompagnano i cortei funebri nei piccoli centri della Sicilia; viene eseguito a velocità sostenuta con una spinta che certo Tony Scott avrebbe apprezzato. Davide Rinella è ben compenetrato nello spirito e nel linguaggio del clarinettista italoamericano, meno Roberto Gervasi che regala comunque un pregevole assolo. Il finale, con un valzerino rumoristico, è esplosivo. Il gruppo è ben coeso, compatto, divertente. Fabrizio Pezzino ha recepito con ironia la lezione dell’Art Ensemble of Chicago e sperimenta una serie di rumori prodotti da pupazzetti di gomma; si dimostra anche un buon solista poco sfruttato dalla formazione. L’unica pecca è la somiglianza dei timbri dell’armonica e della fisarmonica che - alla lunga - rischia di stancare gli ascoltatori.
Con un’improvvisata gag il D Quartet ha introdotto Giovanni e Matteo Cutello, gemelli preadolescenti che ormai possiedono in Sicilia un nome ben conosciuto al mondo del jazz. Suonano una Caravan tradizionale che dimostra lo spirito estroverso di Giovanni al sassofono contralto e quello meno aggressivo e più riflessivo di Matteo alla tromba.
momento del concerto Carlo Cattano (BS), Rino Cirinnà (TS)A concludere la serata il Nello Toscano Sextet che ha presentato la sua prima fatica discografica “Patchwork”. Il sestetto  vede i nomi più noti del jazz siciliano: Dino Rubino (tromba e flicorno), Rino Cirinnà (sassofoni soprano e tenore), Carlo Cattano (sassofono baritono, flauti soprano e contralto), Seby Burgio (pianoforte), Ruggero Rotolo (batteria) e - ovviamente - Nello Toscano (contrabbasso). Il repertorio è costituito  - fatta eccezione per la tenera ballad, scritta da Lester Bowie, Villa Tiamo - da brani originali scritti da Nello Toscano - che non manca di raccontare divertenti aneddoti della sua vita che hanno ispirato le sue composizioni - e da Carlo Cattano. I brani sono pieni di vita, di forza, di groove; molto usati i ritmi del funk, del jazz rock, del drum & bass, dello ska e del reggae nella declinazione che l’Art Ensemble of Chicago fece nell’album “Coming Home Jamaica”. Non mancano le sonorità da vicino oriente nell’impasto timbrico di flauto, sassofono tenore e tromba, carica di un riverbero (forse) eccessivo, che riportano alla mente alcuni lavori di Lateef. Le personalità che convergono nel sestetto sono le più varie e fanno tutte capolino: molto moderno Cattano che sfrutta la ritmicità del suo baritono e che non si abbandona a tecnicismi, ma piuttosto sfrutta brevi idee che vengono sviluppate man mano, molto lentamente, o melodie fatte di note lunghe e piene; più tradizionale Cirinnà che resta legato ad un linguaggio più mainstream, soprattutto quando suona il tenore; bravo Rubino che - nonostante alcuni limiti tecnici negli acuti - riesce a slegarsi, più di quanto ci saremmo aspettati, dal suo solito fraseggio mostrando una buona predisposizione melodica. Entusiasmante Seby Burgio, inequivocabilmente star del sestetto, ottimo anche quando ferma la cordiera del pianoforte con la mano ottenendo un suono vintage da piano elettrico Wurlitzer spento. A lui Nello Toscano ha dedicato Sebybu, un brano in cui il pianoforte fa da padrone mescolando Chopin a Cecil Taylor e a McCoy Tyner.
Un’ottima settima edizione dunque per il Moro Jazz che ha dato al suo pubblico un caloroso arrivederci all’anno prossimo.

 

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Il Moro Jazz, logo della 7° edizione
  2. momento del concerto Carlo Cattano (BS), Rino Cirinnà (TS)

In copertina:
Il Moro Jazz, logo della 7° edizione
particolare