Il mondo che non c’era

di Federica Falleri // pubblicato il 01 Agosto, 2015

Ancora una mostra fiorentina da mettere in agenda. Lo straordinario scrigno di tesori, il Museo Archeologico Nazionale, si prepara a ospitare e rivelarci "Il mondo che non c’era" quando cioè l’Europa venne destabilizzata da una scoperta epocale: le ”Indie”. Una sorta di tsunami capace di travolgere, e sconvolgere, la tradizione culturale "Roma - Grecia - Oriente" e, secondo l’antropologo Claude Lévi-Strauss, l’evento più importante nella storia dell’umanità.
1il mondo che non c era
Oltre centoventi opere racconteranno vita, costumi e cosmogonie delle culture Meso e Sudamericane prima di Colombo con capolavori, anche inediti, testimoniando le diverse civiltà della Mesoamerica (gran parte del Messico, Guatemala, Belize, una parte dell’Honduras e del Salvador) e delle Ande (Panama, Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia, fino a Cile e Argentina). Dagli Olmechi ai Maya, agli Aztechi; dalla cultura Chavin, a quelle Tiahuanaco e Moche, fino agli Inca.
2il mondo che non c era
Fu proprio un fiorentino, Amerigo Vespucci, a comprendere per primo che le terre incontrate da Cristoforo Colombo nel 1492 non erano isole indiane al largo del Cipango (Giappone) e neppure le ricercate porte dell’Eden. Si trattava di quel continente nuovo che, pochi anni dopo, alcuni geografi che lavoravano a Saint-Denis des Voges vollero chiamare, in suo onore, “America”.
8il mondo che non c era
Se i Medici furono i primi governanti del vecchio continente a decidere di aggiungere alle proprie collezioni alcuni dei manufatti, spesso enigmatici, arrivati dalle “Indie” come le opere Taino - gli indigeni incontrati da Colombo - che i conquistatores avevano portato in Europa, fu invece Albert Dürer il primo a considerarle opere d'arte e, osservando i regali di Montezuma a Cortes, giunti a Bruxelles nel 1520, scrisse: “Queste cose son più belle che delle meraviglie […] Nella mia vita non ho mai visto cose che mi riempissero di gioia come questi oggetti”.
3il mondo che non c era
Promossa dal Centro Studi e Ricerche Ligabue di Venezia e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana-Museo Archeologico Nazionale, prodotta con atto di mecenatismo da Ligabue SpA, con il patrocinio della Regione Toscana e del Comune di Firenze, la mostra presenterà pezzi eccezionali e unici appartenuti proprio alle collezioni medicee, così come opere preziose del Musée du Quai Branly di Parigi e di prestigiose collezioni internazionali.  Inoltre, il nucleo centrale, sarà la selezione di opere appartenenti alla Collezione Ligabue.
7il mondo che non c era
La mostra vuole essere anche un omaggio a  Giancarlo Ligabue (Venezia, 30 ottobre 1931 – Venezia, 25 gennaio 2015), paleontologo, studioso di archeologia e antropologia, esploratore, imprenditore e collezionista, Giancarlo Ligabue (Venezia, 30 ottobre 1931 – Venezia, 25 gennaio 2015) attraverso l'impegno del figlio che continua la divilagazione, la ricerca culturale e scientifica attraverso il Centro Studi fondato oltre 40 anni fa.
5il mondo che non c era
Oltre ad aver organizzato più di 130 spedizioni in tutti i continenti, partecipando personalmente agli scavi e alle esplorazioni - con ritrovamenti memorabili conservati ora nelle collezioni museali dei diversi paesi - Giancarlo Ligabue ha dato vita negli anni a un’importante collezione d’oggetti d’arte, provenienti da moltissime culture. Una parte di questa collezione sarà il cuore della mostra, curata da Jacques Blazy (tra i membri del comitato scientifico, André Delpuech capo conservatore al Quai Branly e l’archeologo peruviano Federico Kauff mann Doig) specialista delle arti preispaniche della Mesoamerica e dell’America del Sud.
4il mondo che non c era
Il visitatore scoprirà così miti,  divinità, giochi, scritture, ma anche capacità tecniche e artistiche di quei popoli. Fra le opere in mostra diverse maschere in pietra di Teotihucan, la più grande città della Mesoamerica, e un nucleo di vasi Maya d’epoca classica, preziosissime fonti d’informazione - con le loro decorazioni e iscrizioni - sulla civiltà e sulla scrittura di quella misteriosa realtà.

 

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Pendente Cultura Tolima 400-900 d.C. Oro. Figura umana stilizzata Altezza: 4,5 cm, Larghezza: 5 cm, Peso: 6 gr Venezia, Collezione Ligabue
  2. Pendente Cultura Tairona 800 - 1300 d.C. Oro, in lega con altri metalli. Oggetto a forma d’aquila con le ali aperte e con colla ne al collo Altezza: 10,5 cm Venezia, Collezione Ligabue
  3. Venere Cultura Chupìcuaro, Stato di Guanajuato, Messico occidentale Preclassico recente, 400-100 a.C. Ceramica cava policroma a ingobbio beige chiaro e rosso mattone.Pitture ornamentali nere.Superficie vernici ata.
    Antica collezioneGuy Joussemet Altezza: 45,2 cm Venezia, Collezione Ligabue
  4. Scultura antropomorfa Cultura Quimbaya, regione del Cauca III secolo d.C. Terracotta di colorazione rossastra, al naso anello d’or o Altezza: 23 cm Venezia, Collezione Ligabue
  5. Maschera antropomorfa Cultura pre-Teotihuacan, Stato di Guerrero, Messico Preclassico recente, 400-100 a.C. Pietra dura di colore grigio-verde Altezza: 14 cm Venezia, Collezione Ligabue
  6. Statuetta femminile seduta Cultura Xochipala, stile Xalitla, Stato di Guerrero, Messico Preclassico medio, 900-600 a.C. Ceramica Altezza: 8 cm Venezia, Collezione Ligabue
  7. Personaggio seduto Cultura olmeca Las Bocas, Stato di Puebla, Messico Preclassico medio,1200-900 a.C. Ceramica a ingobbio bianco e pigmento rosso Altezza: 28 cm Venezia, Collezione Ligabue

In copertina:
Propulsori, atlati Cultura Azteca, Valle del Messico, Messico 1450-1521 d.C.
Legno, oro Altezza: 60,5 cm e 57,5 cm Museo di antropologia di Firenze Inventario: Donati a Papa Clemente VII nel 1530 circa

INFORMAZIONI ORIENTATIVE DELLA MOSTRA
(courtesy Villaggio Globale International)

"Il viaggio, aff ascinante, nel cuore delle civiltà Mesoamericane prenderà dunque il via dalle testimonianze delle cultura Tlalica e Olmeca (dal 1200 al 400 circa a.C.), con esempi di quelle fi gurine antropomorfe di ceramica cava provenienti da necropoli - per lo più rappresentazioni femminili, con un evidente deformazione cranica, elaborate acconciature e il corpo appena abbozzato - che tanto aff ascinarono anche i pittori Diego Rivera, la moglie Frida Kahlo e diversi surrealisti. La cultura Olmeca si diff use attraverso tutta la Mesoamerica fi no alla Costa Rica, compresa la regione di Guerrero (Xochipala) famosa per le statuine di donne nude, giocatori della palla, coppie o danzatori dai corpi modellati e realistici e, in genere, per la produzione lapidea (tra il 500 a.C e il 500 d.C.), che si svilupperà anche nella cosiddetta scultura Mezcala. Una manifestazione artistica tanto enigmatica nella sua semplicità quanto misteriosa nelle origini, al punto che ne restarono profondamente suggestionati anche André Breton, Paul Eluard e lo scultore Henry Moore, artisti che diventarono anche collezionisti di quelle fi gure di pietra. Tra il 300 a.C e il 250 d.C. l’Occidente del Messico si distinse per la realizzazione di tombe a pozzo collocate sotto le abitazioni. Il viatico funebre di queste tombe – formato da ceramiche a forma di granchio, cane, armadillo, rospo - è eccezionale e off re importanti informazioni sulla vita quotidiana e la religione. Tra le varie culture associate a questa regione, quella di Chupicuaro (il cui apogeo si situa tra il 400 e il 100 a.C.) è conosciuta per le statuette policrome di ceramica cava, delle quali sono in mostra alcuni notevoli esemplari, come la Grande Venere con la mani congiunte sul ventre, la testa deformata e gli occhi aperti a mandorla appartenuta alla collezione Guy Joussemet e ora in quella Ligabue. Quindi Teotihuacan: il primo vero centro urbano del Messico centrale, letteralmente “la città dove si fanno gli dei” e dove furono costruiti monumenti emblematici come la Piramide del Sole, quella della Luna e la Piramide del Serpente piumato. Leggendaria l’abilità dei tagliatori di pietra di Teotihuacan; l’arte lapidaria appare molto stilizzata, persino geometrizzata e ha prodotto pezzi monumentali ma anche le famose ed inconsuete maschere di Teotihuacan. Concepite secondo un modello standardizzato, con il volto a forma di un triangolo rovesciato, fronte e naso larghi, labbra spesse e sopracciglia marcate, le opere esposte in questa occasione (tra cui alcune provenienti dalle collezioni antiche di André Breton e di Paul Matisse) potrebbero essere servite come maschere funerarie.
Una di queste, La maschera in onice verde, conservata al Museo degli Argenti è appartenuta alla collezione dei Medici ed è un esemplare davvero notevole di quella produzione. Interessanti per la perizia tecnica dell’ampia decorazione, sono i due punteruoli realizzati in ossa di giaguaro, animale emblematico del mondo mesoamericano associato alle più alte funzioni politiche e sacre. I due strumenti, originari di Michoacan - ma con un’iconografi a tipica di Teotihuacan, glifi , testa di felino, fi amme - sono di probabile uso rituale, destinati per l’autosacrifi cio o a pratiche che implicavano la perforazione della carne: è incisa l’immagine del destinatario divino al quale il penitente off riva il suo sangue. Della cultura Zapoteca - che si diff onde nel Centro del Messico nella regione di Oaxaca dal 500 a.C. al 700 d.C e vede il suo centro nella città di Monte Albàn - sono altresì in mostra alcune delle famose urne cinerarie che appaiono dal 200 a.C al 200 d.C (II fase). Con la loro effi ge spesso antropomorfa, rappresentante un personaggio seduto con le gambe incrociate e le mani sulle ginocchia – probabilmente Cocijo, dio zapoteco della pioggia, del fulmine e del tuono - sono state trovate in diff erenti inumazioni; e resta da chiarire ancora la loro funzione. Singolari anche le statuette realistiche in ceramica della cultura classica della Costa del Golfo (o cultura di Veracruz) decorate con bitume dopo la cottura, come anche le repliche in pietra di accessori del gioco cerimoniale della palla e le statue che rappresentano personaggi sorridenti o ridenti, davvero eccezionali nell’arte mesoamericana che frequentemente propone esseri impersonali e inespressivi. A introdurci nella cultura e nelle società dei Maya sono i sacerdoti, ledivinità, gli animali addomesticati come i tacchini, i nobili riccamente adornati negli abiti e con bellissimi gioielli (spettacolare la collana di giada esposta) raffi gurati in piatti, sculture o stele. Ma sono soprattutto i bellissimi e preziosi vasi Maya d’epoca classica, riccamente decorati, che forniscono informazioni sulla società e sulla scrittura di questa civiltà. Le divinità dell’inframondo, i giocatori della palla, i signori-cervidi e signori-avvoltoi, il drago celeste, il dio K’awiil o giovani signori dai copricapi piumati sono i protagonisti che popolano i vasellami in mostra. Sono Aztechi invece gli importanti propulsori o atlati - utilizzati per lanciare frecce - provenienti dalle wunderkammer medicee e ora nel Museo di Antropologia di Firenze: sono tra i pochissimi strumenti di questo tipo decorati in oro. Il viaggio continua con le testimonianze dal Sud America: dalla spettacolare produzione delle prime ceramiche delle Veneri ecuadoriane di Valdivia, agli oggetti degli Inca; dal mondo dell’antico Chavin, dai tessuti e vasi della regione di Nazca, all’aff ascinante cultura Moche. Ma sarà l’oro – come quello dei Tairona (puro o in una lega con rame chiamata “tumbaga”) – a spingere nelle Ande spagnoli ed avventurieri alla ricerca dell’ “El Dorado”, uno dei grandi miti, vero motore della Conquista. L’America, che aveva stupito e aff ascinato con i suoi “strani” indigeni, la natura così diversa e le sue meravigliose opere, in breve viene considerata solo per le tonnellate d’oro e d’argento che giungono sui galeoni in Europa. E se i Medici a Firenze conservano nelle loro raccolte le testimonianze del Mondo che non c’era - tra i capolavori in mostra anche un collier Taino del XIV-XV secolo - gli Spagnoli fondono quegli oggetti in metallo prezioso per usarlo poi come moneta.
In pochi decenni dall’arrivo di Colombo (nessuno degli oggetti da lui riportati si è conservato) le culture degli Aztechi e degli Inca saranno annichilite con le armi e con la schiavitù e quella dei Taino praticamente annientata: già verso il 1530, secondo gli storici, non esisteva più un solo Taino vivente. Milioni di indio moriranno anche a causa delle malattie arrivate dal Vecchio Mondo. Dovranno passare almeno quattro secoli, prima che l’Europa prenda nuovamente coscienza della grandezza dell’arte dell’America antica e ancora oggi sfuggono molti aspetti delle culture precolombiane, di quella parte di umanità che, all’improvviso, nell’ottobre del 1492, comparve all’orizzonte dei navigatori in cerca delle Indie
."

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Dove e quando

  • Date : 18 Settembre, 2015 - 06 Marzo, 2016

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