Il mercato dei quadri a Roma nel XVIII secolo

di Sara Bello // pubblicato il 23 Dicembre, 2011

Aste e mostre internazionali di arte e antiquariato attestano come oggi dei beni culturali esista una vera e propria industria; basta sfogliare le pagine di giornali riservate alla cultura o scorrere le notizie dei Tg per rendersene conto quotidianamente. Ma che esistesse un mercato di questo tipo anche nei secoli che ci precedono è certo un fatto meno noto.
Si è addentrato nell'argomento, fino ad ora alquanto trascurato dagli studi, Paolo Coen, che ne ha condotto un'analisi dettagliata frutto di lunghi anni di lavoro, fino ad approdare, lo scorso anno, alla pubblicazione del volume Il mercato dei quadri a Roma nel XVIII secolo, edito da Olschki. Sebbene la pubblicazione sia recente, si tratta già di un testo imprescindibile per chiunque decida di approcciarsi a quest'epoca storico-artistica.
La stessa Mina Gregori, in occasione della presentazione del libro presso la Fondazione Longhi, ne auspica la lettura soprattutto da parte delle giovani generazioni, poiché esso costituisce “un capitolo fondamentale per la storia dell'arte”, “l'ultimo grande 'quadro' che prelude all'età moderna, qual è la Roma di questi anni”.

La copertina ci inserisce perfettamente nell'atmosfera, racchiudendone l'essenza: da un lato ci inoltra nei luoghi presi in esame attraverso Giovanni Paolo Panini che, pittore, architetto e scenografo, a Roma si era recato in età giovanile e nell'Urbe fu attivo con una lunga carriera; dall'altro racchiude il sogno di ogni collezionista, nel particolare quello di Silvio Valenti Gonzaga, che spenderà la vita e il patrimonio per la sua raccolta, composta per una piccola parte di grandi capolavori, ma per la stragrande maggioranza (circa l'ottanta per cento) di quadri di seconda scelta, offrendo una fotografia della situazione romana di questi anni.

Siamo nell'epoca dei celeberrimi scavi archeologici della Villa Adriana a Tivoli e di Ercolano e Pompei, integre queste ultime sotto la coltre di lava e ceneri pietrificate dal tempo. Sono gli anni in cui Clemente XII decreta l'apertura, nel 1734, del primo museo pubblico: non è un caso che si tratti di una raccolta di antichità, oggi noto come complesso dei Musei Capitolini. Culla della cristianità e cuore pulsante dell'arte classica antica e classicista in tempi relativamente più recenti, fin dalla sua fondazione l'Urbe ha suscitato un fascino irresistibile in artisti, intellettuali, aristocratici e anche mercanti, e nel Settecento è stata la mèta privilegiata e indiscussa del Grand Tour. Quest'ultimo era sì un fenomeno culturale, ma non soltanto: grazie ad esso si era costruita una vera e propria industria, con un “indotto” che prevedeva anche esportazione di opere, dipinti e statue autentici, ma anche copie per tasche più contenute. Un po' come succede oggi quando, al termine del percorso espositivo di musei e gallerie, i turisti concludono la visita al bookshop o nei negozi di souvenirs per portar via con sé un pezzo di intensa esperienza estetica vissuta.

Molteplici potevano essere le motivazioni che spingevano le singole personalità ad inoltrarsi nella compravendita di oggetti d'arte: “un cardinale di fresca nomina arrivato a Roma che aveva bisogno di dare lustro alla propria dimora con una quadreria o almeno con un abbozzo di collezione, un nobiluomo britannico che cercava di portare in patria ricordi del suo viaggio acquistando vedute, stampe, frammenti architettonici, sculture, anticaglie, l'emissario di un sovrano che inseguiva opere di gran prestigio per la collezione del suo signore, un nouveau riche, generalmente un costruttore o un capomastro arricchitosi con la speculazione edilizia che ricercava opere d'arte come status symbol da esibire della nuova posizione acquisita. Ma c'erano anche il religioso che voleva procurarsi il ritratto del papa, il pellegrino che voleva memorie dei luoghi sacri, il borghese che cercava qualche tela per la sua casa, il popolano alla ricerca di un'immagine religiosa e protettrice”, riassume Enrico Castelnuovo nella prefazione. C'era perfino chi affittava i dipinti per dare lustro, in via temporanea, alla propria dimora.
Tutto ciò era possibile perché la piazza artistica romana controbilanciava in modo equilibrato la cospicua domanda con un'offerta estremamente ampia e variegata; ragion per cui non sorprende che qui si fosse radicato un mercato con fitte ramificazioni internazionali.

Dopo aver ripercorso le sorti del mercato artistico, attestato dalle fonti fin dall'alto Medioevo, Paolo Coen, entra nel vivo del tema, suddividendo il suo libro in due parti: la prima dedicata a “gli Individui” alla base di questo sistema imprenditoriale: oltre agli artisti, i “venditori di professione: quadrari, rigattieri, negozianti”, ma anche “esperti d'arte”, “artisti mercanti”, una schiera di “comprimari e speculatori” a cui si affianca una costellazione di “mediatori: sensali ed agenti”.
La seconda parte approfondisce il tema della vera e propria “impresa”, termine che suona attualissimo. Eppure anche nel XVIII secolo esisteva un sistema legato al mercato d'arte molto ben strutturato, a capo di cui stava l'Accademia di San Luca, che proteggeva sia artisti che mercanti, i quali pagavano una tassa annuale per rimanere sotto la sua giurisdizione. “Impresa” anche perché le opere, oggi come allora, erano equiparate a “merce”, con un preciso valore economico, che variava in base alla "firma" e alla qualità bassa o alta, al fatto che si trattasse di originali o di copie. Ne sono indagati anche “provenienza e restauro”, con una connessione al problema del falso: uno per tutti, il caso di Bartolomeo Cavaceppi, le cui sculture venivano sovente vendute come autentiche statue classiche. Viene infine preso in esame il momento fondamentale della ricezione delle opere da parte del “pubblico”, e così i luoghi e le modalità di vendita.
Il termine 'impresa' implica anche dinamicità e differisce dal 'negozio' che invece ha un'accezione più statica”, precisa Paolo Coen durante la conferenza alla Fondazione Longhi. Il suo libro parla di economia, ma, ribadisce, “si tratta di un libro di storia dell'arte”, e ciò è importante affinché venga dato il giusto rilievo alle opere anche da un punto di vista estetico, sia nella trattazione del testo sia per le belle immagini che lo corredano.
Anche il secondo tomo, interamente dedicato alle fonti, attesta quanto approfondito sia stato il suo lavoro, costato lunghi anni di studi e ricerche, durante e dopo l'elaborazione della tesi di dottorato.

Se in passato Haskell, aveva posto Venezia al centro del mercato artistico del Settecento (Patrons and Painters, 1963), Paolo Coen oggi coraggiosamente si addentra in una rilettura del fenomeno artistico, inserendone Roma ai vertici e fornendo uno straordinario e vitale spaccato della Città Eterna, dove la fascinazione dell'antico attraeva a frotte “grandtouristi” da tutta Europa. 
Inoltre Haskell impostava la sua analisi dal punto di vista dei mecenati e degli artisti, mentre Coen sposta l'attenzione sul mercato dell'arte nel suo complesso, non più sulle singole figure. Ma non per questo rimane a un grado superficiale di lettura: il suo libro propone prima una “macrostoria”, in cui offre l'inquadramento del contesto, e un attimo dopo vivifica una miriade di “microstorie” volte a esemplificare i singoli fenomeni presi in causa, in cui primari e comprimari si intrecciano.

 

Dettagli

Didascalie immagini

In copertina:
Paolo Coen, Il mercato dei quadri a Roma nel diciottesimo secolo, particolare della copertina

  • Paolo Coen, Il mercato dei quadri a Roma nel diciottesimo secolo,
    in copertina: Giovanni Paolo Panini, Galleria del cardinale Silvio Valenti Gonzaga, 
    Heartford, Wadsworth Athenaeum
  • Rembrandt Van Rijn da Raffaello, Ritratto di Baldassar Castiglione
    1639, disegno a penna,
    Vienna, Albertina
  • Raffaello, Madonna Ansidei
    Londra, National Gallery of Art
  • Bastiano da Sangallo da Michelangelo, Battaglia di Cascina
    Holkham Hall, Collezione conte di Leicester 



Scheda del libro

  • Autore: Paolo Coen
  • Titolo: Il mercato dei quadri a Roma nel diciottesimo secolo. La domanda, l’offerta e la circolazione delle opere in un grande centro artistico europeo
  • Editore: Leo S. Olschki, 
    Viuzzo del Pozzetto, 8, 50126, Firenze
  • Collana: Biblioteca dell’«Archivum Romanicum»
    Serie I: Storia, Letteratura, Paleografia, vol. 359
  • Pagine: LX; 814 con 32 tavv. f.t. a colori
    cm 17 x 24
  • Anno: 2010
 
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