Identities
di - pubblicato il 04 Dicembre, 2009 in Emozioni visive
Identities è un documentario realizzato dalla regista indipendente Vittoria Colonna, nata e cresciuta in Irlanda da famiglia d’origine italiana, che ha raccolto in questo film cinque storie private e personali che rappresentano cinque mondi diversi. Partendo dal presupposto che ogni persona nella sua unicità è un universo sommerso per la complessità congenita che contraddistingue gli esemplari della razza umana, questo bellissimo film risulta utilmente destabilizzante nel far prendere coscienza allo spettatore dell’esistenza di innumerevoli identità di genere al di là di quelli determinati dalla fisiologia del corpo di maschio e femmina.
La prima storia è quella di Fabio Ferri ragazzo italiano emigrato in Irlanda nel 2002 che si esibisce in spettacoli come drag queen, davanti alla macchina da presa si mette a nudo raccontando l’estraneità di valori con i propri genitori e il dolore per il loro rifiuto contrapposti alla libertà d’espressione creativa e al bisogno essenziale per la sua sopravvivenza di dividere la vita con il suo alter ego Sibyl Vane di cui parla in terza persona come se davvero fosse un’altra entità diversa da sé. Fabio afferma che confondere le due realtà può essere molto pericoloso, per questo intelligentemente quando qualcuno tenta un approccio dopo uno spettacolo lui come prima mossa smette trucco e parrucche perché la persona che dovesse scegliere di stargli a fianco dovrebbe accettarlo per com’è al naturale lontano dal sogno e dai riflettori della scena.

Nel secondo frammento incontriamo Dale Belino, in arte Sahara, transessuale filippino che racconta tutte le difficoltà del suo percorso interiore e la gradualità con cui ha impostato il suo mutare esteriore per non, sono parole sue, traumatizzare le persone amiche che gli vivono a fianco e che quindi sono state in grado progressivamente di accettare e condividere senza traumi la sua scelta di cambio di genere sessuale.
La terza parte ci porta a incontrare Shani Williams una donna che si esibisce in spettacoli come drag king e come queen burlesque con due diversi e distinti alter ego Slick e Sade O’ che lei considera come fratello e sorella. La seguiamo mentre nei negozi sceglie, indossa e procede all’acquisto di abiti maschili, quando con divertimento ed ironia indossa una strettissima maglietta elastica a comprimere il suo seno prosperoso trasformandolo in virili pettorali che uniti all’adozione di un membro di gomma completano il travestimento. Nel personaggio di Slick è davvero bravissima, arriva in scena che tu non sai che è un drag king, pensi sia un uomo vero e a me ha ricordato un giovanissimo John Travolta.

Il quarto toccante ritratto ci racconta la storia di Lee Stella un uomo che un tempo è stato donna, che ha sofferto tanto per la sua difficoltà a trovare coerenza tra il suo essere fisico e quello psicologico, oggi che è felice per la trasformazione portata a termine finalmente può festeggiare ogni anno l’anniversario del suo essere stata donna e la gioia di aver avuto la figlia Siobhan con cui vive e che è serenamente solidale con lui.
Infine l’ultima storia raccontata è quella del travestito Sean “Crystal” Leslie con le sue contraddizioni tra un’identità conquistata con dolore e le difficoltà dovute all’isolamento che vivere in una società profondamente religiosa e bigotta come quella irlandese procura a chi sceglie suo malgrado la libertà d’esprimersi sull’imposizione di reprimersi.

Un film importante che andrebbe divulgato nelle scuole medie per far conoscere tali e tante realtà alle nuove generazioni disinnescando così l’intolleranza che la mancanza di conoscenza porta con sé generando violenza. In un momento in cui l’attualità delle cronache italiane ha portato alla ribalta il problema dei transessuali che vengono esposti in tv come l’ultima attrazione bizzarra del circo catodico, mostrare la diversità anche più estrema e provocatoria è utile a intaccare il perbenismo e può incentivare una ricerca di sé stessi più libera da paure e pregiudizi attraverso l’accettazione di pulsioni che sotto la facciata dell’ipocrisia riconosciamo intimamente appartenerci.
La cosa che colpisce di più ascoltando il racconto di queste vite ed entrando nei loro mondi è la sorprendente vitalità, la voglia di vivere e di affermare il proprio diritto a vedersi riconosciuta la dignità di persona che troppo spesso viene offesa e negata. Mostrare l’inconsistenza della parola normalità è sempre costruttivo perché normalità da un punto di vista linguistico significa essere nella norma, ma chi decide cosa è dentro e cosa è fuori? Il risultato è per forza sempre arbitrario, queste cinque storie intime rappresentano altrettante serene normalità.

All’ingresso del Florence Queer Film Festival dove ho potuto vedere il documentario di Vittoria Colonna, parlando con Fabrizio che svolge attività di supporto volontario e gratuito a persone che ne hanno bisogno, dicevo di come io ritenga negativo classificarsi come gay, etero o qualsivoglia altra etichetta perché riduce la complessità dell’essere umano solo all’aspetto dei propri gusti sessuali provocando discriminazione ed emarginazione. A questo proposito ho sempre trovato sublime e intelligente la risposta di Franco Battiato ad un giornalista che gli chiedeva se fosse omosessuale: “non è importante!” Evitando così anche di entrare nel merito di una questione prettamente personale.
Mi ha fatto riflettere però il diverso punto di vista di Fabrizio che mi ha raccontato di vite devastate, persone che a quarant’anni non sono ancora riuscite a risolversi raggiungendo la piena maturità individuale, così nella società ipocrita e repressiva in cui si trovano a vivere con disagio la propria condizione definirsi apertamente gay toglie di mezzo ogni ambiguità possibile in chi si relaziona con loro e alle legittime rivendicazioni di diritti negati e riconoscimento legislativo dovrebbe dare istituzionalmente risposta.
Identities è molto bello anche da un punto di vista visivo con raffinate immagini a colori quando assistiamo alle esibizioni sul palco degli artisti intervistati e in bianco e nero quando i protagonisti si raccontano mostrandosi nella loro quotidianità lontano da lustrini e pailette, ha vinto il primo premio come miglior documentario all’International Film Festival di Gaza 2009 e il primo premio alla ICCL (Irish Council of Civil Liberties) Human Rights Film Competition 2009 di Dublino.

Questo splendido documentario mi ha ricordato l’ultima frase della canzone Un altro pianeta, scritta da Mariella Nava per Renato Zero, dove si auspica un mondo futuro in cui le discriminazioni per scelte sessuali diverse cessino di esistere: “Sarà un altro pianeta o un universo più in là, dove conta già esistere senza disprezzo o pietà!!!”
Alla fine della proiezione si è consapevoli di quanto il mondo sia molto più complesso di ciò che appare in superficie e tutte quelle catalogazioni stereotipate che ingombrano il pensiero comune risultano obsolete e incapaci di rappresentare la realtà. Non so dirvi dove possiate vedere questo gioiellino in Italia ma è certamente un prezioso documento di notevole valore di cui si raccomanda la visione.