I Romani e la Grecia
di // pubblicato il 09 Marzo, 2010
Cos’è l’arte romana? La domanda, apparentemente di facile risposta, nasconde in realtà una serie di problematiche molto complesse. Soprattutto, un interrogativo del genere ha poco senso perché non si può parlare di arte romana. Questa, in effetti, per certi versi semplicemente non esiste. Esiste invece l’arte dell’impero romano, dal suo centro fino alla periferia, e delle sue diverse fasi storiche.
Per molto tempo, all’inizio della loro storia, i romani hanno vissuto in maniera volutamente semplice, senza badare troppo a tutto ciò che riguardava l’arte. Nelle liste degli artigiani relative al VI secolo compaiono ad esempio tintori, vasai, conciatori e legnaioli, ma non sono assolutamente citati pittori, scultori e architetti.
Esistono ovviamente dei templi, ma sono molto simili a quelli etruschi, con una struttura in legno e decorati da terrecotte dipinte, così come di terracotta sono le statue di culto al loro interno.

Oltre non ci si spinge: le case sono quasi completamente spoglie al loro interno; si utilizza vasellame in terracotta grezza, e anche quelli di bronzo, che pure esistono, sono estremamente semplici, quasi del tutto privi di decorazioni a rilievo. Per capire quanto la tavola romana sia semplice, basta ricordare che gli ambasciatori cartaginesi, a Roma attorno al 150 a.C. si trovarono a pranzare sempre con il medesimo servizio d’argento, che evidentemente le varie famiglie patrizie si prestavano per accogliere gli ospiti.
Un aneddoto simile, narrato da Plinio, racconta di alcuni ambasciatori venuti dall’Etolia che, avendo pranzato in casa del console Cato Aelius, gli donarono del vasellame d’argento per sostituire i semplici vasi di terracotta grezza sui quali avevano mangiato.
In tutta riposta, il console rifiuta il dono. Il fatto è che la mentalità pragmatica romana male si accorda con i valori della cultura ellenica, considerati frivoli e superflui, per cui tutto ciò che è in qualche modo riconducibile al mondo greco viene guardato con sospetto, così come coloro che si interessano d’arte.
Esemplari sono a questo proposito le Verrine, le orazioni di Cicerone contro Gaio Licinio Verre, propretore in Sicilia accusato dell’appropriazione di denaro pubblico e di molte opere d’arte, sottratte a templi e a privati.
Nelle sue requisitorie, Cicerone descrive minuziosamente le opere possedute da Verre, mostrando anche una certa dimestichezza con i nomi degli artisti greci; familiarità della quale tuttavia si scusa, adducendo il fatto che aveva dovuto documentarsi per preparare al meglio il processo contro l’accusato. Quasi si vergognasse di mostrarsi interessato alle opere d’arte, di venir meno allo spirito rude e schietto degli antenati.

Anche il teatro, profondamente greco, è guardato con diffidenza e considerato come “cosa inutile e nociva ai costumi”. Per questo motivo a Roma si dovrà aspettare il I secolo a.C. per avere un teatro stabile, in muratura: un romano che si gode gli spettacoli e perde tempo sulle gradinate del teatro dimentica i doveri di buon cittadino, e pone il proprio piacere al di sopra del bene della società.
Nonostante questa diffidenza, opere d’arte greca giungono a Roma abbastanza presto, soprattutto come parte dei bottini di guerra derivati dalle campagne di conquista che occupano parte del III e tutto il II secolo a.C.: si comincia nel 212 a.C. con la conquista di Siracusa da parte di Marco Claudio Marcello.
Plutarco ci racconta che il generale “portò via da Siracusa la massima parte, e le più belle, fra le opere d’arte per lo spettacolo del suo trionfo e per l’ornamento della città.
Roma infatti non possedeva né conosceva prima di allora nessuno di quegli oggetti di lusso e di raffinatezza, né si compiaceva di capolavori di grazia e di eleganza […]. Perciò Marcello divenne più stimato presso il popolo, avendo arricchito la città di uno spettacolo di piacere, di grazie ellenica e di aspetti svariate di arte […]. Si gloriava anche verso i greci per aver insegnato ai romani a valutare ed ammirare quelle meravigliose opere di arte greca che non conoscevano”. Anche il console Tito Quinzio Flaminino, sconfitto Filippo V di Macedonia nel 194 a.C., riporta a Roma carichi di statue e vasellame prezioso; chi ebbe la fortuna di assistere al suo trionfo potè ammirare più di cento statue e oltre duecento corone d’oro, oltre a monete d’oro e d’argento, zanne d’elefante ed ogni altro tipo di curiosità. Fondamentale fu anche il trionfo di Lucio Emilio Paolo, che nel 179 a.C. sconfigge Pereso, l’ultimo re di Macedonia. Gli storici antichi ci hanno lasciato uno straordinario affresco di quei giorni: “Il primo bastò appena ad esporre le statue, i dipinti e le immagini di dimensioni colossali che erano state prese al nemico e che vennero trasportate su duecentocinquanta carrette. Il giorno seguente furono fatte sfilare le armi più belle e sfarzose dei macedoni; rilucevano al sole nel loro bronzo e nel ferro, forbite di fresco […]. Dietro i carri ove stavano le armi veniva una fila di tremila uomini, che portavano monete d’argento dentro a settecentocinquanta vasi […]; altri uomini recavano crateri d’argento, corni per bere, tazze e coppe, ciascuna sistemata in modo che facesse una bella vista, e straordinaria sia per le dimensioni sia per la profondità degli intagli”.

La data fondamentale è però senza dubbio il 146 a.C. anno della conquista definitiva di Cartagine, da parte di Scipione Emiliano, e soprattutto di Corinto, ad opera di Lucio Mummio. Tuttavia i romani nutrono ancora qualche perplessità verso l’arte greca, e non sempre riescono a comprendere appieno il valore di quello che riportano a Roma. A questo proposito, un aneddoto molto succoso racconta che proprio Lucio Mummio avesse fatto ritirare, dall’asta nella quale doveva essere venduto, un quadro rappresentate Dioniso, per il quale il re Attalo I aveva offerto una cifra vertiginosa. La particolarità del racconto sta nel fatto che il dipinto non viene ritirato perché Mummio si rende finalmente conto del suo valore artistico, ma perché sospetta che Attalo sia a conoscenza di qualche virtù magica o sacrale nascosta nella trama della tela, e che solo per questo voglia impossessarsene.
Nonostante la grande messe di opere che lasciano la Grecia alla volta di Roma, l’aspetto della città è ancora tradizionale ed il tessuto urbanistico non è affatto simile a quello greco, anche se qualche elemento è mutuato dall’architettura di gusto ellenizzante. Si segnala ad esempio la realizzazione di ritratti ispirati a quelli greci (pare che l’inventore del genere sia stato Lysistratos, fratello del più celebre Lisippo) e di statue di culto di dimensioni colossali, spesso acroliti realizzati in marmo (utilizzato per testa, mani, piedi e più in generale per le parti del corpo visibili) ed impalcature lignee ricoperte da legno o stoffe.
Tuttavia l’impiego del marmo è ancora diffuso, sia per le difficoltà nel reperirlo (le cave di Luni, l’odierna Carrara, saranno sfruttate solo a partire dal I secolo a.C.), sia perché in città non esistevano scultori in grado di poterlo lavorare. Si dovrà attendere l’arrivo di maestranze greche, costrette anch’esse peraltro a dover spesso utilizzare, per la scarsezza di materia prima, la terracotta.

Il processo di “grecizzazione” di Roma è però avviato: sempre più famiglie mandano i loro figli a studiare in Grecia o assumono maestri che da lì provengono, grandi generali si fanno tentare dalla filosofia stoica od epicurea, statue e dipinti vengono esposti in edifici pubblici, in modo che tutta la città possa goderne; con Augusto si compie infine il passo decisivo verso la definitiva monumentalizzazione della città, che assume un assetto urbanistico più propriamente greco e che soprattutto abbandona legno e terrecotte a favore del marmo. Per usare le parole di Orazio, Graecia capta ferum victorem cepit, la Grecia conquistata conquistò il feroce vincitore.