I ponti di Roma

di Sara Pietrantoni // pubblicato il 19 Luglio, 2010

Adesso se ne sta lì, quasi dimenticato da tutti, e scorre lentamente al centro della città. È il Tevere, il fiume di Roma, la cui storia è legata a doppio filo con quella della città. Elenchiamo prima le cose negative che si dimenticano con maggiore difficoltà: allora, il Tevere è sporco, l’odore sulle banchine non è dei migliori (per usare un eufemismo), ogni tanto le sue acque minacciano di straripare (ma questa è solo una diceria, il livello del fiume è sempre di gran lunga al di sotto della soglia di attenzione), le strade che corrono di fianco al fiume, quasi sempre trafficate, sono l’incubo degli automobilisti, che spesso odiano e tentano di evitare in tutti i modi questo lungo serpentone che scorre al centro della città.
In effetti il Tevere, descritto così, fa un po’ tristezza; solo un po’ però perché ci sono poi gli aspetti positivi, meno evidenti forse al romano sempre di corsa o al turista sovrappensiero, ma che fanno scoprire un altro mondo: il silenzio inaspettato, gli anatroccoli che sgambettano dietro la loro mamma, l’emozione di osservare la città da un altro punto di vista. Perché passeggiando sulle banchine del Tevere si incontrano i suoi ponti. E ogni ponte ha una storia da raccontare.

Cominciamo dal principio, da quando cioè il Tevere costituiva un vero e proprio confine, che divideva l’Urbe dai (poco ospitali) vicini Etruschi. Mettere un fiume tra i due popoli deve essere sembrato ai romani la cosa migliore per mantenere le distanze e vivere tranquillamente. Un confine del genere ovviamente non poteva essere oltrepassato facilmente per cui l’unico ponte esistente un tempo era il Sublicio, costruito in legno per poter essere smontato facilmente in caso di pericolo. Secondo la leggenda il ponte divenne teatro delle gesta di Orazio Coclite che nel 507 a.C., praticamente da solo, ricacciò indietro l’intero esercito Etrusco mentre i suoi compagni tagliavano il ponte in modo da impedire il passaggio verso la città. Orazio non si rammaricò del fatto che, letteralmente, gli era mancata la terra sotto i piedi ma, compiuta l’impresa, si gettò nelle acque del fiume, armato di tutto punto, per tornare a nuoto verso la sponda amica.
Successivamente a questa impresa il ponte, ricostruito forse in pietra, rimase per secoli a ricordare il valore di Orazio.

Il solo ponte Sublicio non poteva tuttavia certo bastare ad una città che ora, sconfitto il pericolo etrusco, poteva liberamente guardare alla riva sinistra del fiume come luogo adatto agli insediamenti, soprattutto nel punto in cui il guado del Tevere sembrava più facile, cioè all’altezza dell’isola Tiberina. Qui, tra il 62 ed il 46 a.C. vennero costruiti i ponti Fabricio (dal costruttore Lucio Fabricio) ed il Cestio (dal momento che fu edificato per volere del governatore Lucio Cestio). Il primo è anche detto pons Judeorum, sia perché prospiciente l’antico ghetto ebraico della città, sia perché fu percorso dai molti ebrei che, a partire dal XII secolo, si trasferirono da Trastevere sull’altra riva del fiume.
Alcuni indicano però il ponte Fabricio anche come ponte Quattro Capi, per la singolare presenza di due erme quadrifronti alla sua estremità: in realtà si tratta di una scultura che rappresenta Giano, ma la leggenda vuole ritragga i quattro architetti che restaurarono il ponte alla fine del ‘500, successivamente fatti decapitare da papa Sisto V per la loro condotta di vita immorale. Poco distante dall’isola Tiberina sorge invece il cosiddetto Ponte Rotto. Costruito da Marco Emilio Lepido nel 179 a.C., il ponte, a causa delle correnti fluviali particolarmente impetuose in quel punto, fu distrutto e restaurato diverse volte nel corso dei secoli fino a quando, dopo la piena del 1598 che ne porta via più della metà, si decise di non procedere ad un nuovo restauro. Resta così, come sospeso nel vuoto, accanto ad uno moderno e certamente più solido.

Altro ponte antico, ma completamente cambiato nel corso dei secoli, è l’Aelius. Fatto costruire dall’imperatore Adriano per collegare la città al suo imponente mausoleo (l’attuale Castel Sant’Angelo), fu di poco modificato nei secoli successivi, mantenendo inalterata la sua funzione di accesso monumentale alla tomba imperiale (in seguito trasformata in vero e proprio castello e residenza pontificia). Il ponte (ora chiamato Sant’Angelo) è ricordato per un fatto tragico avvenuto in occasione del Giubileo del 1450: la gran massa di pellegrini diretti alla basilica di San Pietro, poco distante dal Castello, affollando in maniera inverosimile il ponte, fece spaventare a tal punto la mula del cardinal Barbo che questa cominciò a scalciare tra la folla, provocando un fuggi-fuggi generale e la conseguente rottura dei fragili parapetti. Pare che nell’incidente rimasero uccise centinaia di persone. Di ben altro tenore è la storia secentesca del ponte: sotto il pontificato di Clemente IX, infatti, Gian Lorenzo Bernini ideò una spettacolare scenografia, collocando su entrambi i lati del ponte statue di angeli con i simboli della Passione di Cristo.

Bernini si riservò la realizzazione di soli due angeli, quello con il cartiglio e quello con la corona di spine, che però il papa decise di tenere per sé e di collocare nella sua residenza, facendo realizzare due copie per sostituire i capolavori berniniani (che fortunatamente oggi sono visibili a tutti, nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte).

Per assistere alla costruzione del ponte successivo i romani dovettero attendere un altro Giubileo, quello del 1475. In quest’occasione Sisto IV, per evitare il ripetersi del dramma di venticinque anni prima, decise di creare un altro passaggio per i pellegrini, il ponte Sisto. La tradizione vuole che i fondi vennero reperiti dalle tasse imposte alle cortigiane, che certo non mancavano in città; sembra però che si tratti, appunto, solo di un pettegolezzo dell’epoca (anche se pratiche del genere non erano affatto infrequenti). Caratteristica del ponte è la grande apertura centrale, “l’occhialone” usato dai romani per misurare il livello del fiume: quando l’acqua arrivava alla sua altezza, allora c’era di che preoccuparsi.

In effetti, fino alla fine dell’Ottocento, le piene del Tevere hanno sempre costituito un grande problema per la città, e ancora oggi è possibile scorgere, nelle strade più vicine al fiume, tabelle che indicano il livello raggiunto dalle acque in occasione di alcune inondazioni.
La soluzione venne trovata solo alla fine dell’Ottocento, con la proclamazione di Roma Capitale del Regno, quando una vasta èquipe di ingegneri e architetti creò degli imponenti muraglioni che, pur avendo evitato il ripetersi delle inondazioni, hanno certamente alterato il rapporto simbiotico della città con il fiume, distruggendo anche alcune celebri architetture. Ma il Tevere, placido e sporco, continua a scorrere sotto i piedi dei romani distratti.

 

Dettagli

DIDASCALIE IMMAGINI 

  • Ponte Fabricio
  • Ponte Fabricio,
    particolare dei Quattro Capi
  • Ponte Rotto
  • Ponte Sant’Angelo
  • Ponte Sant’Angelo,
    particolare dell’angelo con la corona di spine
  • Ponte Sisto


IN COPERTINA
Ponte Sant’Angelo,
particolare dell’angelo con la spugna