I La La La Human Steps di Édouard Lock festeggiano i trent’anni con New Work
di // pubblicato il 26 Febbraio, 2011
Il trentennale della compagnia canadese La La La Human Steps, fondata da Édouard Lock nel 1980, è stato festeggiato con New Work, spettacolo all'insegna dell’inesauribilità del vocabolario classico; capace, se opportunamente manipolato, di sviluppare qualità spiccatamente innovative e inusitate. New Work - debuttato in prima mondiale lo scorso 5 gennaio al Het Muziektheater di Amsterdam, con la partecipazione dell’étoile del Mariinskij Diana Vishnevam – è stato presentato il 9 febbraio in prima nazionale al Teatro Comunale di Ferrara.

Osservando i suoi primi lavori, chi avrebbe mai detto che Édouard Lock (1954) - nato a Casablanca da padre marocchino e madre spagnola, trasferitisi poi in Canada – formatosi dapprima in studi cinematografici e poi interessatosi alla danza, collaborando con Le Groupe Nouvelle Aire (GNA) sino alla fondazione della sua compagnia, avrebbe aderito al "postclassico" (Elisa Guzzo Vaccarino).
Raggiunta la fama mondiale con Human Sex (1985), spettacolo vincitore dei Bessie Awards per la coreografia, i La La La Human Steps degli esordi si contraddistinsero una netta rottura con i parametri performativi precedenti, l’utilizzando di musiche acustiche, i toni aggressivi e un’occhio di riguardo verso l’applicazione delle nuove tecnologie alla scena.
In un susseguirsi di successi internazionali, tra collaborazioni con David Bowie e Frank Zappa, il punk urban style di Lock trovò nella "platinata virago androgina" Louise Lecavaliere, danzatrice dalle prodezze espressive innovative e sconvolgenti, conosciuta durante gli anni al GNA, la propria musa ispiratrice e la principale icona distintiva della sua compagnia.
L’acquisizione e il melange di tecniche e stili in taglio teatrale, era uno dei tratti distinti de Le Groupe Nouvelle Aire, esperienza - guidata principalmente da Martine Époque e nella quale sia Lock che la Lecavalier furono coinvolti - che fecondò la scena di danza québécoise degli anni Settanta.
Le successive collaborazioni con Les Grands Ballets Canadiens di Montréal e Het Nationale Ballet di Amsterdam portarono poi Lock ad un ulteriore avvicinamento alla tecnica delle punte, già assaggiata grazie alla simbiosi con la Lecavalier. Da Bread Dances (1988) la tecnica della danse d’école è stata assorbita gradualmente dal coreografo e, imbrigliata sotto la poetica dell’accellerazione, mette Lock in parentela diretta con teorizzazioni su propulsione e dinamismo, tipiche delle Avanguardie degli anni Venti.
Diversamente dall’“ex-postclassico” William Forsythe che, partito da una decostruzione strutturata del corpo, giunge a una espressività onnicomprensiva nella quale le linee rette prima maniera vengono sostituite da complicate ‘impronte corporee’, la missa in requiem del balletto cantata da Lock parte da un percorso decisamente inverso, facendo dell'accellerazione spasmodica, appunto, e non della decostruzione, il suo strumento di rinnovamento della danse d’école.
In ambedue i casi abbiamo una rottura con l’accezione tradizionale della tecnica, ma se per il Forsythe prima maniera il decostruzionismo architettonico parrebbe un logico canale di rimando, per Lock sono le forze motrici di turbine futuriste, azionanti performer dalla precisione spietata, e l’amore per un dinamismo senza freno, coniugato ad un à plomb dai toni cupi post-urban, a costituirne un ipotetico universo affine. Non i corpi macchina futuristi del secolo passato, ma interpreti che vivono emozioni, relazioni e interscambi a velocità supersonica.

E così in New Work, lavoro apparentemente sprovvisto ancora di un titolo proprio, le danzatrici lockiane fanno delle punte – elementi presenti anche in Amelia (2002) e Amjad (2008), entrambi già ospitati dal Teatro Comunale di Ferrara – le proprie protesi meccaniche, accompagnate dalle rielaborazioni musicali di Gavin Bryars e Blake Hargreaves su due cult del periodo classicista, quali Dido and Æneas di Purcell e Orfeo ed Euridice di Gluck. Viola e violoncello dialogano dal vivo con pianoforte e sax, sotto un'elaborata e suggestiva variazione delle fonti luminose, firmata dalla stesso coreografo.
Si ricordi a proposito l’importante progetto delle coreografie per Les Boréades di Rameau all’Opéra di Parigi (2003).
In questo “nuovo lavoro” Lock, non pago dei cortocircuiti drammaturgici innescati dalla ridefinizione degli stilemi delle due coppie mitiche, offre allo spettatore ampli pannelli in cui l’immagine giovanile delle interpreti si contrappone al loro corrispettivo senile. Giovinezza e vecchiaia in dialogo, futuro e passato; ipotetica analisi introspettiva, forse, sottolineata da quella che sembra la visione interna dell'iride di una palpebra chiusa.
L’ossessione per il movimento delle braccia tratto da Il lago de cigni, come un fantasma, torna ad alleggiare sull’intera opera, mitigato da più calde citazioni della posa nijinskiana distesa da L’Après-midì d’un Faune.
In New Work Lock è l’intera struttura di un grand ballet ad essere riplasmata. Gli uomini rigorosamente in giacca e pantaloni scuri e le donne in body neri mostrano in complessi pas de deux e pas de trois, secondo le molteplici declinazioni di genere, rapporti conflittuali altalenanti tra riavvicinamento e repulsione, mentre alcuni interpreti, disponendosi sulle diagonali laterali, contornano la scena come sovente accade nei titoli ottocenteschi.
In Lock l’acquisizione delle punte e delle strutture della danse d’académique ha arricchito ulteriormente la tensione all’innovazione continua già presente negli anni precedenti, ricordandoci così che il ‘modernismo’ si inserì nel mondo coreico proprio partendo dalle sperimentazioni sul balletto di inizio Novecento.
Per la prima nordamericana di New Work, prevista alla Place des Arts di Montréal il prossimo 5 maggio, Edouard Lock, però darà un nome alla sua nuova creatura o preferirà lasciare questo vago accento posto sulla novità?