I GATTI PERSIANI, dall’Iran il nuovo film clandestino di Bahman Ghobadi
di - pubblicato il 23 Febbraio, 2010 in Cinema
In occasione dell’anteprima italiana del suo ultimo film il regista iraniano Bahman Ghobadi ha raccontato la genesi del film realizzato clandestinamente: “Stavo aspettando da oltre due anni i permessi dalle autorità per girare un tipo completamente diverso di film, l’inattività e l’attesa mi stavano però facendo scivolare nella depressione divorando la parte più creativa di me. E’ arrivato allora un mio amico che mi ha detto: ti sta capitando esattamente ciò che vuole il governo, cioè che tu smetta di lavorare e girare film, dovresti dedicarti a quella che è sempre stata la tua passione, cioè la musica e cantare. Così ho scoperto uno studio di registrazione underground e sono andato lì per registrare la mia musica. Quello che ho visto sono l’amore e la vivacità con cui questi ragazzi lavoravano, senza preoccuparsi di ottenere permessi o di come poi sarebbe andato tutto a finire. Questo mi ha dato l’entusiasmo per lavorare all’idea di un film sulla musica, così sono venuto a conoscenza di tantissimi gruppi musicali che non conoscevo e in poche settimane ho realizzato il mio film. Trovo che le nuove generazioni siano più coraggiose di quanto lo siamo stati noi, tutti i personaggi che vediamo nel film sono reali, esistono, nascono dal cuore e spero che vi arrivino al cuore.”

I gatti persiani, con questo titolo sarà distribuito a maggio in Italia da Bim Distribuzione, racconta di una coppia di musicisti e cantanti, lei si chiama Negar e lui Ashkan, che hanno deciso di emigrare a Londra per poter liberamente esprimersi attraverso la loro musica, per questo sono in cerca di musicisti per formare un gruppo musicale. Ashkan riceve dalla madre in Germania il denaro per ottenere visti e passaporti necessari all’espatrio ma prima della partenza hanno deciso di tenere un ultimo concerto nella loro amata Teheran. Contemporaneamente un amico di nome Nader che vive d’espedienti, soprattutto masterizzando dvd illegali, si rende disponibile a fornire loro tutti i documenti necessari a organizzare la partenza, anche a costo di procurarseli falsi al mercato nero.
In verità la trama del film è poco più che un pretesto per mostrare la vitalità della gioventù iraniana oppressa dal regime di Ahmadinejad in un ibrido inconsueto che è un po’ film di finzione, un po’ videoclip ma con il sapore e l’urgenza espressiva di un vero e proprio documentario. In un paese come l’Iran in cui vige la pena di morte, applicata spesso anche su ragazzi di appena diciotto anni, impiccati per omosessualità in relazione a fatti avvenuti quando avevano anche solo dodici o tredici anni e che rientrano nella naturale scoperta del proprio corpo tipica di quell’età, e in cui il Segretario del Consiglio dei Guardiani, Ahmad Jannati, ha recentemente dichiarato che le esecuzioni capitali devono essere incentivate per difendere la supremazia del clero sulla società, il film di Bahman Ghobadi esprime tutta la repressione del regime mostrando la vitalità nascosta e fuorilegge della gioventù di Teheran.
Visivamente molto interessanti le soluzioni di montaggio che a seconda del genere di musica rappresentato, si va dal rap all’heavy metal più duro passando per la canzone tradizionale farsi, cambiano di ritmo e velocità. Intelligentissima l’idea di non mostrare mai la polizia che assume così nell’assenza dallo schermo il valore di mostro temibile e spietato in quanto rappresentazione del regime sanguinario degli aiatollah, come nella miglior tradizione del cinema horror dove si lascia tutto all’immaginazione dello spettatore. Persino quando i due protagonisti vengono fermati in strada dalla polizia perché trasportano il loro cane in auto, contravvenendo a quanto stabilito per legge, l’ufficiale resta sempre fuori campo ed è il cucciolo che a forza viene strappato letteralmente fuori dall’inquadratura.
Stupisce sentire nei dialoghi tra i ragazzi delle varie band come l’arresto e la detenzione siano effetti collaterali delle loro attività creative, tutto sommato accettati e messi in conto fin dall’inizio senza troppa preoccupazione. Nonostante i toni da commedia che pervadono tutto lo scorrere del film l’oppressione delle più elementari libertà trapela tra le pieghe della storia mostrando senza censure, ormai impossibili nell’era di internet e dei cellulari dotati di fotocamera come i recenti scontri di piazza tra studenti e polizia hanno dimostrato, tutta la brutalità del regime e il fallimento della rivoluzione islamica che nel 1979 aveva deposto lo Shah Reza Pahlavi.
Vincitore del massimo riconoscimento nella sezione Un Certain Regard allo scorso Festival del Cinema di Cannes 2009, I gatti randagi è un documento utile e necessario e rivendicare libertà di pensiero e di vita per il popolo iraniano. Alla stesura della sceneggiatura del film ha partecipato anche Roxana Saberi, la giornalista americana di origine iraniana che è stata arrestata con l’accusa di spionaggio e che solo la mobilitazione dell’opinione pubblica mondiale e l’intervento diretto del presidente degli Stati Uniti Barak Obama hanno riportato in libertà.