I Della Robbia. Il dialogo tra le arti nel Rinascimento
di - pubblicato il 21 Gennaio, 2009 in Mostre
Chiunque sia stato almeno una volta in visita in Toscana sa con quanta frequenza sia facile trovare, in ogni santuario o sagrestia del più piccolo paese, almeno un esempio delle terracotte invetriate con raffigurazioni sacre uscite dalla bottega dei Della Robbia. Pertanto vale la pena non farsi scappare la grande retrospettiva dedicata all’opera di questa celebre famiglia protagonista, attraverso varie generazioni, del Rinascimento italiano. La mostra:
"I Della Robbia. Il dialogo tra le arti nel Rinascimento", aperta dal 21 febbraio prossimo al 7 giugno al Museo Statale d'Arte Medievale e Moderna di Arezzo, curata da Giancarlo Gentilini e Liletta Fornasari coadiuvati da un comitato scientifico di grandissimo livello, ha come fil rouge il paragone tra queste celebri terrecotte invetriate dette “robbiane” e le arti maestre del tempo. Lorenzo Ghiberti, Filippo Brunelleschi, Donatello, Pisanello, Filippo Lippi, Antonio Rossellino, Andrea del Verrocchio, Lorenzo di Credi, Pietro Perugino, e ancora Jacopo del Sellaio, Fra’ Bartolomeo, Andrea Del Sarto saranno chiamati in causa per testimoniare il serrato dialogo, tipicamente rinascimentale, tra tutte le arti, facendo così dell’esposizione un’occasione per ammirare anche opere di pregevoli artisti rinascimentali.
La poliedrica attività della famiglia coprì oltre un secolo di storia, dai primi decenni del Quattrocento fino alla metà del Cinquecento, non tralasciando di diffondere i suoi influssi su quest’arte tipicamente fiorentina che, ancora oggi, continua ad essere emulata.
La robbia, pianta comune nelle zone incolta della Toscana, fu da sempre utilizzata per estrarre dalle sue radici, attraverso un processo di macerazione, un colore rosso (ruber) utilizzato per la colorazione di tessuti e pellami e per creare una lacca per pittori. Ironia della sorte il rosso fu proprio l’unico colore a non essere presente nella successiva tavolozza robbiana.
La famiglia, che dovette il suo nome proprio alla produzione e commercio di questi colori, ebbe come capostipite Luca (Firenze, 1399 ca. – 1482) che, dopo una formazione da orafo e un esordio da scultore, seppe ben presto ritagliarsi un ampio spazio nella Firenze del tempo. Lo stesso Leon Battista Alberti nel De Pictura (1436) lo celebrò a fianco di Brunelleschi, Donatello, Masaccio e Ghiberti quale pioneristico attore della rivoluzione rinascimentale. Nondimeno l’autorevole Vasari spese parole di elogio per un artista che secondo lui seppe creare una tecnica sconosciuta agli antichi, vedremo in seguito che non fu esattamente così. “…avendo una meravigliosa pratica nella terra, la quale diligentissimamente lavorava, trovò il modo di invetriare essa terra co’l fuoco, in una maniera che è non la potesse offendere né acqua né vento. E riuscitoli tale invenzione, lasciò dopo sé eredi i figliuoli di tal secreto” G. Vasari
Il principale merito di Luca fu, però, quello di perfezionare una tecnica che gli permise di produrre sculture e pitture invetriate portando così, per primo, l’arte della ceramica da uno statuto di arte ancella a quello di vera e propria arte regina, alla pari delle sorelle pittura e scultura. Del resto sappiamo che la città rinascimentale come quella medievale si avvaleva di sculture, affreschi, stemmi e insegne policrome per ricoprire di colore le architetture e le terrecotte invetriate robbiane furono ottimali per tale uso poiché, a differenza delle pitture, non sbiadivano né si logoravano sotto la pressione degli agenti atmosferici.

La prima applicazione della tecnica della terracotta invetriata risale al 1441 e si trova negli inserti policromi a decoro del Tabernacolo del Sacramento nella Cappella di San Luca dello Spedale di Santa Maria Nuova oggi a Santa Maria di Peretola.
La tecnica riscosse subito enorme successo, tanto che per decenni la famiglia tenne ben segreta la “ricetta” della lavorazione, fino a quando una donna della famiglia Della Robbia non la cedette allo scultore Benedetto Buglione. Oltre alla bellezza e raffinatezza di questa lavorazione, ciò che la rese tanto acclamata, fu il poterla applicare alle sculture monumentali, rendendole in tal modo intaccabili dal tempo, i colori che vediamo noi oggi sono i medesimi che i loro stessi autori videro. La tecnica dell’invetriatura rappresentava la rinascita di una tecnica conosciuta dagli antichi e, precisamente, elaborata dalle antiche civiltà orientali e in seguito ereditata dal mondo romano e bizantino, poi trasmessa tramite gli arabi nelle regioni europee sotto l’influenza moresca e in particolare nell’isola spagnola di Maiorca. A Luca va il merito d’aver riscoperto la tecnica portandola a livelli eccelsi d’esecuzione.
Nel 1446 Luca acquistò con il fratello una casa in via Guelfa ai margini dell’abitato fiorentino, dove stabilirono la loro officina. Qui presero forma numerosissimi e diversi capolavori che i Della Robbia, attraverso una fitta rete di collaboratori, fecero arrivare in ogni angolo di Toscana, d’Italia ma anche d’Europa.
Pochi anni dopo morì il fratello e Luca ne adottò i figli tra i quali Andrea, già attivo nella bottega.
Fu proprio grazie ad Andrea (Firenze, 1435-1525) che si avviò la produzione industriale del prodotto. Egli ampliò la tipologia di soggetti realizzati riuscendo così a colmare le richieste di un sempre maggiore e variegato bacino d’utenza che contava commissioni laiche e religiose. La facilità di trasporto di queste terrecotte davvero resistentissime, permetteva che queste potessero essere smontate e trasportate agevolmente ovunque. La produzione di Andrea col tempo andò differenziandosi da quella dello zio alla quale aggiunse il magico tocco dato dal colore, preferendo poi una narrazione più animata, ispirata alla pittura a lui contemporanea che egli seppe tradurre nelle sue “pitture a rilievo”.

Cinque dei dodici figli di Andrea continuarono poi l’attività di famiglia. Il più abile è da ritenersi Giovanni (Firenze, 1469-1529/30) che continuò sulla via della grande produzione. I gusti erano ormai profondamente mutati e c’era la forte necessità di adattare la produzione robbiana alla sofisticata vena antichizzante che si stava affermando nei primi decenni del Cinquecento.
Assieme a lui lavorarono in bottega i suoi fratelli Francesco (1477-1527) e Marco (1468-1534), e la storia si chiuse con gli ultimi Girolamo (Firenze 1488 - Parigi, 1566) e Luca il Giovane (1475-1548), gli unici in grado di affermare il valore internazionale dell’arte di famiglia. Luca il Giovane venne chiamato a Roma da Raffaello stesso per la realizzazione dei pavimenti delle Logge Vaticane, permettendo così alla cultura raffaellesca di permeare anche nella raffinata arte robbiana, mentre l’ultimo esponente della famiglia, Girolamo (ultimo figlio di Andrea), si trasferì nel 1517 in Francia a Fontainbelau. Nella seconda metà del secolo la grande parabola della famiglia Della Robbia poteva quindi dirsi conclusa, pur avendo lasciato testimonianza di se in innumerevoli luoghi della provincia italiana e non solo, come stanno a testimoniare le presenze di queste opere dei più disparati musei europei.

Conclusa la visita della mostra non è però concluso il percorso robbiano che si dispiega in vari itinerari nella provincia aretina la quale, più delle altre, racchiude in loco capolavori dei maestri. Le opere, per lo più inamovibili date le dimensioni, annoverano grandi pale d’altare, tabernacoli, fonti battesimali, statue, tempietti, fregi e stemmi, e gli itinerari predisposti nel territorio aretino (nel capoluogo e nelle quattro vallate), ne mettono in luce la particolarità all’interno della loro affascinante cornice paesistica.
Vale allora davvero la pena cogliere la palla al balzo per immergersi in un’occasione di turismo a trecentosessanta gradi, fatto di arte, cultura, poesia, natura …e perché no anche di gastronomia!