I battaglisti
di // pubblicato il 18 Luglio, 2011
Se, almeno per quanto riguarda l’Italia, le grandi commissioni del XVI secolo hanno visto prevalere la pittura a soggetto religioso, storico o mitologico, col passare del tempo ed in particolar modo dall’inizio del Seicento si affermano e cominciano a guadagnare terreno, soprattutto nell’ambito della committenza privata, i dipinti di paesaggio e quelli che narrano battaglie, vere o soltanto immaginate. Precedenti ce ne sono, e molti di questi risultano essere tappe fondamentali dell’arte italiana, a partire dalla quattrocentesca Battaglia di San Romano di Paolo Uccello. Gli esemplari più noti, per quanto riguarda invece il Cinquecento, sono paradossalmente conosciuti solo per pochi disegni originali o per copie successive: si tratta degli affreschi delle due celebri battaglie, di Anghiari e Cascina, commissionate rispettivamente a Leonardo e Michelangelo per la sala del Gran Consiglio di Palazzo Vecchio a Firenze. Per quanto riguarda invece il periodo più vicino a quello che ci interessa, tra i modelli di riferimento è l’affresco realizzato dal Cavalier d’Arpino nel Palazzo dei Conservatori di Roma, La Battaglia dei Romani contro Veienti e Fidenati, commissionato da Clemente VII, così come Antonio Tempesta, che realizza ben tre serie di incisioni di battaglie e ancora più numerose incisioni di cacce, tutte pubblicate a Roma e tutte “saccheggiate” a piene mani dagli artisti in cerca di spunti compositivi o del miglior punto di vista per rappresentare cavalli e cavalieri.

La scena artistica romana è senza dubbio quella in cui si afferma più velocemente il gusto per questi soggetti, anche per la presenza di molti artisti stranieri, nord europei e fiamminghi in particolare, per tradizione più vicini alla pittura di genere, alle vedute e ad i paesaggi. Tra i personaggi centrali di questo periodo c’è Michelangelo Cerquozzi, bambocciante, pittore di nature morte ma soprattutto di battaglie che gli procurarono un grande e rapido successo del quale l’artista stesso era orgogliosa, tanto da qualificasi, nel testamento, come “celeberrimus ille proeliorum Pictor Romanus”.

Nonostante la fama del Cerquozzi, lo stimolo alla produzione di opere che trattano il tema della battaglia resta tuttavia, tranne qualche rara eccezione, sostanzialmente privato, anche se coinvolse le famiglie più ricche e potenti del tempo, come gli Estensi, che si avvalsero spesso del Brescianino e dello Spolverini, e i Medici, che furono invece grandi estimatori e committenti di quello che può essere considerato come il più degno erede di Cerquozzi, il Borgognone (la cui vicenda personale lo pose direttamente al centro della guerra dei trent’anni), ma acquistarono anche opere di altri, tra cui la Battaglia eroica di Salvator Rosa. La vicenda di quest’ultimo è particolarmente interessante per comprendere come, se da una parte il genere cominciò a trovare un mercato sempre più vasto, dall’altra viene visto ancora come degradante; “quel che aboriscon vivo, aman dipinto”, scrive lo stesso Rosa facendo riferimento alla clientela dei suoi quadri che continuava a preferire i suoi dipinti di genere nonostante il pittore si sforzasse in ogni modo di qualificare la sua produzione in senso più tradizionale, anelando la commissione pubblica di un grande dipinto di soggetto storico. Ma, suo malgrado, il gusto stava ormai cambiando.